Conversazioni è una rubrica mensile anonima a cura della redazione di Stanca. Due o più persone della redazione dialogano su un tema a partire da uno spunto di riflessione, un’esperienza personale, un fatto di cronaca o qualcosa che hanno letto, visto o ascoltato. Con questa rubrica cerchiamo di rompere l’idea di autorialità individuale – e speriamo di non litigare. Ogni blocco di testo è da leggere come un intervento all’interno della conversazione. Nella prima Conversazione parliamo di relazioni aperte.
Ho una relazione da quasi otto anni, da un paio l’abbiamo aperta, tutti e due siamo andati a letto con altre persone, tutti e due cerchiamo non solo una scopata facile (non la escludiamo nemmeno) ma una condivisione con altri, uno spazio segreto, uno spazio di gioco. Questo è il nostro patto. Poi c’è anche un’altra cosa: condividiamo con l’altro se siamo andati a letto o ci piace qualcuno di nuovo. Senza per forza nomi o dettagli o linee temporali, ma se non torno a casa la notte non voglio mentire a M., è difficile. La prima volta che ho fatto sesso con un uomo diverso da M. me la sono vissuta molto male, non riuscivo a levigare il senso di colpa di volere moltissimo un’altra persona (volerci scopare, volerci dormire, volerlo lateralmente nella mia vita). Mi aveva mandato in palla. Avevo confuso i piani, mi vivevo la relazione aperta come un tradimento e per la paura di ferire M., avevo ferito entrambi. Poi c’è la terza persona che chiameremo C. ma forse non è ancora ora di parlarne. Comunque è proprio vero che sono tutti esercizi di respirazione come scrive Pacifico nell’ultima parte di Solo storie di sesso, pratica e respirazione. E poi ogni caso è diverso, ogni incontro è diverso, si deve sempre rimodulare daccapo: è impegnativo. Alle volte mi fa rosicare quando la gente parla delle relazioni aperte solo per giustificare l’andare a scopare in giro, lo trovo un appiattimento non solo emotivo ma soprattutto politico.
Ho avuto una relazione aperta, penso di non volerla mai più. Io e S. siamo stati insieme tipo tre anni, un po’ meno. La relazione è iniziata con lei che apertamente frequentava me e un’altra persona allo stesso tempo, anzi aveva iniziato prima a frequentare lui e poi me (è una relazione aperta questa? è poliamore? ha un altro nome?). Però in quel periodo io vivevo fuori dall’Italia e quindi la vedevo poco, diciamo che erano più scopate occasionali che una vera e propria relazione. Poi sono tornato in Italia, ci siamo messi insieme, lei ha progressivamente smesso di vedere lui, è diventata di fatto una relazione monogama, io sono stato a letto con un’altra persona soltanto una volta, è stata psicologicamente tragica, fine. Quando lei dopo un paio d’anni ha avuto il desiderio di stare con un’altra persona, di fatto già non mi amava più, quindi ci siamo lasciati. Ogni tanto, in qualche discussione, lei mi ricordava che avevamo una relazione aperta (forse lo ricordava a sé stessa?). Nel modo in cui processo i sentimenti d’amore o di innamoramento vivo sempre una specie di bilanciamento. Mi è sempre capitato di amare una persona alla volta, di volere una persona alla volta nella mia vita. Questo non significa che non ritengo possibile il contrario, riconosco la naturalità del poliamore e della possibilità che ci sia attrazione per due o più persone contemporaneamente, sia anche momentanea o estemporanea. Sto provando a mettere a parole il perché non voglio una relazione aperta ma non ci riesco, quindi posso dire soltanto le non-motivazioni per cui non la voglio. Non è per gelosia né per possesso; credo anche che se la mia partner mi dicesse che è stata con un’altra persona questo non sarebbe di per sé motivo di fine della relazione; non è nemmeno per insicurezza, anche se sono di base una persona insicura. Forse un po’ è per pigrizia, un po’ perché credo che l’amore che provo per le persone con cui sto è sempre una forma di amore che comprende l’appagamento, un appagamento simile a quello alimentare. Cioè se io sto con una persona sono tendenzialmente appagato da quella relazione e se provo interesse per un’altra persona è quasi sempre sintomo della fine di quell’appagamento emotivo. Non so se si capisce.
Però un piano è quello dell’amore, un piano è quello del desiderio. Non provi desiderio per altre persone quando sei in coppia? Lo reprimi? O lo soddisfi senza comunicarlo?
Mi capita ovviamente di provare attrazione o desiderio per altre persone. È un desiderio quasi sempre estemporaneo o momentaneo, che quasi mai approfondisco. Può essere desiderio fisico o intellettuale. Non direi che lo reprimo, piuttosto non ho voglia di assecondarlo. In una relazione passata ho tradito la ragazza con cui stavo, ho capito che è una cosa orribile da fare, da vivere e da far vivere all’altra persona, non soltanto per il giudizio morale che si può avere verso il tradimento, ma proprio per gli scazzi che il tradimento comporta. Al di là dei giudizi, mi sembra proprio un modo inefficiente e insensato di assecondare il desiderio. Vorrei anche dire che abbiamo costruito decisamente troppe sovrastrutture culturali attorno al sentimento amoroso e soprattutto attorno al desiderio, sovrastrutture che spesso valgono per una cerchia ristretta di persone (il ceto medio riflessivo), però ci arriviamo dopo. Prima vorrei chiarire un punto: tu dici che non è giusto usare le relazioni aperte per giustificare l’andare a scopare in giro. Sono d’accordo con te. Ma allora a che servono le relazioni aperte?
Il discorso per me è molto ampio e stratificato, proverò a fare un po’ di chiarezza (anche e soprattutto dentro di me). Intanto metto in crisi subito il titolo di questa Conversazione: non so se c’è una definizione di relazione aperta, ma più tempo passa più mi sembra che ogni relazione sia diversa e attraversi cicli stagionali di amore, affetto, desiderio e attrazione. Quindi parlare di relazioni aperte, in effetti, è parlare di qualcosa che esiste in teoria ma che fa fatica ad aderire alle sfaccettature storte dei rapporti umani. Per quanto riguarda il verbo “servire” mi fa un po’ paura messo così, ma capisco la domanda. Per me che sto in una relazione così lunga e così porosa, che mi ha accompagnato in tutti i miei vent’anni e che ha preso molte forme diverse (anni a distanza, anni di convivenza), è stato un passaggio piuttosto naturale anche se indiscutibilmente faticoso. Mi sono ritrovata a un punto in cui il mio desiderio per altre persone mi immobilizzava, mi ero resa conto di avere un pattern: una volta ogni uno-due anni mi prendeva una bella cotta per qualcuno e iniziavo questa danza di avvicinamento/allontanamento, finendo per confondere me e gli altri. Ho quindi condiviso questo desiderio di poter conoscere e sperimentare con altri, trovando dall’altra parte una persona che aveva lo stesso identico desiderio. La prima conversazione è stata quasi tre anni fa, a colazione. Mi aveva colpito che fosse uscito a colazione, mentre bevevamo il nostro solito caffé, mentre parlavamo delle cose da fare, qualche piccola tenerezza. All’inizio il desiderio per gli altri era come un sogno. Nella nostra testa noi avevamo iniziato questa fantomatica “relazione aperta”. Ma non è stato così, il percorso è lungo. Per questo mi fa rosicare il processo di semplificazione che vedo sempre più spesso intorno a me. Mi sembra che “relazione aperta” sia un’etichetta adesiva che si attacca sulla giacca da lavoro della coppia “giusta” ma che poi diventa una sorta di tana libera tutti. Penso che “aprirsi” sia un modo per inseguire il proprio desiderio partendo però dall’idea che la cura del tuo compagno sia al primo posto. È un continuo rinegoziare. Intorno a me vedo quasi solo persone che dicono di essere in “relazione aperta” come scarico di responsabilità, depotenziando sia il valore dirompente del desiderio che il valore politico della cura. Soprattutto vedo uno scollamento nel discorso che facevo all’inizio tra il teorico e il pratico, se tu mi dici che sei aperto, vuoi inseguire il tuo desiderio, penso sia bellissimo ma se poi nel pratico andiamo a letto insieme senza poterne mai parlare o ancora peggio quando sei in una relazione ambigua con altre persone, lì non c’è ricerca, non c’è cura, è solo l’ennesimo modo di piegare un’idea di condivisione e di spinta verso l’altro in una chiusura personale. Non sto dicendo che ogni volta che uno si fa una scopata deve parlare dei movimenti del proprio desiderio (anche perché l’estemporaneità è una delle cose più belle e vitali), ma che vedo intorno a me tanti uomini che sono al centro di una costellazione con persone che ruotano intorno che non sanno nemmeno in che posizione si ritrovano (molto spesso le ragazze intorno a me si trovano in una forma di relazione che ricalca quella subalterna e patriarcale). E un’altra cosa che sento (questa è molto personale) è che la chiarezza relazionale (dire io sono in coppia con x) allontana invece che avvicinare. C’è una paura di immischiarsi folle (tra l’altro in una dimensione che non c’entra niente con loro) e quindi ci ritroviamo intorno tutte persone che dicono “sì, ok la relazione aperta ma io non voglio saperne niente degli altri” che sicuramente è una modalità, ma allora che spinta rivoluzionaria avrebbe questa “relazione aperta” se io per me tu per te? Poi, vorrei fare una postilla: io parto da una postura molto specifica, convivo insieme al mio compagno da anni e il mio concetto di “relazione aperta” (anche se abbiamo detto che come categoria è molto malleabile) è un incontro non solo fisico ma anche mentale (delle piccole cotte; dei piccoli shock emotivi fuori dalla coppia). C’è anche da dire un’altra cosa che vedo intorno a me; se da un lato c’è una forte non chiarezza (quindi quello sfasamento tra teorico e pratico) e quindi un’incapacità di portare avanti tante relazioni diverse (con il termine relazione non intendo relazione amorosa quindi un poliamore ma l’idea di un relazionarsi all’altro), dall’altro estremo mi sembra che c’è il rischio opposto ovvero piegare lo spettro relazionale al modello lavorativo. Faccio un esempio: io sto in coppia con M., ma in questo periodo ogni tanto mi becco con C. e G., allora la mia vita emotiva diventa una strana torre di performance in cui devo stare con il mio ragazzo ma vedere una volta ogni 2-3 settimane anche gli altri rispettivi tipi, appiattendo anche qui il desiderio e la curiosità a una sorta di impegno schedulato che mi fa un po’ paura. Poi penso anche che la gelosia sia un cosa molto interessante da tirare fuori. In generale mi sembra sia demonizzata: o sono geloso quindi no apertura o sono geloso ma non posso esserlo perché non è accettato in questo modello affettivo quindi non voglio sapere niente di quello che fai con gli altri. Mi sembra che anche questo sia folle. Poi c’è anche chi non è proprio geloso. Io un po’ lo sono, sono un po’ una rosicona lol
Tu che rapporto hai con la gelosia?
Lo sono stato per insicurezza, in alcune relazioni. Per fortuna la mia gelosia non si è mai trasformata in possesso o prevaricazione né in rabbia verso l’altra persona. Prendiamo il caso di S.: ero geloso dell’altro partner, gliel’ho anche detto, ma mai mi sarei sognato di impedire a lei di vederlo, non solo perché eravamo d’accordo sulla relazione aperta, ma perché sapevo che la mia gelosia era l’effetto di un mio problema con me stesso, su cui col tempo ho lavorato. Torno a quello che dicevo prima sulla mia relazione attuale: se sapessi che la mia partner ha fatto sesso con altre persone, per me non sarebbe di per sé motivo di rottura. La prima cosa che le chiederei dopo averlo saputo è se mi ama ancora, se vuole ancora stare con me, se è andata con un’altra persona perché aveva voglia in quel momento o se è perché non sta più bene con me. Penso sia questo, alla fine, il discrimine tra una relazione funzionante e una disfunzionale, al di là delle regole che uno si può dare. Si può tradire in mille modi, credo, anche nella relazione più aperta del mondo. Credo che alla base di qualsiasi rapporto ci sia un patto di fiducia prima e molto di più che delle regole di comportamento, e il tradimento si può determinare in modi che vanno al di là del mero rapporto sessuale o in generale del rapporto con gli altri. A proposito di gelosie e senso di possesso, sento spesso dire che le relazioni aperte sarebbero relazioni più “sane”. A me dà fastidio questa sanificazione dell’amore. Un po’ perché sanificare qualcosa significa presupporre l’esistenza di una patologia – mi chiedo se la patologia allora sia il rapporto o l’amore stesso. Un po’ perché, ammettendo che l’amore malsano si determini dentro un certo tipo di rapporto, non credo che esistano a priori rapporti “sani” e rapporti “malsani”. Escludendo ovviamente dal ragionamento tutti i casi di violenza maschile a ogni livello, mi sembra che a determinare la “sanità” di un rapporto nel giudizio comune sia spesso l’elaborazione teorica di una ristretta classe intellettuale, agiata o disagiata che sia. I borghesi istruiti figli di gente con la casa di proprietà a un certo punto hanno cominciato a decidere che un certo stile di vita fosse più sano degli altri e più desiderabile per un certo tipo di coppia – e poi per tutte le coppie. È qui che io non mi ritrovo più bene nel discorso.
Mi sembra che siano discorsi abbastanza diversi, che si confondono i piani. Non capisco cosa c’entra la sanità relazionale o/e l’amore sano in questo punto della conversazione. Se alcuni borghesi hipster dicono che l’unico modo per avere una relazione sana è aprirla sono cazzi loro, non penso sia quello che veramente vogliamo approfondire qui. Poi se l’idea è dire le relazioni aperte sono l’ennesimo vessillo cooptato dalla borghesia che ne ha fatto un brand ok siamo d’accordo. Dalla psichedelia a Mubi, l’operazione è quella. Però la distorsione e il piegamento del concetto di relazione aperta non depotenzia l’idea stessa di relazione aperta. Anzi vorrei fare un saltino indietro, a quando dici: “Si può tradire in mille modi, credo, anche nella relazione più aperta del mondo”, lo trovo veramente un movimento retorico, un po’ “signora mia, di acqua ne è passata sotto i ponti, ci tradiamo sempre ma alla fine ci amiamo”. Boh lo trovo veramente paura di mettersi uno di fronte l’altro (a colazione o a pranzo o a cena) e affrontare insieme cosa sta succedendo nella vita sentimentale dell’altro (se ha incontrato qualcuno, se ha una cotta, se vuole solo scopare, se non vuole assolutamente fare niente, se è un periodo in cui si vuole stare solo con il proprio compagno e basta) e poi chiedersi cosa sta succedendo alla vita sentimentale condivisa (dove siamo? come stiamo? abbiamo progetti? quanto siamo ancora innamorati? lo siamo? per ora lo siamo), dire “si può tradire in mille modi” lo trovo veramente una pigra giustificazione per non mettersi in discussione e coltivare il proprio orticello personale. Per me la relazione con l’altro è crearsi un giardino, annaffiare etc etc sono pronta per essere tacciata di retorica con quest’ultima frase ma lo credo davvero.
La necessità di confrontarsi è esattamente quella di cui parlo quando scrivo “La prima cosa che le chiederei dopo averlo saputo è se mi ama ancora, se vuole ancora stare con me, se è andata con un’altra persona perché aveva voglia in quel momento o se è perché non sta più bene con me”. Non ho mai negato la necessità di “affrontare insieme cosa sta succedendo nella vita sentimentale dell’altro”, anzi è essenziale in qualsiasi relazione, che contempli la possibilità di averne altre contemporaneamente o meno. Riguardo alla mia frase sul tradimento, magari è un po’ retorica – come quella sul giardino – ma non è una giustificazione di relazioni vecchio stile in cui si stava insieme perché lo impone la morale e perché il tradimento si fa in silenzio e poi si torna a casa. Niente di tutto questo. Volevo solo evidenziare, e penso tu sia d’accordo con me, che la relazione aperta non annulla in automatico il rischio di incomprensioni, sfiducia o più in generale della fine di una relazione, né potenzia di per sé le facoltà di dialogo nella coppia. Penso che sia una considerazione ovvia senza la quale il mio discorso terrebbe lo stesso, ecco, ma che volevo fare. Tengo molto invece al punto sulla sanificazione dell’amore, e vorrei ampliarlo. Non credo sia fuori contesto. Non parlo soltanto di estetiche o di brand, che pure sono onnipresenti; penso che se dobbiamo parlare d’amore dobbiamo guardare anche cosa succede fuori dalla nostra classe sociale. Il ceto medio riflessivo è riuscito a stabilire con buona approssimazione cosa è desiderabile per sé stesso. Penso che io e te, ad esempio, al di là delle diverse modalità con cui le nostre relazioni si determinano, abbiamo un’idea coincidente di quali dinamiche appartengono o meno a una relazione “sana”, abbiamo un’etica dell’amore molto sovrapponibile. Ecco, secondo me nel nostro dialogo dobbiamo anche fare i conti col fatto che questa idea di amore non è maggioritaria, se non altro per avere uno sguardo ampio sulla questione. Come sai mi interessa molto Walter Siti, che adesso si è un po’ rincitrullito, però lui dice una cosa secondo me molto interessante: cosa me ne faccio del mio desiderio se è turpe? e se è totalmente immorale? Il concetto di relazione aperta nelle sue mille sfaccettature è probabilmente la forma più progressista nello spettro dell’etica dell’amore e sono sicuro che l’elaborazione teorica di questa forma d’amore possa influenzare la società nel suo complesso, ma ogni tanto mi piace guardare anche da altre parti. Non per me, che sto bene come sto, ma per riflettere su come si determina in generale l’amore oggi. Quello di cui ho paura è che noi che riflettiamo sull’amore non allarghiamo lo sguardo sulla multiformità – a volte turpe – del desiderio.
Oggi ho riletto tutta questa conversazione che stiamo avendo da un paio di settimane e si può capire benissimo il mio umore come varia da giorno in giorno. Mi ha fatto ridere.
Comunque per risponderti alla prima parte: c’è ancora qualcosa che non mi convince nel tuo discorso. Intendi dire: posso parlare con l’altro di tutto, cotte, desideri anche se sono in una relazione monogama, solo che non oltrepasso il limite? Non so mi confonde un po’, credo che la relazione aperta (o come la vogliamo chiamare) è una forma molto sincera del desiderio e anzi come dici tu non annulla il rischio di incomprensioni, anzi, penso sia veramente faticoso negoziare ogni volta, cercare di capire l’altro, assecondare il suo desiderio che ti può allontanare dall’altro ma può anche avvicinarti moltissimo. Motivo per il quale anche se mi dici “non lascerei per un tradimento”, stiamo parlando di due cose diversissime. Il tradimento o come lo vuoi chiamare è qualcosa che vivi completamente solo, non fai entrare il cambiamento del tuo desiderio nella coppia, lo trovo scorretto, rompi inevitabilmente il patto di fiducia che hai fatto. Poi, per carità, non bisogna essere categorici, ci sono tantissimi modi e tempi per capire come viaggia il proprio desiderio e non è facile. Però non mi puoi dire: non lascerei per un tradimento perché è guardare il dito, mentre dobbiamo ripensare radicalmente i nostri rapporti (anche per capire di voler essere super monogami, ma c’è bisogno di una spinta forte). E secondo me, in generale, è un discorso veramente difficile da fare in linea teorica, ogni relazione è diversa, ogni approccio è diverso, l’unico modo è tenere aperto un canale di comunicazione.
Per quanto riguarda la seconda parte, ora ho capito cosa intendi. Hai paura che la relazione aperta diventi una sorta di abito “giusto” da indossare, e quindi ti chiedi dove va quel desiderio “turpe” di cui parla Walter Siti. È una bella domanda, in questo momento della mia vita credo che avere una relazione aperta comprenda una serie di movimenti e di ferite inevitabili, contenendo spesso anche cose indicibili ma che condivise, forse, possono diventare dicibili? Mi chiedo. Faccio un esempio: mi piace una persona e provo desiderio verso di lui, una persona a cui voglio molto bene ma che è molto irrisolta, intesse tante relazioni senza mai mettersi in discussione, ferendo continuamente tutte le persone che ha intorno, e questa cosa non mi piace per niente. Tutte le volte che lo vedo sento contemporaneamente due energie che sono in contrasto: desiderio e ripugnanza. Alle volte mi sono anche ritrovata, per colpa sua, in una posizione che non mi piaceva e che mi faceva sentire a disagio, ma il desiderio non si è ancora affievolito. Sicuramente l’ho gestito, l’ho addomesticato anche nell’ottica per la quale è una relazione molto marginale della mia vita. Insomma la persona che amo e che ho scelto come compagno è un’altra e ne sono felice. Ma delle volte questo desiderio storto straborda verso persone che voglio ma che mi mettono anche a disagio intossicando la relazione che ho scelto, e allora si cerca di addomesticare in due questo senso di ricerca fuori dalla coppia, si cerca di gestire cosa ci fa stare troppo male, si limano i danni, ma non penso sempre si riesca; delle volte si sta malissimo, ci si rosica, si mette in discussione tanto. Insomma non penso che la relazione aperta sani il desiderio turpe o lo escluda, anzi, penso però che la relazione aperta (se c’è volontà da entrambi i lati) può essere un modo di esplorare profondamente il rapporto di coppia e mantenere anche uno spazio di indipendenza sessuale e esperienziale.
Nella critica che mi fai hai colto perfettamente il punto che non sono riuscito a esprimere a parole. Io sto in una relazione monogama per prassi e per inclinazione individuale, non perché teoricamente penso che sia la cosa migliore per me o per gli altri. Non è detto che in futuro questa cosa resti immutata, proprio perché, come dici tu, e su questo siamo d’accordo, quello che più conta in una relazione sono il confronto e il dialogo situati. Mi pare che abbiamo tirato fuori un punto importante: l’essere situato e condiviso è l’unico modo in cui si può determinare una relazione che renda felici le persone, al di là della sua forma. I limiti e le regole imposti come tali hanno senso soltanto nella morale, mentre l’amore deve essere di per sé immorale, nel senso che deve determinarsi al di là di ogni regola finché fa stare bene le persone non da sole, ma proprio in relazione con gli altri.


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