Madre mia se stavo in crisi. 2021, il mondo che si stiracchiava in un abbozzo di normalità monca, giusto sufficiente a tenere su la maschera. Nelle storie vedevo amiche e conoscenti di nuovo in ufficio, meme sulla mascherina che ti appanna gli occhiali, un balletto virale sulla collega anziana che ti si soffia il naso accanto.
A me invece avevano fatto una bella sorpresa: tre settimane e quattro giorni — nemmeno un mese — di lockdown e Luigi mi aveva fatto scrivere dalla responsabile paghe che, purtroppo e con enorme dispiacere, la situazione era critica, l’evento imponderabile, le leggi beffarde del cosmo. Niente più soldi per tenermi a bordo, che chissà poi se nel nuovo e incerto scenario internazionale il mondo avrebbe ancora avuto bisogno di restauratrici di pellicola.
Capirai, non gli era parso vero di potermela mettere in culo. Qualche infame era corso a raccontargli di come lo avessi sputtanato con tutto l’ufficio, e da allora ero finita nel mirino.
Poco male mi ero detta i primi giorni: sai quanto ci metti a trovare un posto di lavoro migliore o quanto meno uno in cui il titolare non si chini ogni mattina sulla tua postazione a raccontarti dell’americana di Tinder che la sera prima “ha piegato in quattro come un tavolino da campeggio”.
Che poi, ripetevo godendomi le smorfie inorridite che strappavo, non era tanto la quotidiana molestia sessuale a infastidirmi — a racconti di quel tipo ero abituata dallo scientifico — quanto le impronte delle mani sudate che lasciava sui miei fogli. Una volta, mi è testimone
Isa a cui avevo pure mandato la foto, aveva spremuto i palmi fradici sui miei appunti al punto da rendere trasparente la carta.
Sia come sia, il soprannome ciccio sudore gli era arrivato all’orecchio e a me era toccato aggiornare il curriculum. Le settimane e poi i mesi erano scivolati via rapidi dal calendario: un brindisi su Zoom alla volta, una pizza preparata con mamma dopo l’altra, vari episodi di Mare Fuori e nessuna offerta di lavoro. Nemmeno una risposta alle decine di candidature spontanee che avevo inviato nei primi giorni.
Confortata dal bozzolo di una società al rallentatore, avevo sostituito lo slancio iniziale con una graduale letargia che solo al primo vero ritorno al tran tran novecentesco, si era rivelata per ciò che era davvero: la più rotonda e azzurra delle crisi depressive.
Le giornate si erano fuse in una nebbia appiccicosa. Sotto le coperte fino a tardi, a bruciarmi le retine con le vite degli altri. Un fiume infinito di foto e video e audio nei gruppi. Li sentivo aggrapparsi alle caviglie, impedirmi di alzarsi.
Riuscivo a darmi una lavata con uno sforzo enorme, per poi passare un’ora a battere pigramente improbabili parole chiave – come : restauro+pellicola+lavora+con+noi Routine che serviva più che altro a sostenere lo sguardo terrorizzato dei miei intorno al tavolo del pranzo. “Visto, mamma? Io ci provo, è il mondo che non mi vuole”.
Il pomeriggio tentavo di sparire, di appiattirmi tra poltrona e coperte, nascondendo nel torpore la mia ritirata, l’ennesima sconfitta. Scrollavo e scrollavo nell’attesa che le lancette raggiungessero l’orario di minima accettabilità per scrivere ad Isa, cercare la mano che mi strappasse dalle sabbie mobili.
“🐝?”
Tutti i giorni la stessa battuta.
Sapevo che non le sfuggiva il quotidiano anticipo della mia richiesta – ogni giorno qualche minuto prima del precedente – ma non mi importava.
Ogni tanto mi faceva aspettare, voleva capissi che poteva starmi dietro solo fino a un certo punto, che anche lei aveva i suoi cazzi. Poi però cedeva, amiche 4 ever.
“Ok. 19 da Renato?”
Eravamo per l’appunto nel pieno di una di quelle serate salvagente, sequenze di minuti e quadratini di pizza fredda nell’attesa che compagnia e falso Campari allentassero le mani invisibili che sentivo premere su gola e petto.
Quando Isa aveva spostato il bicchiere vuoto dello spritz e poggiato la fronte sul tavolo umido del locale, “non ce la faccio più” aveva cantilenato in note sicule.
Ma come — avevo pensato — voleva togliermi scettro e corona del piantino quotidiano?
Non ero pronta all’eventualità.
Incurante del mio disappunto, aveva proseguito a spiegarmi come la causa del suo male di vivere risiedesse nell’imminente ritorno a casa per il ponte.
“Non puoi capire, ogni secondo c’è qualcuno che ti scrive, che ti chiama, che ti vuole. Tutti pensano che siccome torni a casa non puoi non incontrarli, gente che magari quando stavo giù vedevo due volte l’anno, e se ora non la becco mi fa il malocchio”.
Non riuscivo a capire dove fosse il problema.
“E te non dire che stai scendendo, cazzo te frega?”
Aveva rialzato la fronte dal tavolo, guardandomi come fossi un’aliena.
“Vedi che giù non è Roma, eh. Tempo che avviso i miei che sto scendendo, e già lo sa mezza città ancor prima che metto giù la cornetta. È una magia”.
“Chi è che si accolla così?”
Si era messa a contare sulla punta delle dita, la bocca piena di taralli.
“Allora oltre ai miei c’ho il compleanno di mia cugina sabato, ma pure la mia amica che si è sposata e mi vuole far vedere casa a tutti i costi e quelli di scuola che fanno la rimpatriata in piazza mo’ che rientrano tutti. Poi domenica mattina, stessa ora, devo prendere un caffè con la mia amica che ha partorito e fare brunch con mia sorella e il marito. Io che faccio, mi sdoppio?”
Continuavo a non vedere il problema. La soluzione si stagliava di fronte ai miei occhi, semplice come un puzzle 0-3 anni. Vedevo i pezzi danzare nel vapore dei nostri respiri.
“Scusa eh, ma basta che fai così: i tuoi non puoi non vederli, è la base. Tua sorella col marito li incastri a cena coi tuoi e vi siete visti, due in uno. Alla tua amica incinta dici che ti sei presa un mega raffreddore e non te la senti di fare l’untrice, il caffè lo vai a prendere dall’amica della casa nuova domenica mattina e quelli di scuola li pisci all’ultimo dicendo che la cena coi tuoi è andata troppo lunga e il viaggio è stato troppo faticoso e purtroppo stai rosicando tantissimo ma proprio non riesci. Magari domenica mattina fai finta di soffiarti il naso un paio di volte, hai visto mai si dovessero parlare la madre e la moglie.”
Si era presa un momento per elaborare quanto le avevo detto. Vedevo gli ingranaggi girare lenti dietro i suoi occhi, le labbra mezze spalancate.
“Eh, però… la fai facile tu. Come glielo dico a mia sorella che cambiamo piani all’ultimo? E alle mie amiche? Dài, non posso”.
“Certo che puoi — avevo afferrato il suo telefono e preso a scorrere Whatsapp attraverso ilvetro crepato — dài, come si chiama quella che aspetta?”
“Giulietta, ma non…”
Avevo scansato i suoi tentativi fiacchi di sfilarmi il telefono e scritto al volo il messaggio discuse della raffreddata.
“Fatto.”
“No, ma come? Minchia che figura di mer…”
Non aveva finito la frase che un bing aveva accompagnato la risposta.
“Non ti preoccupare, sarà per la prossima volta😘”
“Allora? È morto qualcuno?”
Mi godevo il suo sguardo esterrefatto.
“Vogliamo sistemare anche gli altri pezzi?”
Nel giro di cinque minuti le avevo garantito almeno un giorno di pace. Non faceva che ripeterlo, elencando le attività a cui si sarebbe potuta finalmente dedicare. Stava cercando di decidere tra un giro in bici e una combo libro-camino quando si era interrotta di colpo.
“Minchia comunque hai un talento. Ti dovresti fare pagare”.
Eravamo scoppiate a ridere, senza accorgerci del tipo che si sporgeva dal tavolo accanto.
“Oh. Io ti pago davvero. Che dici, 50€ per sistemarmi ‘sto weekend?”
Lì per lì avevo pensato scherzasse, con Isa ci eravamo scambiate lo sguardo del laido-che-ci-prova, ma quello aveva insistito.
“Non sto giocando. Sono disperato. Ho la gastrite che mi monta dieci giorni prima ogni volta che devo scendere, non dormo.”
Aveva sfilato un pezzo da cinquanta dal portacarte e me lo aveva sventolato in faccia.
“Ti prego”.
Isa si era stretta nelle spalle. Avevo preso i soldi e mi ero sentita dire “lasciami un recapito che domani facciamo mente locale”.
La voce non era la mia: il tono cromato, le vocali efficienti. Una macchina.
Quello aveva annuito, sollevato.
Cristiano. Sarebbe diventato uno dei miei clienti più affezionati e il mio miglior sponsor. A volte, per sdebitarmi delle decine di contatti che mi ha procurato, gli organizzo un ritorno in patria offerto dalla casa.
Così, per gioco, gli avevo sistemato il chiarimento con una ex — ho una consegna domattina, richieste del cliente all’ultimo minuto — e una rimpatriata universitaria — scusate ma ho rivisto Domitilla, stasera non me la sento di uscire — e da lì la mia stella era esplosa.
In un attimo si era sparsa la voce dei miei talenti, e con essa la scoperta tra schiere di fuorisede di un grido d’aiuto interiore a cui non avevano mai dato ascolto.
Il telefono esplodeva, non sapevo a chi dare i resti. Compleanni da evitare, dribbling tra aperitivi di lavoro e cene coi parenti, rientri stealth al paesello. Dopo qualche giorno di improvvisazione avevo cominciato a mettere tutto a sistema.
Mi ero creata un codice colore per indicare la gravità dei casi: dal verde — semplici conoscenti da schivare — al rosso, i casi estremi. Madri e nonne.
Il passaparola era stato utile, ma avevo scoperto di poter fare di più. Quel giro di amici di amici cominciava a diventare un recinto soffocante, mi serviva un modo per scavalcare la staccionata. Avevo messo da parte dei soldi: ora dovevo “farli lavorare per me” avevo letto su internet.
Volevo puntare sulla viralità, avevo ingaggiato un’agenzia specializzata in campagne social d’effetto. “Come ce volemo anda’ nei per te? Bestemmie o zinnona?”, mi aveva chiesto il titolare, un ventottenne tarchiato senza stacco tra collo e mento. Avevo scelto la zinnona, più in linea col gusto mediano del mio pubblico. Il reel era girato parecchio: in un paio di occasioni me lo ero trovato in alcune chat di gruppo, mandato da qualche amico che non aveva idea ci fossi io dietro l’indirizzo mail stampato su quella quinta sbattuta su e giù davanti alla telecamera.
Views e condivisioni però – avevo scoperto – si traducevano a fatica in nuovi clienti. Ci avevo guadagnato qualche meme, un articolo di Rivista Studio sulla degenerazione del marketing virale e decine di mail di maniaci.
Era andata meglio con il secondo tentativo, più tradizionale: due enormi cartelloni curati da un noto pubblicitario per aver reso glamour il business dei cassamortari. “ZERO ACCOLLI. FIDETE.”, campeggiava in impact su sfondo monocromo; blu su bianco per quello in Tangenziale, oro e amaranto per quello sulla Colombo. Cromopsicologia subliminale, mi aveva assicurato il tipo. In basso, più piccolo, il mio numero di telefono.
La mossa mi era valsa diversi nuovi contatti e, più in generale, aveva sparso in città un grado di curiosità che faceva bene agli affari.
Dopo un paio di giorni avevano cominciato a contattarmi i cronisti locali, che avevano nasato la possibilità di rivelare ai loro lettori lo scoop di chi si celasse dietro la campagna misteriosa. Uno di questi – si era presentato come Sandro – mi aveva invitato alla radio dove lavorava per una breve intervista nel segmento “Accade in Città”. La radio, avevo scoperto con un’accurata due diligence, era una di quelle stazioni tematiche dedicate esclusivamente al racconto delle gesta dell’AS Roma. Un’idea che trovavo affascinante nel suo parossismo ossessivo.
Lì, durante l’intervista — pochi minuti di blande chiacchiere, in cui ero stata attenta a scandire bene i miei recapiti — avevo avuto l’illuminazione: nell’avvicendarsi frenetico dei messaggi su Whatsapp della diretta, avevo intravisto una rete serrata che avvolgeva la città. Un intrico di gangli e rizomi che si faceva largo ventiquattro ore al giorno nelle radio di tassisti e autisti di bus, di pizzerie e sportelli al pubblico, di negozi e bar e da lì nelle coscienze di migliaia di ascoltatori. Un’autostrada comunicativa che mi avrebbe permesso di inserire il mio messaggio promozionale nel subconscio della città.
A microfoni spenti mi ero informata sui prezzi di un “redazionale” – avevo scoperto tutto un complesso di sinonimi atti a scongiurare l’utilizzo di “pubblicità”, vocabolo maledetto – e, fatti due conti al volo, me ne ero accaparrata una manciata durante la fascia di punta, quella della tarda mattinata.
“Ma quella è la trasmissione di Riccardone” mi aveva detto Filippo da sopra a una birra, gli occhi sgranati.
“Sì, mi sembra si chiami così il tipo. ‘Mbè?”
“Ma quello è un fascio brutto. Negli anni ‘80 ha sgobbato due pischelli fuori da un centro sociale, non lo sapevi?”
Avevo alzato le spalle: non lo sapevo.
“È il più ascoltato del prime time.”
E nemmeno mi importava.
“Ma adesso andiamo in pausa per il redazionale, e diamo il benvenuto alla nostra giustiziera degli accolli.”
“Buongiorno Riccardo, e buongiorno a tutti i tuoi ascoltatori.”
“Senti vuoi ricordare ai più disattenti di cos’è che si occupa il tuo business che non ho paura a chiamare rivoluzionario?”
“Certamente, anche se ormai dai messaggi che ricevo posso dire che grazie alla tua trasmissione sono rimasti davvero in pochi a non saperlo. Non me lo dovrei di’ da sola, però… eheh.”
“Ma dittelo, dittelo.”
“Ecco Riccardo, quello che faccio io è garantire servizi altamente personalizzati a chiunque abbia da gestire una situazione diciamo impegnativa da un punto di vista sociale o relazionale. Che dire: il tempo che abbiamo è poco, e io aiuto a farlo fruttare sistemando tutte quelle pratiche a cui per troppa educazione i miei clienti fanno fatica a dire un ‘no’ piuttosto che un ‘ci posso pensare il mese prossimo’. Posso risultare dura ma lo faccio col benessere dei clienti in testa.”
“Me saresti servita co’ mi’ socera ai tempi, bon’anima. Ahahah.”
“Ahahah, mannaggia Riccardo…”
“Senti, ma solo per gli ascoltatori della radio un trattamentino di favore, una coccola gliela vogliamo riservare?”
“Guarda Riccardo, solo per i tuoi ascoltatori e per ringraziarli del calore che mi riservano ho deciso di fare una follia: una prima consulenza scontata del quindici per cento, e ci buttiamo dentro la risoluzione di un codice verde in omaggio.”
“Ragazzi all’ascolto questa è una GRANDISSIMA occasione, io ve lo dico approfittatene prima che ce ripensa.”
“Eh, sì. Veloci che forse ho esagerato, eheh.”
“Senti allora, lo vogliamo dire insieme prima di salutarci? ZERO…”
“…ACCOLLI, FIDETE! E Forza Roma, Riccardo.”
“Sempre.”
Quando andavo in trasmissione da Fabrizio, su Radio Biancazzurra, il copione era praticamente identico. Dovevo solo ricordarmi di sostituire il saluto finale con l’Avanti Lazio di rito. Altro che viral marketing, con le radio gli affari erano esplosi davvero. Spostarmi di quartiere in quartiere, di locale in locale per incontrare tutti quei nuovi clienti era diventato semplicemente infattibile, e così mi ero presa uno studio in affitto: gli spazi di un’agenzia grafica mandata a spasso dall’intelligenza artificiale. La socialità indigesta per fortuna non sembrava prossima alla tecno estinzione.
Avevo arredato l’ufficio con gusto, volevo che la mia clientela si sentisse accolta e protetta già in sala d’aspetto. Un raffinato mix di design etnico comunicava ai miei terroncelli disperati — li vedevo così a prescindere dalla latitudine — che lì, in quell’appartamento dei Parioli avrebbero potuto abbandonarsi all’abbraccio di una professionista affilata come una spada, sempre pronta ad ascoltarli.
Accoglievo nel mio ufficio il paziente, e col tono fermo e pacato raccomandato dai negoziatori esperti lo invitavo a portarmi con lui nella sua storia, nel suo tunnel di ostacoli umani. In capo a dieci minuti — quindici con i codici rossi — cominciavamo con i messaggi e le telefonate.
“Ma signora mia, mi venga incontro. Mario non riesce a liberarsi prima di mercoledì, se faccio un’eccezione per lei poi la devo fare anche per gli altri, no?”
E giù. Il segreto è non dare all’interlocutore il tempo di rispondere. Colpisci e saluta, clic. La comunicazione deve essere dritta e inesorabile, uno schiacciasassi senza freno a mano.
Di fronte agli occhi imploranti del cliente compongo il numero, sollevo un indice e un sorrisetto mi piega l’angolo della bocca. È l’attacco dell’ouverture.
“Allora, guardi, il primo appuntamento che le posso dare con Arianna è per il 15 alle… no, del mese prossimo. Questo qui è proprio impossibile. Però senta, se mi blocca ora il 15 le garantisco un orario aperitivo. Vado allora? Fantastico. Ma no, grazie a lei”.
“Filippo sta attraversando un momentaccio con gli esami e tutto. Ha bisogno di qualche giorno in famiglia, tranquillo. Se portate pazienza ve lo prometto per il calciotto di aprile. Eh lo so, eh lo so che siamo a febbraio ma il momento è delicato. Allora prenoto?”
“Signora, non serve che alzi la voce. Stiamo tutti lavorando qui. Me l’ha già detto che è la madre, e io le ho già detto che Viola le ha riservato uno slot cena due settimane fa. Ma lo sa che fila c’è per gli slot cena di sua figlia? Lo sa che succede se le faccio saltare la fila? Sia collaborativa anche lei, su”.
Ancora oggi provano a convincermi: implorano, minacciano – senta io sono la madre, Giulio è un fratello, è assurdo che non riesca mai a vedere Elisa – piagnucolano. Non mollo un centimetro, cedi una volta e perdi tutto. Alla fine capiscono il valore di quei quindici minuti per un caffè, di quell’ora per un pranzo. Abbassano la voce, ringraziano.
Ogni tanto mi arriva voce di qualcuno che, sentita la mia storia, decide di entrare nel mercato. Non me ne preoccupo: ventenni di Fiumicino con la terza media e ex piazzisti tritati da qualche schema piramidale. Improvvisati, questo è un gioco da grandi. Concorrenza inesistente.
A fine giornata, quando il calo di tensione nell’aria annuncia lo svuotamento della sala d’aspetto, mi dedico ai miei rituali. Annoto le entrate su un Excel ordinato, solido. Penso alla me di qualche anno fa, a come mi avrebbe giudicata materialista, e invece contare i soldi è l’attività più meditativa a cui mi sia mai dedicata. Pura introspezione.
Traccio nell’aria profumata la traiettoria della mia vita fino a oggi e finalmente vedo un segmento lineare, in ascesa costante.
Caso e talento, li sommi e hai il destino. Io l’ho fatto e adesso poggio i piedi su un tavolo da quattromila euro.
In un manuale una volta ho letto che negli affari contano solo due cose: essere i primi o essere i migliori. Io sono la prima e sono la migliore. Estoy blessed.

