La masturbazione maschile è troppo spesso lasciata al caso e all’inedia. Non parlo da sprovveduta. Non sono una che ha chiesto agli amici un parere informato e quelli – schifosi – le hanno proposto di dargli una mano. No, sto concludendo un dottorato su “tecnologie e onanismo nell’era post-umana” nel dipartimento di sociologia della Sapienza. Come molti degli attuali studi dell’università romana, anche il mio si è concentrato sul quartiere del Quarticciolo, dove attraverso la somministrazione di questionari anonimi e un approccio speculativo sul campo – ovviamente qui il mio riferimento è stato il lavoro inestimabile di giganti come Harold Garfinkel e Gabriel Tarde – ho potuto constatare che l’uso di tecnologie legate alla masturbazione soffre di non poche problematiche che, se da un lato ne disincentivano la diffusione, dall’altro ne favoriscono una mitizzazione favolistica, negativa e foriera di incomprensioni. Certo il contesto della borgata presa in esame è particolareggiato e proprio per questo estremamente interessante. Devo ammettere di sentirmi spesso immersa in un contesto edenico; non voglio arrivare ad affermare di essere una nuova Triloknath Pandit mentre stringe la mano del capo tribù dei sentinellesi, ma certo non è il quartiere della Camilluccia dove ho avuto la fortuna di crescere e farmi le ossa in questa società.
Qui la sfida è elettrizzante e posso già anticipare che questo diffuso scetticismo è in gran parte dovuto al reddito pro capite esiguo, che ovviamente limita l’accesso a questo tipo di tecnologie, ma anche a una ormai storica presenza di trans brasiliane che, chiaramente, offrono un’alternativa trasversalmente accessibile e rodata alla soddisfazione di quegli stessi bisogni intrinseci presenti nella demografia maschile. Come avrete forse intuito, il mio lavoro si pone a metà strada tra l’approccio statistico della sociologia e quello attivo – mi verrebbe da dire avventuroso – dell’antropologo. Non nego di protendere a volte, a causa di una mia personale inclinazione, per il secondo. Così nei sabato sera uggiosi di marzo rinuncio ai miei UGG Ultra Mini per indossare delle Sketchers rosa salmone e attraversare la liminale via Togliatti e da lì inoltrarmi nell’ignoto o come lo chiamo spesso tra me e me amichevolmente: l’orizzonte dell’evento masturbatorio. Ma sto correndo troppo, ammetto che a volte quando devo illustrare ricerche che tanto mi appassionano, il mio pensiero, come una rapace affamato, va giù in picchiata dritto al punto, come il punto fosse un coniglio terrorizzato in un campo d’asparagi; dimenticando così di attraversare i gradi concentrici di know how necessari alla comprensione, per i non addetto ai lavori di questo campo tanto specialistico.
Quindi cos’è un masturbatore maschile? È difficile dare una risposta a questa domanda che ci ha perseguitato per secoli. Come l’annoso detto che “in tempo di guerra, ogni buco è trincea”, così la forma, le dimensioni e ogni caratteristica fisica di questa entità è variata nel tempo e in base a necessità contingenti che è difficile tracciare, tanto il panorama del desiderio umano è sfaccettato e denso. Posso comunque fornire qualche breve certezza: che la struttura è generalmente costituita da un strumento tubiforme in cui inserire il pene e che in quei bui tempi di violenza e barbarie che sono stati la culla dell’umanità – dal pleistocene alla marcia dei Quarantamila su Torino all’incirca – questa funzione è stata espletata spesso da animali non umani. Galline, pecore e vacche da latte hanno tenuto per sé attraverso i secoli il segreto di questa funzione d’uso secondaria. Oggi fortunatamente, grazie ai progressi strabilianti dell’industria petrolchimica, che ha portato allo sviluppo dei siliconi di grado medico prima e agli elastomeri (TPE) e gomme termoplastiche (TPR) dopo, materiali straordinariamente simili alla superficie degli orifizi tanto desiderati – vulvari, anali od orali che siano – tale tanto brutale esternalizzazione libidica è potuta passare dal soddisfacimento biologico a quello tecnologico. E questo, mi sento di dire in tutta onestà, non può essere che un bene. Non sono mancati certo nella storia isolati gesti messianici di numinosa benevolenza, che hanno tentato di risparmiare l’annoso lavoro di soddisfacimento sessuale alle altre specie, attraverso l’impiego di rozzi surrogati vegetali, tra tutti quello del melone forato, che permetteva di raggiungere con il glande il viscido e zuccherino cuore di semetti al centro del frutto, ma non possiamo che considerarli come casi isolati, black swan events, sparute vette di genuina compassione inghiottite dalla cieca corsa della Storia.
Bene, le tecnologie. Sarà evidente, dopo questa sparuta rassegna storiografica, che si squaderna davanti a noi l’eterno scontro tra produzione capitalistica e DIY, che tanto caratterizza la nostra società contemporanea. Cosa fare dunque? Cedere a una produzione di masturbatori di origine quasi esclusivamente statunitense, che addirittura promettono calchi realistici delle cavità più lussuriose delle pornostar, venduti ovviamente a prezzi proibitivi e che palesano un mondo in cui perfino la soddisfazione degli istinti sessuali si posiziona su una gerarchia basata sulla capacità di spesa; oppure imboccare la strada anacronistica di una decrescita (sessuale) felice, immaginando un mondo in cui ognuno potrà tenere in casa il proprio melone forato, o di più, un durian dalla polpa cremosa, simbolo di un villaggio (sessuale) globale senza più confini o discriminazioni di sorta? È proprio su questo stretto e impervio pendio, su cui sarà chiaro ormai che si gioca l’autodeterminazione orgasmica delle future generazioni, che si fa strada la mia ricerca. Sto quindi lavorando a una soluzione – che qualche malalingua accademica veterocomunista ha già definito di compromesso – ma che a me piace definire di crasi e risignificazione creativa.
Il progetto è questo: rendere disponibile a chiunque ne senta la necessità un progetto di masturbatore autocostruito, prodotto con il riuso creativo di materiali comuni. (Dopo notti insonni passate su subreddit come r/sextoys e r/malesexualhealth, sono arrivata finalmente a un prototipo semidefinitivo che ha ottenuto feedback entusiasti dalla maggiorparte dei miei amici summenzionati.) Ecco un tutorial: sono necessari un tubo di cartone, del tipo che si trova al centro del rotolo della carta asciugatutto o della carta igienica (la scelta tra le due ovviamente va orientata in base alle dimensioni specifiche del soggetto, sotto gli undici centimetri consigliamo il ricorso al secondo), un panno in spugna del tipo che si usa nelle pulizie casalinghe e un guanto in lattice, preferibilmente di qualità medica e ipoallergenico, si preferisca il modello con polvere bianca (generalmente amido di mais) all’interno. Servirà inoltre della colla vinilica, infine del lubrificante a base di acqua per la fruizione finale. Si cosparga di una soluzione in misura di uno a quattro di colla e acqua il tubo di cartone e lo si lasci asciugare una notte, di modo che il giorno successivo risulti ben rigido. Si inserisca nel tubo il panno di spugna incollandolo lungo i bordi interni, ripiegando le parti residue che sporgono verso l’esterno e si attenda di nuovo una notte che la colla faccia presa. Infine si inserisca il guanto in lattice nell’imboccatura del tubo su cui abbiamo ripiegato il bordo di spugna e se ne incolli l’imboccatura verso l’esterno; lasciare ancora riposare per una notte intera affinché la colla si solidifichi. Il giorno successivo avremo costruito un perfetto masturbatore, il cui costo si attesterà su pochi euro, pronto da usare ad ogni evenienza, preoccupandoci ovviamente di lubrificare abbondantemente la superficie interna prima dell’uso. Una volta ottenuta soddisfazione si proceda a pulizia con sapone naturale e lo si riponga ad asciugare con l’interno del guanto rivolto verso l’esterno.
Gli screening test dei soggetti selezionati per la sperimentazione sono stati estremamente incoraggianti e qualcuno di questi ha anche proposto varianti interessanti, come quella di inserire delle piccole perline (anche i ceci essiccati vanno benissimo) all’interno, per ottenere un’interessante variante delle sensazioni generate. Mi propongo di registrare questa mia creazione, quando sarà giunta allo stadio definitivo, con licenza MIT, così che possa configurarsi come il mio personale regalo all’umanità tutta. Il nome provvisorio per ora è TubHotXXX. Devo ammettere con rammarico che un piccola percentuale dei soggetti partecipanti alla sperimentazione preliminare ha sottolineato di preferire comunque il ricorso ai meloni forati, ma si sa che il genere umano non è avvezzo a cambiamenti tanto radicali quando gli si palesano davanti e quasi gratis.


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