Quando stavo al liceo c’è stato un periodo di psicosi collettiva in cui si andava a ballare il sabato sera in grupponi misti di scuole diverse. Un po’ era per scopare, un po’ per sfogare l’ansia delle interrogazioni e dei genitori, un po’ per prestarsi i rossetti rossi nei bagno luridi. In quel periodo avevamo creato un rituale alcolico, ci si beccava sul Ponte Testaccio, sempre sul lato sinistro e si tirava fuori una bottiglia di gin e una di gazzosa di qualche discount. Mentre si faceva il mischione (che si scaldava in un attimo), ci si beveva una tennent’s e ci si faceva qualche cannetta. La direzione era quasi sempre la stessa, un po’ barcollanti (ma neanche troppo, considerato il grado alcolico e la mia stazza minuta) andavamo verso l’Akab. Il sabato sera era un covo di ragazzine e ragazzini, di prime droghe e di noiose risse tra maschi gelosi.

Quando ho deciso di intervistare Andrea Esu, il direttore artistico dello Spring Attitude, e ho fatto un po’ di ricerca sulla sua storia nella scena musicale romana, quando è spuntato anche l’Akab non potevo crederci. L’idea che nello stesso posto, in un altro giorno della settimana (il martedì) e in altri anni (qualcuno prima), c’era tutta una scena musicale che è stata il germe di uno dei festival che ho attraversato di più negli ultimi anni, mi ha fatto pensare: a quanto cose piccole si devono fare per creare cose grandi (e per quanto tempo si deve farlo); che ci si sente sempre in ritardo (perché le scene sembrano impermeabili e compatte, ma guardandole da dentro sono solo un gruppi di amici che avevano voglia di divertirsi un po’).

Siamo nel 2002 ed è novembre, Andrea Esu comincia a organizzare una serata di musica elettronica insieme a suo fratello e due amici. È alla prima esperienza: viene dalla selezione musicale rock e da poco ha scoperto la house. La serata si chiama L-Ektrica, si fa di martedì all’Akab, andrà avanti per anni, e diventerà l’embrione di Spring Attitude.

Spring Attitude 2013, Spazio Novecento.

La lunga storia di quella scena comincia prima, e Esu la descrive da dentro: “La fine degli anni Novanta e i primi Duemila erano un momento molto fecondo. C’era Agatha a Brancaleone, una serata di sonorità prevalentemente UK – breakbeat, jungle – dove passavano nomi ancora sconosciuti. Ci avevano suonato persino i Daft Punk, agli inizi, quando ancora non li conosceva nessuno. C’era il Goa nei suoi primi anni, con il giovedì degli ospiti internazionali. E poi c’era Dissonanze, che dalla prima edizione nel 2000 era cresciuto fino a diventare il festival di riferimento per tutta la ricerca sonora elettronica in Italia.”

Sono gli stessi anni in cui Brancaleone festeggia i suoi vent’anni con Murcof, Jeff Mills, Trentemøller, Carl Craig, Ellen Allien. Lo scrive Il Manifesto nel 2010, ricordando come quello spazio avesse saputo conquistare un posto in una metropoli permanentemente sospesa “tra modernizzazione corrotta e millenaria accidia”. Il Brancaleone nasce nel 1990, quando un gruppo di studenti del movimento della Pantera occupa una palazzina in via Levanna 11, zona Montesacro. È parte di un’ondata più larga: i centri sociali occupati e autogestiti che in quegli anni si moltiplicano in tutta Italia, dalla seconda metà degli anni Ottanta in poi. Dentro questi spazi si sperimenta – tra le altre cose – una programmazione culturale che risponde ai gusti di chi li abita, più che alle logiche del mercato.

Agatha è una di queste sperimentazioni: la serata del venerdì al Brancaleone, organizzata da dj Andrea Lai e Riccardo Petitti che ricercava sonorità prevalentemente UK, cose che in quel momento arrivano da Londra e non trovano spazio altrove a Roma. Il Goa invece apre nel 1996 in via Libetta, nel cuore dell’Ostiense, il quartiere industriale a ridosso della Piramide, dove i capannoni dismessi diventano locali, gallerie, spazi ibridi. Fin dall’inizio la gente che viene a suonare non è solo italiana, anzi, arrivano da Berlino, da Londra, da Amsterdam. È rimasto aperto per quasi trent’anni ed è tra i locali più longevi di quella generazione. Ha chiuso di recente.

A Testaccio la storia è più fisica. Il quartiere è sedimentato sul Monte Testaccio, una collina artificiale alta trentacinque metri, fatta quasi interamente di cocci e anfore romane accumulati nel corso di secoli di scarico delle merci arrivate via Tevere. Dentro la collina erano state scavate cantine per conservare il vino: grotte di tufo e terracotta frantumata. In uno di questi spazi negli anni Novanta nasce l’Akab. Via di Monte Testaccio, tre sale. Testaccio in quegli anni è il centro del clubbing romano, con Radio Londra e l’Akab che si contendono il pubblico dei giorni feriali e il fine settimana.

Dissonanze era qualcosa di ancora diverso. Il festival lo fonda Giorgio Mortari nel 2000, a quei tempi ha poco più di vent’anni, frequenta warehouse e club notturni, mentre di giorno pensa a come portare quelle esperienze in più giornate e in luoghi diversi. L’idea è quella di portare la musica elettronica sperimentale fuori dai club e dentro agli spazi della città, trattarla con la stessa serietà del jazz o della classica. Il format è nomade: una sera al Chiostro del Bramante, una alla terrazza del Palazzo dei Congressi all’EUR, una in uno spazio industriale. Nel programma c’è un po’ di tutto: techno, ambient, hip hop, glitch, musica concreta, tutto insieme, senza gerarchie di genere, la gente già molto famosa suona accanto agli emergenti. Aphex Twin, Alva Noto, Richie Hawtin, Matmos, Ryoji Ikeda. Dal 2000 al 2010 Dissonanze cresce fino a diventare il riferimento romano per la ricerca sonora elettronica. Mortari muore nel dicembre 2011 a trentasette anni. Il festival non si riprende. Nel settembre 2025, a venticinque anni dalla prima edizione, c’è stata una celebrazione all’Auditorium Parco della Musica.

In quel contesto, nel novembre 2002, all’Akab, nasce appunto L-Ektrica. “Volevamo fare qualcosa di più piccolo, infrasettimanale, per non avere troppa concorrenza: eravamo alla prima esperienza. Io venivo da anni di selezione musicale nei pub e nei piccoli locali, ma facevo il selezionatore di roba rock. Mi ero appassionato da poco alla club culture, alla musica elettronica, alla house. Avevo detto: voglio provare a fare qualcosa.” Con lui il fratello, Claudia e Alessandro. Il martedì, non il fine settimana.

La serata cresce negli anni e diventa un punto di riferimento per chi vuole uscire in un giorno feriale e trovare musica di qualità. “Ogni settimana ospiti internazionali, DJ o live. Alcuni dei nomi che hanno suonato da noi quando erano ancora agli inizi, e poi sono esplosi: Justice, Apparat, Two Door Cinema Club.” Nel 2012, dopo dieci anni, L-Ektrica ha esaurito la sua forma settimanale. Esiste ancora oggi come evento annuale.

Spring Attitude al MAXXI.

Spring Attitude nasce da quell’esperienza lì. “Da L-Ektrica sono nate le radici del festival. Ci siamo uniti ai proprietari dell’Akab e insieme abbiamo dato vita a Spring Attitude. Ci siamo ispirati a Dissonanze per il tipo di progetto, e ai festival stranieri che frequentavo: il Sónar di Barcellona, alcuni festival inglesi. L’idea di far esibire più artisti in un weekend, uno dopo l’altro.” La crescita è stata lenta e deliberata: “Il primo anno un giorno, tre artisti. L’anno dopo un giorno, cinque. Poi due giorni con quattro o cinque artisti al giorno, poi due palchi. Ogni anno aggiungendo un pezzettino” fino alla struttura attuale, consolidata intorno al 2016-2017, con palchi alternati senza sovrapposizioni.

In Spring Attitude non sembra esserci una gerarchia, come succedeva anche in Dissonanze. Gli headliner portano il pubblico – una grande percentuale viene per loro – ma i nomi meno noti definiscono il carattere del festival. Barry Can’t Swim, Jersey, Daniela Pes: scovati insieme a Cristiano Ceffarelli, co-direttore artistico, figura meno esposta ma centrale nelle scelte di lineup. Dal 2015 nei lineup entrano stabilmente gli italiani: Cosmo, Mace, Motta, Populous, Emma Nolde, Post Nebbia. Nell’edizione 2025 il settanta per cento degli artisti aveva meno di trentacinque anni. Anche per quanto riguarda i luoghi è evidente il legame con Dissonanze, la volontà di risignificazione degli spazi. “La nostra volontà è sempre stata quella di trovare luoghi atipici, posti che durante l’anno fanno altro e per un weekend ospitano un festival. Il MACRO Testaccio, il MAXXI, la caserma di via Guido Reni. Non ci siamo inventati nulla: lo faceva già Dissonanze, che portava il festival al Chiostro del Bramante o alla terrazza dell’EUR. Abbiamo visto quello che succedeva e abbiamo detto: facciamolo anche noi.” Poi Cinecittà per tre anni consecutivi, la prima edizione all’aperto, la prima su tre giorni. Dal 2025 la sede è La Nuvola di Fuksas, all’EUR. Lo stesso distretto dove Dissonanze aveva trovato una delle sue case, sulla terrazza del Palazzo dei Congressi.Resta una lista aperta di nomi non ancora arrivati. “Tra i nuovi mi piacerebbe tantissimo avere i Fontaines D.C., sarebbe un sogno. Tra i grandi, i Pixies e i Pavement, una delle mie band preferite. Tra le novità internazionali mi piacciono molto i Kneecap. Vengo dalla musica rock, sono sempre stato più legato a quella, anche se poi ho scoperto l’elettronica. Il festival riflette questa storia.” E gli italiani: “Il sogno che non si è avverato sarebbe stato ospitare la reunion dei CCCP e dei CSI — sono progetti che avvengono una volta nella vita. C’è però un nome italiano che mi piace moltissimo e che non sono ancora riuscito a portare: Liberato.”

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