La morte è un agosto torrido in una distesa infinita di rovine. Soltanto in quell’immobilità oscura si assapora il senso della fine, nell’afa che impedisce qualsiasi movimento, ogni guizzo di entusiasmo. Per vivere in quell’agosto bisogna imboscarsi, e io la morte me la immagino come un continuo imboscamento, un nascondimento eterno della volontà.
Supponiamo davvero che la morte non significhi la fine di tutto, che qualcosa sopravviva a noi stessi, io mi immagino che quel qualcosa sia nella condizione di dover costantemente fuggire. Nella mia fantasia la morte è l’angoscia costante di relazionarsi col vuoto, un vuoto dal quale quel qualcosa che resta deve sempre scappare alla ricerca impossibile di una presenza.
In questo periodo sono felice, e la felicità per me coincide con la voglia di relazionarsi con le cose della vita. Quando sono felice ho la forza di affrontare i problemi, di parlare con la gente, di dire a una persona che mi piace, persino lavorare mi riesce. Da questa voglia di presenza non vorrei mai scappare, insisto all’inverosimile per starci dentro. Mi aggrappo alle situazioni, le cerco, partecipo alle feste.
Forse è proprio questo aggrapparsi alle cose che determina l’angoscia della morte. Il senso della fine ce l’ho sempre avuto presente. Un giorno imprecisato della mia adolescenza, sdraiata sul divano-letto qualche giorno prima dell’inizio della scuola, mi sono immaginata il niente che mi avrebbe atteso prima o poi. Quello che è cambiato nel tempo è il modo in cui mi ci sono relazionata. Ho vissuto questa consapevolezza alternando paura, rassegnazione e accettazione, a volte curiosità, entusiasmo, desiderio di scoperta.
Non è mai esistita felicità in relazione alla morte; il pensiero più consolatorio che ho mai avuto è la connessione con i funghi e con le piante, la sopravvivenza del corpo legata alla sepoltura nella terra, la connessione degli elettroni che strutturano la nostra dimensione atomica con quelli di altri organismi viventi che possano perpetuare il collegamento senziente che caratterizza le strutture prime della vita. La nostra società però rimuove a tal punto la morte da non concederci neanche una degna sepoltura.
Ora immagino il passaggio dalla vita alla morte come un trasloco. Che cosa devo realisticamente portare con me? Cosa è d’ingombro? Ogni cosa a cui mi attacco è un potenziale peso, un impiccio il cui abbandono potrebbe farmi soffrire. La serenità con cui si muore equivale alla serenità con cui si lasciano andare le cose della vita e a me, ora, tutte queste cose piacciono troppo per essere serena all’idea di andarmene.
Vorrei trovare la serenità con cui si ignora ogni gioia, ogni sentimento di entusiasmo e apprezzamento. Vorrei poter rifiutare serenamente ogni invito e ogni festa, abbandonare qualsiasi flirt e voglia di scopare, qualsiasi lettura, film al parchetto, viaggio in macchina, concerto. Rifiutare la parmigiana di melanzane, la mozzarella di bufala, la pasta al forno, il cocomero e il gelato. Vorrei poter vivere in pace e lietamente morire.


Lascia un commento