O muori da attore caratterista del cinema trash demenziale maschilista degli anni Dieci, o vivi abbastanza a lungo da fare podcast e spettacoli teatrali in cui sfrutti l’immagine di persone con la sindrome di down. In ogni caso non ti va molto bene. Paolo Ruffini ha invaso i social con le sue faccette contrite colme di pietismo che potrebbero benissimo rivelare una grave congestione. Io francamente mi chiedo chi gli abbia suggerito che fosse una buona idea.
Che nella cultura tira una brutta aria lo sappiamo da tempo e io non biasimo chi cerca di reinventarsi per tirare su due soldi. Il lavoro fa schifo sempre e il guadagno è sempre immorale. Voci di corridoio però sostengono che Paolo Ruffini a quelle buffonate ci crede davvero. Non è il moralismo paternalista che mi sorprende, è che Paolo Ruffini viene fuori da un modo di fare comicità che certi sentimenti li ha sempre messi alla berlina. Peraltro, lo ha fatto nel modo più becero possibile, con un disprezzo della diversità squallido, con una lente sul mondo maschilista vomitevole, che la sua nuova versione non mette in discussione, anzi forse riafferma. Mentre il mondo dello spettacolo prova a fascistizzarsi un pezzetto alla volta, Paolo Ruffini ha il coraggio di fare la parabola inversa e diventare democristiano.
Oggi tutti di Ruffini ricordano la scena in cui è stato umiliato per sbaglio da Mastandrea ai David di Donatello. Io di Ruffini ho un altro ricordo: una scena di Natale a New York in cui, dopo aver cagato in un giardino, si pulisce il culo con il pelo di Fuffi, uno Yorkshire bianco. È una scena di una bruttezza indicibile, ma almeno nella sua bruttezza era innocua. Faceva solo schifo.
Tre tipi di contenuti prevalgono sui social del nuovo Ruffini: lui vestito da prete che dialoga con persone down; Ruffini che frigna e dice cose cringe (con i down o senza); Ruffini che abbraccia signore anziane rapite dalla sua moralità. Ho una visione che mi colpisce ripetutamente la sera prima di andare a dormire, una specie di microaggressione da social: una vecchia impellicciata che dice a Ruffini “Tu sei down!” e Ruffini che commosso ringrazia: “Non so che dire, grazie, non so cosa ho fatto per meritarmi tutto questo amore”.
Poiché una delle regole più importanti del mercato è differenziare i propri asset, oltre ai down Ruffini ha investito anche sui bambini, che guai a toccarli, sono la voce della verità! L’innocenza disarmante, le follie dette con le vocine, le battutine sui genitori che fanno sempre così ridere. In questo, dobbiamo dirlo, Ruffini ha ripreso direttamente dai programmi Mediaset di Paolo Bonolis e ha copiato format molto diffusi anche all’estero. Ma con i down lo sbigliettamento va alla grande, e infatti a giugno ci sarà uno spettacolo nientemeno che all’Arena di Verona. Non so se accadrà davvero, ma è molto plausibile che un giorno o l’altro Ruffini invada il palco di Sanremo vestito da prete con una schiera di minorenni e down al seguito.
Non c’è niente di nuovo rispetto al passato in quello che Ruffini dice per far ridere, solo che le cose più grevi, al posto che dirle lui, le fa dire ad altri. Di seguito alcune delle frasi che mi hanno fatto più cringiare. La prima, immancabile: “La donna della nostra vita non c’è dubbio di chi sia: è la mamma”. Continuiamo con un dialogo tra lui, che fa le domande, e una persona down che risponde: “Cosa fai quando uno è cattivo?”; “Va lì dove c’è la sedia elettrica”. “Ah, la pena di morte?”. “Sì”. “Così, senza possibilità di redimersi?”. “Deh sì”.
Ancora uno, poi la smetto di torturarvi: “Cosa è successo tra Federico e Davide?”. “Davide l’ha baciato”. “E tu sei gelosa?”. “Beh sì, Federico ora è gay”. “Basta un bacio per essere gay?”. “Sì”. “Quindi ora tu sei fidanzata con un omosessuale?”. “Sì”. Come se la ride Ruffini mentre fa dire cose assurde a persone down palesemente in difficoltà. È La Zanzara, ma peggio.
Se facesse un minimo di sforzo in più di elaborazione, i suoi spettacoli potrebbero essere davvero una critica alla morale che infetta il dibattito pubblico sulla diversità. Invece in quella morale Ruffini ci sguazza. Frasi come “i down non farebbero mai la guerra perché hanno l’amore dentro”, seguite sempre da quello sguardo mezzo commosso, sono la più becera e abilista riaffermazione della diversità delle persone con cui Ruffini collabora, un inno alla superiorità morale di chi piange lacrime fasulle soltanto per autocompiacersi a furia di like. Paolo Ruffini mi disgusta.
In Italia siamo pieni di compagnie e di spettacoli che ragionano seriamente sulla disabilità, che portano in scena persone con un senso reale di inclusione sociale, che tentano di superare i pregiudizi: perché all’Arena di Verona dobbiamo far stare sul palco proprio lui?


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