Ho sei anni, sono all’oratorio della Sacra Famiglia per il compleanno della mia amica Giulia e quello che sto sperimentando sarà un pattern di ansia che mi porterò dietro per tutta la vita. Stiamo per giocare al gioco delle sedie, una tortura spacciata da attività per bambini solo perché c’è il katalicammello come colonna sonora. Siamo dieci bambine, le sedie sono nove e l’adulto di turno le dispone in cerchio. Lui è uno cresciuto negli anni 70, quando nessuno si preoccupava dei traumi emotivi.
Lo schienale delle sedie è rivolto verso l’interno del cerchio, la seduta verso l’esterno, noi bambine dobbiamo correre intorno alle sedie con la musica in sottofondo, per fermarci di scatto quando la musica viene interrotta improvvisamente e accaparrarci una sedia. Ça va sans dire, una bambina resterà esclusa e verrà eliminata. Prima del secondo round si toglie una sedia così che qualcun’altra venga buttata fuori e così via. Alla fine rimane una, vince chi si è impegnata, chi se lo merita. È spietato. Per sederti saresti dovuta essere veloce come quella che ha vinto, anzi di più, saresti dovuta essere scattante, reattiva, allenata, avere strategia.
Eccomi più di vent’anni dopo con lo stesso bagaglio di ansia, pressione e aspettative mentre attendo di sostenere la prova orale per il concorso di ammissione al dottorato. Noi siamo davvero tanti e le sedie sono davvero poche.
In più il tempo scorre, ci sono cinque candidati che hanno almeno tre anni meno di me. Due si sono laureati in questa università, due hanno il posto riservato. Tante altre persone come me, chi più chi meno motivata, ma io devo correre, devo dire qualcosa di più brillante degli altri per avere una sedia nel cerchio. Mentre corro devo anche stare attenta e dosare ogni parola perché essere frettolosa potrebbe giocarmi contro, se vado troppo veloce rischio di non riuscire a reagire al momento giusto per sedermi appena la musica si stoppa, mi fregherei da sola, alla fine sarebbe colpa mia e, se non vinco, me lo sono meritato.
In attesa del mio turno penso che tutte le altre persone siano più allenate di me, o magari allenate quanto me, o magari allenate meno di me ma con i riflessi più pronti. Forse avrei dovuto fare di più e meglio. Forse solo a quel punto mi sarei meritata un posto.
La sensazione di dover essere meglio di qualcun altro per prendermi uno straccio di qualcosa è sfiancante. Competere per una cosa che dovrebbe essere mia e, al contempo, di tutti mi irrita, a tal punto che a volte lascio perdere e anziché giocare al gioco delle sedie vado a mangiarmi una pizzetta. Buon per chi arriverà prima.
Che palle l’eccellenza, io voglio tutto e lo voglio per tutte, a prescindere dal risultato. Sono stanca di dover competere per meritare di più. La storia della competizione sana è l’ennesimo pretesto per nascondere una coltivazione smodata dell’io, ditemi cosa c’è di più capitalista e performativo. Mi sembra la scusa più facile per dimenticarci di andare avanti tutti insieme, le sedie che sono sempre meno dei culi mi hanno stancata.


Lascia un commento