Ok, sono perfettamente consapevole che tutto inizia l’11 settembre del 2001. La mole insensata di procedure per spostarsi in aereo da un punto A a un B è motivata dalla sciagurata decisione di un gruppo di persone di dirottare due aerei di linea e farli così schiantare contro il simbolo del capitalismo nordamericano. Nel mio egoismo però non posso non pensare che con quell’elegante precipitare delle due torri gemelle sia di conseguenza precipitata la libertà di spostamento delle persone. E, badate bene, non sto neanche tirando in ballo il complottismo e la biopolitica. Non so voi ma per parecchio tempo, pur abitando a 1600 km dal mio paese d’origine, ho preferito accollarmi 24h ore di bus piuttosto che sottopormi alla pratica umiliante di levarmi le dr. marten’s pur di superare i metal detector.
Inoltre, il mio fastidio, anzi odio, dipende principalmente dal fatto che le misure adottate dagli aeroporti in materia di sicurezza sono perfettamente inutili. Ricordo benissimo un servizio delle Iene in cui si mostrava come una volta superati i controlli, un potenziale terrorista ha campo libero per mettere in atto il suo piano. È sufficiente acquistare un bottiglia di assenzio al Duty free e poi versare il contenuto con nonchalance sui sedili dell’aereo e dare fuoco al tutto con un semplice accendino – che per inciso, come sanno i fumatori, non ti viene sequestrato. Assurdo. Mi chiedo dunque a che pro? Inoltre la perversa esistenza delle compagnie low-cost, demoni al soldo dei poteri forti, non ha fatto altro che peggiorare il tutto. E con “peggiorare” intendo rendere i viaggi in aereo una pratica esclusiva di chi ha centinaia di euro da spendere in un volo della durata di un’ora.
Un’ora. Sessanta minuti. Il tempo necessario a finire un episodio di una serie mediocre che non avresti mai guardato in condizioni normali, ma che rappresenta l’unica forma di autodifesa psichica disponibile quando sei incastrata in un sedile progettato da qualcuno che evidentemente non ha mai avuto un corpo. Ryanair, Wizz Air, EasyJet – la santa trinità del disagio pressurizzato – hanno trasformato il viaggio aereo nella versione turbo-capitalista del purgatorio dantesco: arrivi convinto di spendere venti euro e ne esci con centocinquanta in meno nel conto, la dignità ammaccata e un trolley respinto al gate perché di due centimetri più largo del consentito. Quel trolley che hai misurato tre volte a casa. Che hai fotografato accanto al righello. Che hai pregato come il monolite di 2001 Odissea nello spazio.
E poi c’è la questione del tempo. Perché l’aeroporto ti divora le ore con una voracità quasi ammirevole. Devi arrivare due ore prima, recita il comandamento moderno, come se la puntualità fosse una forma di redenzione. Due ore in cui vieni processata, radiografata, privata dell’acqua come un detenuto in trasferimento, e infine rilasciata in quel limbo sterile di marmo e luci al neon che chiamano terminal – dal latino terminus, fine – dove ogni negozio vende la stessa borsa di Furla a prezzi che sfidano la fisica e ogni bar ti serve un cappuccino a cinque euro con la schiuma triste di chi sa di non avere concorrenza.
Il gate è sempre l’ultimo e in direzione contraria a dove te lo aspettavi. Non è una coincidenza, è un progetto. Hanno studiato la cosa. Ti fanno camminare per quaranta minuti attraverso un dedalo di profumerie e tabaccherie duty-free – come se a quarantamila piedi di quota avessi urgenza di un litro di Chanel n°5 – perché ogni metro percorso è un’opportunità di consumo mancata finché non cedi. E prima o poi cedi. Tutti cedono. Io ho comprato una volta dei calzini con le renne stampate sopra in un aeroporto di Amsterdam. Era novembre, ero stanca, costarono undici euro. Non me li sono mai perdonata.
Ma il culmine – il momento in cui l’odio smette di essere un sentimento e diventa quasi una filosofia – è l’imbarco. Quella scena ancestrale e brutale in cui duecento persone adulte, molte delle quali con un lavoro e una vita sociale, perdono completamente la testa e si accalcano all’ingresso del gate come se l’aereo stesse per decollare senza di loro. Come se i posti assegnati non esistessero. Come se il biglietto in mano non bastasse. C’è sempre uno — uno in ogni volo, senza eccezioni, è una legge della natura come la gravità — che si posiziona davanti alle porte ancora chiuse con venti minuti di anticipo e fissa l’hostess con gli occhi di chi ha visto cose. Quell’uomo è il nostro specchio. Quell’uomo siamo noi, nel momento peggiore di noi stessi.
Alla fine sali. Ti siedi. Allacci la cintura mentre la hostess mima per la trecentesima volta della sua vita come si gonfia un giubbotto salvagente – informazione che, statisticamente, non ti salverà mai – e poi l’aereo accelera e si alza e per trenta secondi, solo trenta secondi, mentre la città sotto di te si rimpicciolisce fino a diventare un modellino. Poi l’aereo atterra, le porte si aprono, e ricomincia tutto da capo.
Ma prima di arrivare all’imbarco — prima ancora di arrivare all’aeroporto — c’è una questione che mi rode da anni e che riguarda qualcosa di molto più antico e molto più marcio di Ryanair. Riguarda chi, in questo sistema kafkiano di code e scanner e liquidi in buste trasparenti da massimo cento millilitri, viene trattato come un passeggero e chi invece viene trattato come una domanda aperta, una variabile sospetta, un problema da risolvere prima di concedergli il privilegio di salire su un aereo.
Parliamo di passaporti. Parliamo di quella cosa sottile, plastificata, spesso bordeaux o blu notte, che determina con una precisione brutale quanto del mondo ti è accessibile senza chiedere il permesso. Il passport index – quella classifica cinica e puntualissima che misura il potere dei documenti di viaggio – racconta ogni anno la stessa storia con numeri sempre più dettagliati: un cittadino statunitense, con il suo libretto blu e l’aquila calva sul frontespizio, può entrare senza visto in oltre centottanta paesi. Centottanta. La maggior parte del globo terracqueo gli si apre come un’ostrica. Si presenta, mostra il documento, passa. L’aeroporto per lui è un fastidio logistico, certo, forse anche una rottura di scatole — le scarpe da togliere, il laptop da estrarre, il liquido da dichiarare — ma resta fondamentalmente una pratica burocratica neutra, priva di quella specifica ansia esistenziale che accompagna chi arriva allo sportello con il documento sbagliato.
Perché il documento sbagliato esiste. Esiste eccome. Un cittadino afghano può entrare senza visto in una ventina di paesi nel mondo. Venti. Un pakistano in trenta. Un siriano in meno di quaranta. Queste persone – che hanno lo stesso identico desiderio di spostarsi, di lavorare, di visitare, di scappare, di ricominciare – non si avvicinano a un aeroporto con la distrazione annoiata del frequent flyer americano che sbuffa in coda al gate B7. Si avvicinano con tutta la documentazione prodotta negli ultimi sei mesi, con le prove di solvibilità economica, con le lettere di invito, con gli estratti conto, con la fotografia della famiglia che li aspetta a casa – perché la famiglia che li aspetta a casa è la garanzia che non ti fermi, che non scompari nella destinazione come fanno quelli che secondo il sistema “non hanno intenzione di tornare”. Devono dimostrare, ogni volta, di meritare il posto sull’aereo che un bianco con passaporto OCSE prenota in tre clic su un’app.
Ho una amica – la chiamerò S., viene da un paese nordafricano, vive in Europa da dodici anni, ha un dottorato, parla quattro lingue, paga le tasse con una puntualità che farebbe vergognare chiunque – che per partecipare a una conferenza accademica a Londra ha dovuto compilare un modulo di ventisei pagine, produrre la lettera di accettazione della conferenza stessa, tre mesi di buste paga, il contratto di affitto, e sottoporsi a un colloquio in ambasciata in cui un funzionario di ventitré anni con la cravatta storta le ha chiesto, con l’aria di chi fa un favore, se aveva intenzione di “fermarsi”. Lei, che a Londra ci era già stata quattro volte. Lei, che in Europa ci vive da più di un decennio. La risposta alla domanda era ovviamente no – aveva un volo di ritorno prenotato, un appartamento che l’aspettava, un gatto che l’aspettava – ma la domanda stessa, quella domanda con quel tono lì, è rimasta. Si sedimenta. Diventa parte del paesaggio interiore di chi viaggia sapendo che il viaggio non è mai del tutto garantito.
Questa è la vera eredità dell’11 settembre, quella che nessuno nomina nelle retoriche ufficiali sulla sicurezza: non solo le scarpe da togliere e il gel per capelli da lasciare a casa, ma la creazione di una gerarchia globale del movimento che ha trasformato l’aeroporto in un luogo dove la libertà è distribuita in base alla latitudine di nascita. Il sistema di sicurezza post-2001 ha avuto il comodo effetto collaterale – troppo comodo per essere davvero collaterale – di formalizzare e amplificare discriminazioni che esistevano già, rivestendole del linguaggio neutro e tecnocratico della sicurezza nazionale. Non è razzismo, ti dicono. È protocollo. Non è colonialismo, ti spiegano. È gestione del rischio. Il rischio, guarda caso, ha sempre la stessa faccia.
E il paradosso feroce è questo: le stesse compagnie low-cost che hanno reso i voli “accessibili” – la grande democratizzazione del cielo, ci hanno venduto – operano principalmente su rotte europee e nordamericane, in quella bolla di libertà di movimento garantita dagli accordi Schengen e dai trattati bilaterali tra paesi ricchi. Per chi viene da fuori quella bolla, il volo low-cost è spesso irraggiungibile non per mancanza di denaro, ma per mancanza di visto. Puoi avere i cinquanta euro per il biglietto Ryanair Roma-Berlino. Non puoi salire sull’aereo lo stesso. L’accessibilità ha un prerequisito che nessuno pubblicizza nei banner promozionali: essere nati nel posto giusto.
Io mi lamento delle dr. marten’s da togliere. Me ne rendo conto. Me ne rendo conto mentre scrivo e mentre la realizzazione mi si deposita sullo stomaco come qualcosa di pesante e non del tutto digeribile. Il mio odio per gli aeroporti è il lusso di chi l’aeroporto lo può attraversare, chi può uscire dall’altra parte, chi la parola “confine” la sperimenta come scocciatura invece che come sentenza.


Lascia un commento