Dato che non avevo voglia di scrivere questo stanca di ho chiesto all’AI che mi ha dato un divertente articoletto, incrociando tutte le tendenze che avrebbero avuto il migliore engagement su Instagram, dal daily vlog al friendship admin. Tra le diverse opzioni ho scelto “Stanca dei messaggi vocali da 7 minuti”. Era un problema in cui mi riconoscevo, un inconveniente comune, simpatico e grottesco. Mi aveva fatto ridere – un po’ stupidamente – quando diceva che grazie al 2x i nostri amici sembrano dei “piccoli scoiattoli sotto anfetamine”. Penso possiate recuperare da sole il testo fornendo un prompt alla vostra intelligenza artificiale di fiducia con i dati basilari: il nostro sito, la rubrica stanca di e chiedendo di fare attenzione a rispettare i trend odierni.

Purtroppo a quel punto ho cominciato a pensare. Dentro di me non c’era un blocco moralistico – signora mia, ci ruberanno il lavoro e pure la scrittura! – era qualcosa di più sottile e contorto che mi sono sforzata di sviscerare. Sono una persona abbastanza pigra, soprattutto in questi giorni in cui il sole scarseggia e il freddo abbonda. Tutto quello che posso fare con l’AI, lo faccio con l’AI. Le risposte sono sempre più sorprendenti mese dopo mese, nonostante la mia non abbia una profilazione e personalizzazione completa, perché scrocco la versione pro con l’account della mia vecchia università, che ne limita la raccolta dei dati.

Cosa altro c’era? Un problema deontologico? Un po’, ma non era quello il punto. Tutti siamo più o meno coscienti in redazione di come gli stanca di trainino parecchio la rivista sui social. Li scriviamo, ci divertono, ci piace l’idea di un rant anonimo in cui il narcisismo di fondo è disinnescato. Alla fine se i social vogliono in pasto uno yap un po’ più intellettuale, non può che far bene al nostro ranking algoritmico e spingere quegli sviaggi psichedelici infiniti che scrive Giovanni Padua o Federica Ranocchia che dà di matto per il genocidio. Lo reputerei efficiente e ragionevole, anche se poco elegante, scrivere gli stanca di con l’AI.

Ma una punta di amaro mi rimaneva sul retro della lingua, un amaro esistenzialista. Non era tanto il lasciare scrivere l’AI (comodo) ma il non scrivere io (scomodo). Non era un problema di efficienza (vince l’AI) quanto di sottrazione del dialogo che avviene in me durante la scrittura (bello!). Non parlo molto con me stessa, nella mia mente intendo. Generalmente faccio pensieri ricorrenti stupidi o semplicemente ossessivi. A volte ritengo di avere delle idee geniali che dimentico, oppure che svaniscono da sole, stingendo nella loro impossibilità di essere realizzate in tempi e con energie sufficienti. Con la scrittura è diverso. In questo momento, mentre fisso lo schermo bianco accecante che si riempie di caratteri – e mi maledico di aver impostato il filtro per la luce blu solo dopo le 21 – mi sto parlando in un modo straordinariamente sensato. E parlandomi preparo me stesso a depositare queste parole nel mondo. Sto creando una breccia tra i miei circuiti neurali e la realtà. La cosa già mi sembra in bilico tra il sorprendente e il banale. C’è sempre il rischio che l’esaltazione solipsistica svuoti di senso l’intuizione.

Quello che rimane è che scrivendo si crea un movimento che facendo scrivere l’AI non si mette in moto in me, mi porta dove non andrei mai volontariamente se non con l’ausilio di una buona dose di sostanze psicotrope. È come se adesso mi dovessi vestire e uscire e camminare senza davvero sapere dove sto andando. Credo sia impossibile. Anche forzandomi di camminare in una specie di stato di trance autoimposto, il più piccolo briciolo di attenzione collegherebbe gli incroci, le insegne e i marciapiedi a percorsi già consumati, costruirebbe una mappa di sicurezza per tornare a casa attraverso un anello di strade conosciute o sconosciute, ma che comunque riportano a strade conosciute e poi a casa. Scrivendo invece – anche facendo musica in realtà, quindi generalizzo: nelle mie attività creative – non ho la minima idea di dove stia andando e questo paradossalmente mi permette di incontrarmi. Di essere io la meta.

Mi sembra quindi che il possibile danno che ogni attività automatizzata e delegata tende a causare non sia tanto l’impigrimento – praticamente tutte le grandi intuizioni filosofiche e scientifiche sono nate nel dormiveglia o fissando il soffitto – ma la rimozione del dialogo col sé. No, non è proprio il dialogo, è più l’attenzione al sé. Se non stessi leggendo pacchi di testi buddhisti… – ma sto leggendo pacchi di testi buddhisti – quindi la chiamerò la presenza a sé! Mi sembra che abbia ragione Valentina Tanni quando in Exit Strategy faceva convergere la stragrande maggioranza delle attività connesse a internet a un desiderio innato di fuga da sé, che la tecnologia realizza in una specie di viaggio astrale digitale autoindotto. Il problema non è tanto fuggire. Fatemi prendere un momento per citare una delle mie frasi preferite di Shirley Jackson: “Nessun organismo vivente può continuare a lungo a esistere sanamente in condizioni di realtà assoluta; anche le allodole e le cavallette sognano”. La necessità di fuggire da sé probabilmente nasce con la coscienza stessa, che in maniera innata – spinta e controspinta – ci porta alla presenza mentale. Ma quando decidere di fuggire da sé, in quale contesto, a quali condizioni?

Un altro esempio un po’ più stupido, per non volare solo alti con Shirley Jackson, possiamo trovarlo in Cambia la tua vita con un click, quella commedia stupida e moralista del 2006 di Frank Coraci con Adam Sandler. Lui – non mi ricordo come – trova questo telecomando che gli permette di fermare o accelerare il tempo, ne abusa, alla fine scopre che ha perso molti dei piccoli momenti importanti della vita – mi stanno sudando le mani solo a farne la sinossi –  e ora è estraneo a se stesso e ai suoi affetti, purtroppo non può più tornare indietro. Il rewind credo che purtroppo non funzionasse, ma non ne sono così sicuro, perché non vedo il film da una vita, magari c’era un’altra spiegazione. Comunque sia, delegare quelle quattro o cinque attività che rendono sostenibile la nostra esistenza, facendoci sentire riallineati rispetto alla costante disforia mentale tra il presente e un oltremai ipotetico in cui viviamo, mi sembra stupido. Anche perché: non appena si comincia, la fatica sembra sparire e inizia il divertimento.

Forse dovrei vestirmi e uscire, perché sono quattro giorni che sono dentro casa a leggere quei maledetti testi buddhisti e sicuramente fuori sta succedendo qualcosa che mi sto perdendo, mentre sto qui a lamentarmi nell’anonimato. Chiudo con questa riflessione: da piccola amavo le piscine, mi faceva schifo nuotare, ma amavo le piscine perché erano divertenti. Le piscine però sono sempre fredde. Non ricordo di aver mai pensato all’acqua fredda da bambina, facevo i tuffi a capriola senza pensarci e poi uscivo subito fuori per farne un altro. Perché il punto non era entrare in acqua ma il contatto tra me e l’acqua, la vibrazione dei corpi che si schiantano. Oggi sto ore e ore a fissare quell’azzurro tremolante, soppesando mentalmente la sensazione che farà sul mio corpo quel liquido freddo e comparandola con il divertimento che ne potrebbe seguire . La maggior parte delle volte, dopo circa quindici minuti passati sul bordo con le mani intrecciate dietro la schiena, faccio dietrofront, torno alla sdraio e imbraccio un altro libro buddhista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *