Sono al penultimo banco, uno dei miei posti preferiti per sparire nella classe. Sara, una bambina di 9 anni come me, è al primo e piange da quando la madre l’ha lasciata a scuola. Io la fisso e non riesco a smettere. Qualcuno mi dice che le è morta la nonna, a ogni singhiozzo il mio cuore di novenne perde un colpo. Un po’ per il fatto della nonna morta e un po’ per lei viva che soffre. Perché un bambino dovrebbe sopportare un dolore così? La bidella, accompagnandola in classe, aveva detto alla maestra Teresa di italiano che la mamma di Sara deve lavorare, quindi deve per forza lasciarla a scuola. L’hanno detto a bassa voce ma non si sono nascoste, io ho capito benissimo dal penultimo banco.

La maestra Lucia insegna matematica e quando starnutisce dice eeecinque, ha con noi la seconda ora e decide che è arrivato il momento di fare qualcosa per Sara. Propone un giro di pensieri solidali, chi avesse avuto qualcosa da dire per fare forza a quella bambina in un momento così difficile poteva alzare la mano. Non mi piaceva parlare in classe ad alta voce, ma Sara singhiozzava fortissimo e la bidella le si era seduta vicino e la stringeva attorno alle spalle, di tanto in tanto la cullava un po’ al petto. I tratti del viso di Sara sembravano sfocati, distorti sotto lo strato denso e bagnato di mocciolo e lacrime. 

Mi serviva una frase perfetta, dovevo riuscire in una sola esclamazione a far intendere tutto il mio dispiacere e la mia contrarietà rispetto all’esistenza della morte delle nonne. 

Luca e Emanuele si girano e mi guardano sopra la testa, la maestra fa lo stesso, ha un sorriso gigante e lo sguardo sorpreso. Mi accorgo di aver alzato la mano prima di avere qualcosa da dire. Come germogli, le mani dei bambini iniziano ad alzarsi a ciuffi qua e là per la classe. 

Era marzo o aprile, il grembiule ci cadeva addosso leggero sopra vestiti che non erano più di lana o di felpa ed era la prima volta che prendevo l’iniziativa e alzavo la mano quell’anno. Le regole le avevo capite molto bene, in quarta elementare avevo affinato la tecnica: era facile per le maestre dimenticarsi di me se mi sedevo in penultima fila, poi ero piccola e mettendo la testa tra le braccia conserte non mi si vedeva più. Facilmente la giornata passava così, altre volte mi cercavano dal registro, in quel caso le strategie più efficaci per sparire le avrei trovate alle medie. Alle elementari, quando sapevo di essere tra le ultime senza voto, chiedevo alla maestra dell’ora precedente di andare in bagno alla fine della lezione, stavo davanti al lavandino per un po’. Di solito mi guardavo i piedi e facevo qualche passetto strano sulle mattonelle bianche lucide, nella solitudine. A volte cantavo a voce bassa. Altre ancora guardavo le pareti in alto che erano sporche in due punti dove io intravedevo sempre un cavallo e un lupo/cane, oppure la ragnatela all’angolo a destra sopra le porte dei bagni che era lì inaccessibile dall’anno prima, o forse da sempre, fatto sta che l’avevo scoperta in terza. In qualche caso sparire per qualche minuto bastava, le maestre non facevano l’appello al cambio dell’ora e velocemente si organizzavano per interrogare qualcun altro. La maggior parte delle volte, invece, era il fatto di rientrare dalla porta a fargli cambiare i programmi: “ah ma allora se ci sei facciamo l’interrogazione con te!”. Era un rischio che correvo sempre perché a prescindere mi evitava il momento di tensione che precedeva la scelta che mi faceva venire mal di pancia. In bagno mi vennero a cercare solo una volta, in seconda elementare, erano passati venti minuti, me lo disse la maestra quando mi trovò in piedi, davanti al lavandino. “Dov’eri?”, “mi fa un po’ male la pancia”, “vuoi che chiamiamo la mamma?”, “non mi può venire a prendere perché non guida”, “stai tanto male?”, “un po’ meglio” avevo detto e l’avevo seguita in classe. Non mi interrogò. 

La maestra Lucia fa cenno a Cristina, Cristina sta sempre al primo banco di sinistra, lei e Martina hanno fatto le olimpiadi di matematica, fanno sempre tutti i compiti e amano le interrogazioni. Cristina dice “la posso abbracciare?” la maestra Lucia fa un sorrisone. Mentre Cristina passa davanti alla cattedra penso che non ha senso, è evidente che Sara vorrebbe abbracciare sua nonna e poi è piena di mocciolo. Non riesco a capire perché Cristina, che è così tanto brava a scuola, abbia deciso di dare conforto a Sara in un modo così inutile. Cristina posa le sue braccine su quelle della bidella che già cingevano Sara, i suoi occhi bagnatissimi si rivolgono sottecchi verso Cristina che allora stringe più forte e sforzandosi chiude gli occhi in mille pieghe e sorride. Non riesco a capire perché sorride. L’abbraccio dura pochi secondi, si sente solo Sara tirare su con il naso. Alla fine un bambino dietro di me ridacchia, forse Samuel. Non c’è proprio niente da ridere, è tutto inutile. Cristina torna al posto, ondeggiando un po’ sulle ginocchia. La maestra guarda Martina che esordisce: “posso abbracciarla anche io Maestra?”. Martina si alza, mentre avvolge le braccia grandi della bidella dice: “mi dispiace tanto”. Già meglio. Dispiace tanto anche me: è questo che provo. Mi dispiace tanto per Sara, ma ancora di più mi dispiace del fatto che ai bambini muoiano i nonni, le persone vicino ai bambini non dovrebbero mai morire perché i bambini non possono nemmeno rimanere a casa da soli se stanno male, penso. Non dovrebbe morire nessuno ai bambini, penso. Mi sento arrabbiata e credo che sia un sentimento forte, un sentimento da trattenere, sicuramente Sara lo capirebbe. Di sicuro è arrabbiata. Come si esprime la rabbia davanti a tutta la classe? 

Mentre sono nei miei pensieri mi accorgo che siamo già alla fine della seconda fila di banchi, io sono alla quarta. Non tutti si sono alzati, o almeno, quando ritorno a concentrarmi sulla scena, Giuseppe dice che gli dispiace tanto e che spera stia meglio al più presto. Non basta, la faccia di Sara è a macchie rosse, sulle guance e in due punti sulla fronte, è stanca di piangere, lo sguardo in basso, non ce la fa più. Perché una bambina deve piangere così tanto? Penso che io non ho mai pianto così tanto, quando è morto il mio fratellino piccolo ho pianto ma di meno, forse lo conoscevo ancora troppo poco. La nonna di  Sara veniva sempre a prenderla a scuola ed era simpatica perché le maestre lo dicevano sempre “che forte tua nonna, Sara!”. Una volta l’ho vista e aveva la tuta e io non avevo mai visto una nonna con la tuta. La nonna di Sara forse era speciale più di ogni altra nonna, per questo Sara piange così tanto.

Alex che è bravo a disegnare ha fatto su un foglio un dinosauro e glielo ha messo sul banco. Io non so disegnare bene in così poco tempo, ormai mancano poche persone e sarà il mio turno. Faccio un cuore sul quaderno a matita ma poi lo cancello subito perché non basta. Non è per niente bello. L’unica cosa che riesco a pensare lucidamente è che quando le persone sono arrabbiate possono dire “mannaggia”, posso iniziare la frase così. Mi sembra ancora troppo poco. Eleonora sta tornando al banco, è l’ultima della terza fila. Quando si sarà seduta toccherà a me. La maestra Lucia mi guarda, devo esprimere meglio che posso quello che sento, cosa c’è di enorme, qual è la cosa più grande che mi viene in mente?

“C’è qualcosa che volevi dire a Sara?” Mi chiede, sembra un po’ troppo felice per i miei gusti, è tranquilla. Gli è morta la nonna, la nonna di Sara era simpaticissima e si metteva la tuta. Mi accorgo che ho ancora la mano alzata e mi guardano tutti, perché succede sempre quando tocca a te, che tutti si girano e ti guardano, ma è troppo giusto dire questa frase, ci ho pensato bene e stavolta ce l’ho. Abbasso la mano e lo sguardo “Mi dispiace tanto! mannaggia la madonna! non è giusto che tua nonna è morta sono molto triste per questo!”, lo dico velocissima e alzando un po’ la voce. Mannaggia e Madonna mi sembrano rendere bene l’idea, sono un po’ dubbiosa se sarebbe stato meglio usare Gesù o Dio, sono più grandi della madonna forse? Non lo so, però è andata.

Alla mia destra c’è Kamil che è ancora seduto e non ha ancora detto niente. Lo guardo e mi guarda, guardo la maestra. Ha le mani sulla bocca. Non ho capito. Samuel da dietro urla: “ma ha bestemmiato!” ho bestemmiato? La maestra Lucia inizia a dirmi un po’ impacciata che quella cosa non si dice, è una bestemmia, che non è bene bestemmiare perché è un peccato e poi non si va in paradiso. Le sue parole le sento ovattate. Da più lati quelli in ultima fila ridono, Cristina e Martina hanno le mani sulla bocca e mi guardano. Guardo Sara proprio mentre la maestra dice quella cosa sul paradiso. Lei inizia a piangere e singhiozzare fortissimo, la bidella la coccola un po’ e le accarezza i capelli legati nel codino. Ho mandato all’inferno la nonna di Sara? 

Non ho detto nulla, la fronte mi pulsa forte e occhi e naso pizzicano ma non volevo mettermi a piangere anche io. Sono rimasta a guardare il quaderno per il resto della giornata, nessuno mi ha chiesto niente. Sapevo che avrei dovuto chiedere scusa ma continuavo a non capire come fosse possibile che quell’intenzione così forte di giustizia che provavo si fosse rivelata la condanna della nonna di Sara. Il resto della giornata l’ho dimenticato, so che rimasi in silenzio, quando Sara era girata un po’ la guardavo di nascosto. Come avevo fatto a sbagliare così tanto? Scesa da pullman alla fermata sotto casa scoppiai a piangere, piansi molto di più che per il mio fratellino, ma lui non lo conoscevo bene. Immaginavo la nonna di Sara all’inferno, con la tuta, simpaticissima, com’era possibile averla condannata a questo con le migliori intenzioni? 

Mia madre la risolse dicendomi che se l’avevo fatto con il cuore allora Dio l’avrebbe saputo e non avrebbe mandato la nonna di Sara all’inferno. La cosa mi sollevò molto, quel giorno però ho smesso di credere che basta la volontà e la sincerità per capirsi. Di certo, il fraintendimento sarebbe stata la cosa che mi avrebbe fatto più paura per il resto della vita.

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