Sono un maschio. Sono cresciuta in una famiglia borghese che mi ha educato alla maniera cattolica. Nella Weltanschauung di un’educazione borghese e cattolica è vagamente sconveniente per un maschio ballare in modo libero. Il ballo è quasi sempre ballo di coppia (eterosessuale), serve a sedurre, a entrare in società o a celebrare matrimoni e compleanni. Sul ballo ho proiettato tutte le mie insicurezze di bambino e poi di adolescente maschio: il fascino di un corpo, la mia incapacità a sedurre qualcuno, il possibile interesse che suscitavo o meno nelle altre persone, l’imbarazzo nel mettermi in mostra. La mia risposta a questa serie di funzioni che proiettavo sul ballo era irrigidirmi all’inverosimile. Nelle prime fantasie di maschio adolescente legate alla danza ogni ragazza che mi piaceva mi ballava intorno. Io ero immobile.
La prima volta che sono andata in discoteca avevo 15 anni, ero in vacanza con mia madre in Egitto. Eravamo in un villaggio turistico e mi ero aggregata a un gruppo di ragazzi più grandi con cui passavo le giornate, avranno avuto tutti tra i 17 e i 22 anni. A organizzare queste uscite notturne in discoteca erano gli animatori per conto del villaggio, avevano trent’anni al massimo e, a ripensarci, per loro era un modo per evadere da quel lavoro alienante. Non so come mi avessero convinta ad andare, ma ricordo di essere stata accompagnata da un animatore per chiedere a mia madre il permesso di portarmi con loro. «Ti prometto che i ragazzi non berranno niente» le aveva detto, e la prima cosa che ci hanno dato in mano quando siamo arrivati all’ingresso della discoteca è stato un buono per un cocktail.
La discoteca era in mezzo al deserto e sul furgoncino che ci accompagnava i ragazzi più grandi parlavano di rimorchiare e forse anche di sesso, urlavano e cantavano canzoni che fingevo di conoscere. Ricordo che c’era soltanto una ragazza nel gruppo, era la più grande e avevo deciso di prenderla come riferimento con lo sguardo ogni volta che mi sentivo a disagio. C’era anche il suo tipo e insieme mi rassicuravano, sentivo che mi avrebbero protetto dal gruppo di post-adolescenti un po’ eccitati che poteva in qualsiasi momento mettermi in mezzo a una situazione in cui non volevo stare. Ho capito in quel momento che la discoteca serviva per rimorchiare e per scopare.
Era una discoteca commerciale, sparava luci fortissime in mezzo al niente e il volume della musica era atroce. Della serata ricordo solo pochi momenti: la fila per il cocktail (non ne avevo mai bevuto uno e ho imitato in un inglese inesistente l’ordine del tipo prima di me); il momento in cui ballavamo in cerchio e tutti hanno iniziato a imitare le mie mosse; il momento in cui un animatore ci ha provato con una tipa, lei che sposta il collo della maglietta per mostrargli il seno, loro due che scompaiono, l’altro animatore costretto a riportarci al villaggio da solo. «Ha avuto un imprevisto, poi ci raggiunge» ci aveva detto, forse per paura che noi raccontassimo ai nostri genitori che eravamo partiti con due animatori e tornati con uno, ma io sapevo che lui era scomparso con la tipa che aveva spostato la maglietta e gli aveva mostrato il seno.
Non ho più messo piede in una discoteca per almeno cinque anni. Per me qualsiasi discoteca era come quella egiziana, lì qualsiasi maschio era e doveva essere predatore, io non volevo esserlo e quindi in discoteca non ci andavo. Molto peggio di così: qualsiasi forma di ballo era per me una via per predare e (mi disgusta ammetterlo) essere predate. Non ho più ballato.
Durante la triennale mi facevo trascinare alle feste di contrada, praticamente delle discoteche commerciali a cielo aperto, qualche volta sono stata predatore senza neanche sapere come fare. Sapevo soltanto che la strategia era avvicinarsi da davanti o da dietro a una ragazza che balla (da dietro non avrebbe potuto vedermi in faccia e mi sentivo meno a disagio), appoggiare il mio corpo al suo in modo più o meno esplicito, aspettare qualche secondo, poi eventualmente smettere. «Non sai mai se c’è il suo ragazzo nei paraggi, stai attento quando ti muovi così» mi aveva spiegato M. una sera. Il punto non era che la ragazza potesse non volere il mio corpo sul suo, era che avrebbe potuto esserci il suo ragazzo nei paraggi. So bene che non c’è niente di cui andare fieri in quello che sto raccontando ma credo che il racconto personale possa essere una via per socializzare il disagio di crescere maschio, per rompere i condizionamenti sociali imposti e per smetterla di essere predatori.
Mi ero innamorata di A. e andare a ballare con lei era una tortura: la vedevo muoversi ed ero terrorizzata che ballando potesse attrarre qualche predatore di cui essere geloso. A. era nel mio gruppo di amici e odiavo andare alle feste di contrada perché lei non era innamorata di me. Insomma A. non mi amava e sapeva ballare, si divertiva e io non lo sopportavo, quindi ho smesso di nuovo di andare in discoteca. Andare a ballare non solo era noioso, mi sembrava anche inconcludente perché vedevo in quella forma di divertimento soltanto una specifica finalità irraggiungibile: scopare.
Qualche anno dopo mi sono fidanzata con S. Avevo iniziato a dismettere alcune strutture di pensiero del maschio. Non so mai se riuscirò davvero a dismetterle tutte. S. sapeva che io ero una che non ballava, perciò ignorava persino la possibilità che io avessi voglia di andarci con lei e le sue amiche. «Giuro che non ti sessualizzo, giuro che non ti giudico se balli da sola o con altra gente» volevo dirle, ma questo avrebbe significato ammettere che per tutta la mia vita ballare aveva significato simulare il sesso. Perciò tacevo e rosicavo, non perché S. andasse a ballare, ma perché io non ci andavo e non potevo mostrare a S. quanto fossi anche io libera, quanto mi piacesse finalmente muovermi, quanto mi sforzassi di essere a mio agio col mio corpo che non sapeva andare bene a tempo.
Una sera S. mi ha portato con lei in un jazz club che sembrava alternativo e invece era pieno di gente uguale a quella della discoteca in Egitto. Sentivo di dover performare e ho di nuovo sbagliato tutto. Nel mostrarmi libera e a mio agio cercavo in ogni momento l’approvazione di S., che a sua volta non approvava per niente il mio modo pessimo di ballare, il mio non sapermi muovere, il mio non essere abbastanza sciolta. S. si irrigidiva: «Io con te non ci vengo a ballare perché con te certe cose sento di non poterle fare». A che si riferiva? Non credo avesse in mente il pensiero del sesso simulato eccetera, credo fosse piuttosto inibita dal condizionamento di andare a ballare alla presenza dello sguardo di un maschio, per quanto non giudicante. Non posso dire che avesse torto.
L’altro ieri la redazione di Stanca era al Trenta Formiche. Abbiamo parlato un sacco, poi abbiamo ballato. È stata una delle poche volte in vita mia in cui mentre ballavo non ho pensato a niente. È stato bello.

