Scendendo le scale di casa, sul pianerottolo, mi accorgo che le amiche cimici sono rimaste a pancia all’aria, con le zampette rattrappite. Sono evidentemente morte. Il lastricato ha ormai inglobato tracce in negativo del loro corpicino sformato e a un certo punto la loro presenza si fa suono: crack. Ne ho pestata una già morta con un piede. Averlo fatto mi fa stare male. Anche mentre sono in bagno ne osservo una a terra, stecchita e da spazzare. Prendo la carta igienica e un’ombra vola dal rotolo verso la mia manica. Cade sul pavimento e sparisce. Sono ovunque, ma non mi capacito del perché stiano morendo così in fretta, dopo aver colonizzato ogni angolo di mondo tra finestre, vasi, zanzariere e calzini freschi di asciugatura. In realtà, non sono stanca delle cimici, non mi stancherò mai delle dolci, puzzose cimici. Credevate che fosse finalmente quello stanca di che rispondeva alle vostre paure, che vi riuniva sotto l’egida di una nuova era contro le invasore dall’Asia (comunque, chi crede che quelle verdi siano “autoctone” si sbaglia, vengono dall’Etiopia). E invece no. Adoro le cimici, ne ho una in camera anche adesso, mentre sto scrivendo. Ronza vicino alla finestra, nascosta dalle tende che inevitabilmente macchierà. Purtroppo, ne sentirò ben presto la scia lasciata sulle lenzuola non appena mi addormenterò. 

Una volta la loro disinibizione è arrivata fino alla mia fronte. Strane creaturine esploratrici: il corpo è completamente sputtanato per l’aerodinamica, eppure volano, si muovono, corrono e giocano. Sembrano lisce, ma, se le tocchi, sono ruvide, come se stessi sfiorando un seghetto, o uno strumento che si può produrre solo nella peggiore plastica petrolchimica di qualche paese sfruttato. E invece sono proprio loro, questi esserini così teneri e discutibili nelle loro capacità atletiche, in grado di terrorizzarci con il loro cupo e vibrante ronzio. Piccole furfanti: sembra che stia per arrivare un calabrone, uno scarabeo gigante; invece, sono scatoline semiquadrate dalle ali leggere e trasparenti, dalla corazza fasulla e il pancino a punta…mentre ti cacano sui panni stesi quel liquidino che ricorda un brufolo scoppiato, goccia dopo goccia, e su cui camminano sopra per lasciare una bella striscia di marrone guano di uccello. Tutto le cimici sembrano essere, tranne quello che sono. Se passano e non riesci a vederle puoi scambiarle per tante cose diverse. Questa loro caratteristica mimetica deve essere per forza un portato evoluzionistico, i famosi gettoni evoluzione di Barbascura X spesi bene. Discutibili maestre del camoufflage, così francesi e così bondiane quando le scopri inavvertitamente mentre osservano la televisione accesa, a testa in giù, dall’orologio sul tavolino. Ogni tanto, escono da sotto i mobili con delle pantofoline di polvere. Come si fa a resistere a un piccolo esserino con le pattine? Osserviamole ancora un po’ da vicino. Hanno il tipico modo di fare degli insetti volanti: si puliscono le antenne con le loro zampine anteriori, le lisciano dolcemente per far sì che ogni residuo di sporco venga espulso e loro possano finalmente tornare a captare qualsiasi informazione. Puliscono le loro ali. A volte le trovi con il beccuccio (si chiamerà così?) srotolato, quella loro bocchina con cui succhiano il polline o lo sporco o altri insettini, chi lo sa cosa mangiano…la loro tattica evolutiva ha raggiunto livelli così alti che solo gli stupidi provano, fortunatamente, a ucciderle per il solo gusto di sbarazzarsene. Se le schiacci, puzzano per sempre. E così accadrà a te e a tutti gli oggetti intorno. La caratteristica scocca ruvida di plastica petrolchimica, come già notato, ti provocherà un trauma uditivo che voglio sottolineare: schiacciandole, sentirai lo scrocchiare e il frantumarsi del suo corpicino fin dentro le ossa, come se stessi pestando un vetro rotto in mille pezzi, lasciando per terra una sagoma bagnata, segno della morbidezza delle sue viscere. Una brutta morte che porta con sé il germe del senso di colpa, del ribrezzo di se stessi, prima che dell’animale. Come quando schiacci inavvertitamente il guscio di una lumaca, abitato. Ancora una volta, ottimi affari con il signore dell’evoluzione. Attualmente, per rendervi forse più felici, ho scoperto che esiste un predatore che se le mangia, partendo dalla testa. L’ho visto in azione: sembra una mantide, ma non lo è. E come poteva avere l’aspetto di ciò che è, dovendo essere all’altezza del suo pasto? Si tratta di un insetto completamente diverso dalla nostra amica: lungo, sottile, perfettamente in linea con i missili balistici, completamente verde, dagli occhi spiritati e le mani in avanti, in un gesto di fatica che nasconde la forza della voracità e della inclinazione alla carneficina. Il nuovo arrivato non solo mi mangia le cimici, ma adopera una particolare coreografia, per prenderle per il culo, considerando che non sono animali particolarmente abili nei riflessi. Si acquatta elegantemente, prende la piccola puzzina di sorpresa e inizia a divorarle il viso. Per me sarebbe lo stesso assistere alla morte di una tartaruga. Immaginiamo, ancora una volta per effetto dei gettoni evoluzione, di avere a che fare con l’equivalente insettifero di una tartaruga. Direste mai: che schifo, le odio, non le sopporto? Secondo me, assolutamente no. Hanno molte cose in comune: la più plateale è che non riescono facilmente a rotolarsi in avanti se rimangono a pancia in su. Inoltre, se ci pensiamo, anche le tartarughe nella scala degli odori non sono proprio verso l’acqua di rose. Se, dunque, cimici e tartarughe hanno così tanto in comune, pur appartenendo a specie diverse, il vostro odio per le piccole scatoline puzzine non si fonda che su un enorme pregiudizio, quello basilare e ancestrale che gli insetti fanno più schifo degli altri animali con meno di sei zampe. 

Questo dice molto più di voi che di loro.

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