Da qualche settimana vado in terapia. Iuhu direbbe mia madre, che generazione fragile direbbe mio padre, benvenuta nel club direbbero le mie amiche. Ho passato la prima seduta in uno stato emotivo incontrollabile, passando da una lista di punti mentali di cose di cui volevo parlare (un lutto non superato, l’ansia predittiva, la paura di morire che mi si slalentizza in certi momenti cupi) a un discorso caotico tra un singhiozzo e l’altro. La mia prima seduta di terapia è stata un continuo ricalcare l’iconografia americana della ragazza a pezzi: Rory Gilmore che strofina i suoi occhi in un cleenex mentre racconta a un attonito psicologo universitario del suo rapporto con i tipi, l’ansia da prestazione, sua madre, suo padre e i servizi socialmente utili appena conclusi.
Un’ora di cliché a cui mi sono aggrappata con tutte le forze, raccontando anche nelle sedute successive tutto il raccontabile: il mio rapporto con i traslochi, l’assenza di mio padre, il rapporto morboso e ambivalente con mia madre, l’ambizione e la paura che mi guida in una traiettoria di routine e fuga, la paura di fallire mi ha portato a pensare ossessivamente al mio rapporto con la responsabilità.
Più che altro mi ha fatto guardare la mia storia (o quella che per me ora riesco a individuare come la mia storia) da un punto di vista nuovo: c’è stato mai un momento della mia vita in cui non mi sono sentita responsabile di me e degli altri? in cui mi sono sentita totalmente al sicuro, fidandomi dell’altro? La risposta è sì, ma solo nella fascia 0-7 anni e da lì in poi la mia responsabilizzazione precoce e totalizzante ha invaso tutti gli ambiti della mia vita.
Non solo la “brava bambina” (a scuola, a casa, a danza) ma in tutte le relazioni che ho costruito. Non mi ricordo dove leggevo: io vorrei fregarmene di tutto e di tutti ogni tanto, liberarmi dalle scadenze, dalle attese, dalle paure circostanziali, ma è come se rimassi perennemente incastrata in un ruolo che mi è stato dato da quando sono bambina e che non riesco a scrollarmi di dosso.
Nella vita ho conosciuto veramente moltissime persone, intessuto relazioni, cambiato lavori, amori, passioni, ma a un certo punto sono sempre io a tirare le fila, a cercare di far quadrare le cose anche se non voglio anche se nessuno me l’ha chiesto. Come quando inciampi e per istinto metti avanti le mani per proteggerti, io mi proteggo controllando, cercando di capire come risolvere le cose che ho in mano, cercando di evitare impicci, prevengo, ritaglio, rimonto. Questo rapporto con la responsabilità e il controllo alle volte mi immobilizza a volte mi fa fare un sospiro di sollievo, la psicologa l’altra volta mi ha detto: da bambina hai fatto così tanti traslochi che hai imparato a calcolare bene tutto quello di cui hai bisogno, ti sei creata una tua cassetta degli attrezzi per sopravvivere, la responsabilità è uno strumento a volte e poi essere “calcolatrice” vuol dire saper fare bene i calcoli… mi ha messo una strana serenità, mi ha fatto distendere i muscoli, ho sollevato il giudizio su me stessa per un attimo ed è come se mi fossi staccata da terra, vedevo tutto dall’alto: la stanza piccola in cui ci guardiamo negli occhi, la brocca con l’acqua, la scrivania, il tappeto verde e blu al centro, la poltrona dove mi siedo che ha le gambe fini fini e ho sempre paura di rompere. Dall’alto non sembrava così male quella ragazza che tra una parola smozzicata e l’altra stava solo cercando di perdonarsi qualcosa.


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