Sono due le matrici del perfezionismo che mi assilla dacché ho ricordi: la mia educazione cattolica e mio nonno.  

L’unico aggettivo che riuscirei a far pronunciare a mio nonno se diventasse il personaggio di un racconto sarebbe “preciso”. Mi intimava di essere precisa per ogni cosa, dai puntini che dovevo unire sulla settimana enigmistica, guai a tracciare linee storte o a non centrare esattamente il punto in cui doveva finire il segmento, all’ordine con cui dovevo disporre gli oggetti nella mia stanza. Pronunciava la parola in dialetto e allungava la i, priciiiiiiiis, acutizzando anche la voce quando voleva smorzare il suo fare assillante con un tono vagamente autoironico.

Quando accompagnava al mare me e i miei cugini eravamo uno spettacolo per la spiaggia, perché per tutto il tragitto, dalla casa che prendevamo in affitto da luglio a settembre fino al nostro ombrellone, lui camminava davanti e noi dietro di lui in fila indiana, in ordine di età: Emanuele, io, Chiara. Entravamo così nella salumeria Lalli dove compravamo i panini all’olio con gli affettati e attraversavamo così la strada, il vialetto con i parcheggi dei motorini, lo stabilimento con i tavolini del bar e la musica alta. Una volta durante un pranzo si è definito un fascista moderato.

Tra le due e le quattro dopo pranzo, si pranzava sempre a casa, il riposino pomeridiano non era una nostra necessità: era un obbligo imposto. Ci infilava tutti e tre in un solo lettone e ci costringeva a dormire, a volte facevamo finta, non so se per compiacerlo o per ridere di lui. Ci piaceva anche uscire dalla stanza di nascosto e andare a spiarlo mentre guardava la televisione, vedere se dormiva anche lui o se era sveglio. Il divertimento era arrivare fin lì, guardarlo e poi correre via, perché il nostro dovere era comunque dormire e noi non volevamo venir meno agli obblighi né ci sognavamo di opporci. 

Ci metteva in punizione  all’angolino, faccia al muro, per un tempo che andava dai 10 minuti all’ora intera a seconda di quanto giudicava grave quello che avevamo fatto, ma io in punizione non ci finivo mai perché avevo capito fin da piccola che bastava eseguire gli ordini alla perfezione. Non sono mai stata all’angolino e forse una volta sola avevo fatto qualcosa per meritarmelo, ma credo che la mia regolare buona condotta abbia bilanciato quel singolo errore. Mi pare di aver pianto e credo che mio nonno, anche lui, si sia sentito in colpa. 

Quando ci insegnava a fare le cose pretendeva l’esecuzione immediata e precisa, ma lo faceva perché credeva davvero in me e i miei cugini. Mia nonna era diversa, quando aveva anche il minimo sentore che affidarci un compito avrebbe comportato un risultato diverso da quello che lei si aspettava, tagliava corto e diceva è troppo difficile. Fare il pane era troppo difficile, cucire era troppo difficile, stendere la pasta era troppo difficile, battere gli scontrini al registratore di cassa era troppo difficile. L’unica cosa facile era versare il mangime per gli uccelli nei sacchetti di plastica da dare ai clienti e poi pesarli sul piatto di alluminio della bilancia vecchia.

Ora che sono grande, mio nonno da me si aspetta una vita costellata da successi pari a quelli che raccoglievo unendo per bene i puntini della settimana enigmistica o rispettando perfettamente la fila. Se ero così brava da piccola è automatico che lo sia anche adesso nel trovare un lavoro o realizzarmi nella vita. Di relazioni non parliamo, ma credo che anche quelle rientrino nelle cose in cui dovrei essere… in cui sicuramente sono brava. 

Non è nella precisione il mio assillo, è nel senso di colpa. Di quello non è responsabile diretta la mia famiglia, ma una rete più ampia di relazioni e modi di fare cattolici che associano all’errore la colpa, il peccato e l’espiazione. 

Agli scout, durante i campi estivi, esisteva una competizione a punti con ricompense e penalità assegnate in base a come la squadriglia rispettava alcune regole di pulizia, ordine, partecipazione alle attività, vittoria di alcune gare: anche qui dovevamo dimostrare costantemente la nostra disciplina. Il prete veniva a farci la predica e a insegnarci il valore della confessione. Sarebbe però troppo scontato dire che venga tutto da lì. Nella mia città regna un insieme profondo e diffuso di sguardi, parlottii, fatterelli, piccoli giudizi, bigotterie. Quando mia nonna mi faceva riportare del cibo a casa dopo pranzo me lo faceva mettere in due buste una dentro l’altra, così che le persone non vedessero cosa portavo. «Ma sono peperoni nonna…». «È uguale». L’errore era qualcosa di cui vergognarsi e pentirsi. Per chi poi era sempre perfetta come me, per le persone da cui un errore non si aspettava proprio, la redenzione era una forca da attraversare con estremo imbarazzo. 

È per una specie di contrappasso che per lavoro mi sono messa a correggere errori. Potete immaginare quanto sia fragile la serenità di chi si accorge, quando pensava che fosse tutto perfetto, di aver trascurato un errore, di averlo fatto io stessa. Potete immaginare anche quanto sia entusiasmante vivere il conflitto interiore di chi a queste cose razionalmente non si interessa più. Sticazzi la perfezione, sticazzi il peccato, sticazzi pure gli errori. Eppure sapere che qualcosa è fuori posto per colpa mia mi dilania. Farò quindi un esercizio. Lascerò questo giochino di scrittura incompleto, non svilupperò la trama, non arriverò a un punto di svolta, non svilupperò alcun personaggio, non rileggerò neanche il testo prima di metterlo sul drive. Voglio che non ci sia alcuna immagine a corredo del testo e sappiate che se la vedete è lì contro la mia volontà, la colpa è di Federica Ranocchia. Questo testo è illeggibile e sbagliato e me lo tengo così perché non ho voglia di andare oltre, ho altro da fare, non mi interessa. Buona giornata a voi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *