Alzo subito le mani. So di sparare con un AK-47 sulla Croce Rossa, scrivendo questo sfogo contro Delia Buglisi, in arte DELIA, a maggior ragione dopo la polemica del Primo Maggio, dove con sicumera pacifista ha sostituito “partigiano” con “essere umano” mettendo il profilattico retorico su “Bella Ciao”.
Ma che volete farci? Il tormentone estivo più sgradevole della stagione, Al mio paese, singolo estratto da Sacro, nuovo album di Serena Brancale, che vede DELIA in featuring con Levante, mi è arrivato addosso come un plotone d’esecuzione e quindi eccoci qui. Percepitemi come il Dr. King Schultz in Django Unchained, dopo aver piantato un proiettile dentro il cranio di Mr. Candie: “Sorry, I couldn’t resist”.
La citazione è persino appropriata, perché quando ho ascoltato per la prima volta la canzone mi sono sentita uno schiavo africano esule in una piantagione di cotone, epifania che mi ha posto davanti ad un’amara evidenza: noi meridionali siamo esattamente come i discendenti statunitensi degli africani, in tutto e per tutto simili ai nativi americani, buoni solo per rappresentare l’inconscio autentico dell’eroe civilizzato, siamo gli aiutanti del protagonista, l’italiano metropolitano, i Timon e Pumba che aiutano Simba a fuggire dalle sue responsabilità.
Come uno scarabeo stercorario, trasportiamo la gigantesca palla di merda che, rotolando, raccoglie e incorpora la tradizione, la superstizione, la devozione religiosa cattolica e le sue derive pagane; “per l’amore e per la fede torni sempre al tuo paese”, cantano le tre “donne del Sud”, enunciando così l’amaro destino che trapassa la vita dei fuorisede campani, pugliesi, lucani, calabresi e siciliani. Alienato in metropolitana, nel tragitto casa-lavoro, con il volto mogio mentre un senegalese prende posto sul flixbus, sotto copertura in ufficio, dove deve tenere una postura più milanese, in fuga a metà, il fuorisede sente il richiamo delle tre sirene: eccolo, è lì! “Con le luci sempre accese” e “le signore sulle sedie”, è il mio paese, pronto a imbellettarsi per me, per noi che torniamo e smettiamo per un po’ di essere “gitani per la strada”.
Da siciliana sono stata triggerata dalla strofa di DELIA, talento appena sfornato dagli intestini fumanti di X-Factor, dove ha incantato tutti con la sua voce selvaggia, urlata, pronta ad offrire alle telecamere il suo aspetto da matrona siciliana, la sua postura da vera donna del sud.
“Carusi ca iuacanu in/ mezzo alla strada,/ sotto i palazzi del centro/ Gente ca mancia,/ ca beve e ca/ chiange quando/ risente il suo accento”. Il piatto è servito, la stigghiola mitologica arde sulla brace degli stereotipi, è la zoofication in atto: accattatavillo!
DELIA canta la gente “ca chiange quando sente il suo accento”, che lei rimarca senza requie, per non lasciare dubbi sulla sua provenienza, facendosi simbolo incarnato della sicilitudine. Ahhh ma sei di Palermo? Quindi? Arancina o arancino?
Che si tratti di gastronomia o linguistica, il risultato non cambia. Parole e cibo arrivano alle nostre orecchie e alle nostre bocche come gingilli emotivi, fungono da detonatori di nostalgia e esotismo, sono stimoli condizionati che solleticano la saliva e le lacrime. Prodotto della versione marketing della madeleine proustiana, il dialetto è il rivestimento identitario della subalternità meridionale, spettro che emerge nella distorsione sonora dell’italiano standard. Niente ci fa. Montalbano sono!
L’orrore di Al mio paese e della strofa di DELIA è tutto nell’atmosfera festosa e sorridente con cui si racconta la tragica distanza tra gli individui e i loro luoghi d’origine, la cui appartenenza può essere esibita solo in forma sterilizzata, innocua.
Il punto di vista di tutto il brano è quello del meridionale che torna, e quindi di chi è andato via. “Domani torno a casa/ e finalmente sto con te”. La storia è solo di coloro che partono, mentre coloro che restano non hanno dinamica ma solo stasi inerte, esistono come sfere del materno accogliente. Nella narrazione della meridionalità, chi rimane è assorbito dalla scenografia targata “lu suli, lu mari e lu jentu”. Che sia il caruso che gioca per strada o l’anziana sulla sedia, il suo ruolo è quello della comparsa e del cicerone; persone e luoghi collaborano alla promozione del territorio e dietro i palazzi del centro si intravedono già le spiagge, i lungomari, le parmigiane di melanzane e i bistrot che fanno da pubblico alle chiese in posa, con le loro facciate anziane e opulenti, adiacenti a casupole presidiate da donne con i fazzoletti neri in testa o da semplici sedie di plastica bianca.
L’oriundo fa compagnia alle “madonne nelle chiese”, fissato per sempre nelle edicole votive della turistificazione, la sua funzione è quella di intrattenere il visitatore e i prodighi figlioli incapaci di tradire le loro radici, con gli ombelichi connessi al mondo di zagare e scorze di limoni.
Nel suo ruolo di primitivo, il Sud Italia è un dispositivo sofisticato, per nulla antico, serve a produrre un fuori dal quale il soggetto produttivo possa guardarsi e riconoscersi, prima di tornare a produrre. Il Sud Italia ha assunto la posizione di zoo visitabile d’estate, riserva fantasmatica da mantenere intatta per i bisogni di evasione altrui.
In America questo meccanismo ha prodotto decenni di Native American Heritage Month e di appropriazione culturale blues. Le comunità dei nativi e quelle afroamericane servono a tenere vivo il primitivo: la riserva simbolica di autenticità a cui la soggettività metropolitana attinge quando ha bisogno di sentirsi meno morta. Nessuno di questi meccanismi ha liberato nessuno. Li ha resi utili. Il Sud Italia è calato nello stesso processo, con la particolarità che qui lo facciamo con entusiasmo, convinti di stare celebrando qualcosa invece di venderlo.
Per cui: in fretta! Tutti sul Frecciarossa che in sole ventitré ore ti riporta a casa. Ci sono pure i musicisti folk! Tutti in fila per la loro ciclica necessità di regressione nell’utero di mammà, si torna bambini, ragazzetti di paese, così la si può smettere di diventare se stessi. Tutti in sella alla macchina del tempo! Il Sud è una dose di anestetico, una riserva spirituale.
Povere nonne e povere zie, Pellerossa nelle riserve del Dakota, tra buatte e boccacci di salsa di pomodoro, il sogno sciamanico che tiene connesse le generazioni, smerciato come i sogni dei pellerossa ai turisti bianchi in cerca di vibrazioni. DELIA diventa involontariamente una rifrazione dei musicisti del Delta del Mississippi che suonano il blues in loop nei cocktail bar di Memphis per un pubblico che vuole commuoversi senza conseguenze. DELIA e noi tutti siamo lì, siamo nelle piazze piene per finta, svuotate dallo spopolamento inarrestabile, con i carusi per strada e le madonne illuminate a favore di telecamera – hanno fatto carte false per prendere parte al nuovo spot di Dolce&Gabbana –, con le modelle in abiti settecenteschi che sanno di tradizione con un pizzico di innovazione, che sgambettano una improbabile tarantella e volteggiano attorno al nostro stupore, vendendo il calore impossibile di un mondo che non esiste più, non è mai esistito. E DELIA canta. Canta benissimo. Canta come se non sapesse, o come se sapesse e avesse deciso che non importa.
Rosa Balistreri, a cui DELIA si ispira, portava nelle sue canzoni il sapore della morte, del tufo, della miseria che non si spiega e non si risolve. Licatese amata e disprezzata dai suoi conterranei, negli anni ‘70 la cantautrice siciliana imparò la chitarra da autodidatta mentre si destreggiava tra matrimoni violenti, galera e incontri significativi come quello con Dario Fo a cui la introdusse il compagno pittore Manfredi Lombardi. La Balistreri aveva una voce che veniva dal basso, dalle ferite spietate che la vita le aveva inferto e non metaforicamente, veniva dal basso come dal fondo di un pozzo, come da un posto dove non arriva la luce, e quelle canzoni le cantava come si porta una croce: senza ornamenti, senza grazia, con la brutalità spietata del suo vissuto. Anche lei se ne andò via da Licata e dalla Sicilia, morì in Toscana, siciliana in diaspora, cantava coloro che partivano, non quelli che ritornavano. Odiava la Sicilia, come si odia una matrigna, non la celebrava, voleva lasciarsela alle spalle.
In “Terra ca nun senti”, Rosa urla una ninna nanna-maledizione: “Malidittu ddu mumentu/ cca grapiva l’uocchi ‘nterra, ‘nta ‘stu ‘nfernu”. Delia Buglisi ha una voce straordinaria. Balistreri era rabbia. “Terra ca nun senti/ Ca nun vuoi capiri/ Ca nun dici nenti/ Vidennumi muriri”. Da brava siciliana ingrata – ma come? Non vedi quanto è bella la nostra isola?! – Rosa Balistreri sputa i suoi rimproveri contro la terra natia. “Terra ca nun teni/ Cu voli partiri/ E nenti cci duna/ Pi falli turnari”. Al contrario, la voce di DELIA veste i panni di marchio di autenticità di un testo che autentico non è. È la firma del perito calligrafico sull’opera del falsario. Anche in Rosa Balistreri si piange, “E chianci chianci/ Ninna oh/ aaa ohh/ Ahh”, ma alle lacrime non segue la posticcia vitalità meridionale, dopo le lacrime c’è solo il sonno, il riposo gelido che fa seguito alla disperazione.
Che cosa rimane? Lo scarabeo stercorario e la sua palla di merda, che rotola attraverso il deserto. Rotola la tradizione, rotola la superstizione, rotola la devozione cattolica e le sue derive pagane, rotolano i nomi di Maria Rita e Rosalia. Rotola finché la palla non è abbastanza grande da essere vista dal satellite, abbastanza profumata da sembrare un prato, abbastanza rotonda da poterci costruire sopra un resort a cinque stelle con piscina a sfioro e bottega di ceramica di Caltagirone. Ciò che era destinato a bruciare, il lutto, il pericolo, la pericolosità del corpo meridionale nella sua storia reale, è stato sterilizzato, confezionato, messo in streaming. E noi, che avremmo potuto rifiutarci, abbiamo composto il ritornello.


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