Svegliarsi la mattina con il clacson del vaporetto e un gabbiano che sghignazza tra i tetti delle case è chiaramente il riflesso di una punizione karmica. Già questo dovrebbe aiutarti a capire che sei all’inferno. Vivo a Venezia da svariati anni ma sono nata altrove. Tutti mi dicono: che bello vivere a Venezia, la città sull’acqua, meta da sogno della maggior parte della popolazione mondiale! Io rispondo lapidaria: Non esattamente.
Prima della pandemia Venezia era invivibile. Mirabolanti frotte di persone in un minuscolo spazio vitale. Girare per le calli, andare in università, era una lotta continua per la sopravvivenza: la possibilità di spostarsi normalmente a piedi era complicata da una massa informe che aveva a malapena idea di dove si trovasse. Le uniche regole stradali da seguire sono quelle pedonali che sfortunatamente nessuno mette in pratica, creando un ammucchiamento impossibile da districare. Tuttavia, sapevi a priori che era così, che proprio per questo offriva un paradiso di possibilità tra eventi, manifestazioni e personaggi tanto strani quanto indispensabili per i tuoi destini futuri, e te lo facevi andare bene. Le sagre, le festività mensili e i pomeriggi post studio ti facevano sentire che non era tutto così disastroso, bastava saperci convivere e imparare come funzionava. Anche perché ti sentivi una privilegiata a poter studiare in una città del genere.
Durante la pandemia, Venezia sembrava una quinta teatrale: deserta, ma non morta; erano rimasti solo pochi fantasmi, inclusa me. Una vita lenta, nella quale affioravano i soliti miasmi dati dalle alghe in putrefazione ai lati dei canali, ma ancora più forti del solito perché la calca di gente non era lì a fare da scudo all’odore nauseante. Un bel periodo, se non fosse che quelle enormi possibilità che la laguna ti poteva offrire prima della pandemia erano diventate un inferno quotidiano. I lavoratori della cultura, non essendo abituati alla magra imposta dalla chiusura forzata, ti spingevano a lavorare da remoto, gratuitamente, oppure pagato a spostarti da una parte all’altra della città pur essendo in zona rossa, a qualsiasi ora, così che iniziavi a scoprire il lato oscuro della cultura lagunare. Un insieme di abusi che, in certi casi, culminava con trasporti a mano per distanze impossibili di pacchi di cartelloni all’ufficio affissioni in via della pila (traversa di via dell’elettricità). Dopo questa pandemia diventeremo tutti più buoni! Sì, se fossimo nella pubblicità dei panettoni.
Una volta che entri all’interno dei meccanismi biologici della laguna, è come trovarsi in una relazione tossica: non puoi più uscire, non puoi più spostarti perché non sembra più necessario… Rimani lì, come i telefoni e gli innumerevoli oggetti di valore incagliati dentro i fondali dei rii. Foresto, ma ormai inglobato.
Venezia è una grande Olandese Volante, che non offre mai niente senza un prezzo da pagare troppo alto per chiunque: la disumanizzazione, l’asservimento all’altro, il raggiro dell’altro e di te stesso. Arrivi al punto di non sapere più chi sei e cosa vuoi davvero. Davvero voglio lavorare in Biennale? Davvero voglio stare in una galleria e imparare che la vita come la vivo io non va bene? Davvero i turisti sono il problema? Oppure lo sono io che voglio vivere qui e che alimento un cadavere in putrefazione ricoperto di alghe e cirripedi?
Non so rispondermi, so solo che se prendesse un po’ fuoco, ci ballerei intorno, piangendo dalla disperazione.