Proviamo ad aprire la galleria del telefono e ce ne accorgeremo. Lì, il tempo vissuto, pur riposto in rigoroso ordine cronologico, smette di essere una linea retta: si piega, si accorcia, torna persino indietro, guizza schizofrenicamente avanti. Basta premere sulla scrollbar, la barra di scorrimento laterale, quell’invisibile rettangolino grigio chiaro in basso a destra. Mezzo secondo e ci ritroviamo a tre anni fa, in quella vacanza che avevamo dimenticato, insieme a persone che oggi non frequentiamo più e che magari non seguiamo nemmeno sui social. E poi eccoci di nuovo nell’appartamento in cui vivevamo e che abbiamo lasciato o, forse, davanti allo screenshot di una ricetta trovata online, quella che abbiamo cercato perché volevamo stupire la nostra ex coinquilina. Ma potremmo trovarci anche al cospetto di quella conversazione, in una chat eliminata, che non ricordavamo nemmeno di aver avuto.
La rivoluzione digitale ha trasformato il nostro rapporto con il tempo rendendo il passato continuamente accessibile. Assecondando la filosofia del “facciamoci una foto” “or it never happened”, accumuliamo prove di ciò che viviamo e, nel farlo, costruiamo un enorme archivio personale in cui passato e presente finiscono continuamente per sovrapporsi. Il futuro, quindi, diventa una dimensione a cui si pensa sempre meno perché, in questa compressione del tempo, il futuro è già qui: sembra aver perso progressivamente quella distanza che gli appartiene per definizione e che lo rende immaginabile, qualcosa verso cui tendere.
E se anche i rapporti interpersonali fossero ormai sottoposti a questo continuo movimento avanti-indietro? Nel suo ultimo romanzo, Giorni futuri, edito da Einaudi nel 2026, Gabriella Dal Lago sembra farci premere proprio sulla scrollbar: ci fa compiere quel movimento digitale di sovrapposizione tra passato e presente, calandoci nel rapporto tra due amiche che non si parlano più, facendo affiorare momenti diversi della loro amicizia come fotografie conservate nella stessa galleria. Cosa resta, insomma, di un’amicizia quando si cresce? E soprattutto, cosa resterà quando, a distanza di anni, ci accorgeremo che qualcosa è davvero finito?
Prima ancora che abbia inizio la storia delle protagoniste, Irene e Ottavia, l’autrice sceglie di affidare l’apertura del romanzo alle parole del gruppo Drink To Me. Sono tratte da Future Days, una canzone del 2012 che, dopo aver passato in rassegna alcune delle etichette con cui un’intera generazione ha imparato a essere raccontata – “Maybe we feel safe because of the TV / Or we have a constant hungover / Maybe we’re fools, maybe we’re high” –, sceglie di liquidarle con una negazione: “No, we’re not / We’re doing the best we can / We’re wide awake and / We’re working on the future days”. In questi versi, vero e proprio manifesto programmatico, sembra racchiudersi una delle premesse fondamentali di questa storia.
Definito da Davide Coppo il “grande romanzo millennial”, Giorni futuri racconta una generazione, quella dei trentenni di oggi, e lo fa delineando la propria “structure of feeling”, ossia ciò che Raymond Williams definì la sensibilità propria di ogni epoca di percepire il mondo. Secondo il critico gallese essa comincia ad articolarsi nella generazione impegnata nel nuovo lavoro culturale, collocato indicativamente intorno ai propri trent’anni. Ogni epoca produce le proprie immagini, le forme attraverso cui una generazione impara a rappresentare se stessa e a immaginare il proprio futuro. Oggi, però, è difficile stabilire quale sia la “struttura del sentire” rispetto a un mondo che ha progressivamente perso molte delle coordinate attraverso cui eravamo abituati a immaginare la vita adulta.
Lo spaesamento che ne deriva colpisce i personaggi di Giorni futuri. Gabriella Dal Lago li osserva senza cercare di stabilire quale delle loro vite sia quella giusta: si può restare a Torino, oppure trasferirsi a Utrecht; vivere da soli o ancora nella casa dei propri genitori; passare il Capodanno a una festa o ritrovarsi a Natale a casa di vecchi amici del liceo che nel frattempo hanno avuto un bambino di cui non si conosce nemmeno il nome. Non esiste un unico modo di diventare adulti e, soprattutto, non esiste più un punto preciso in cui ci si accorge di esserlo. Questo vale per i Millennial, la generazione dei nati tra l’inizio degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, diventata adulta mentre molte delle certezze associate a questa età della vita cominciavano a vacillare: la stabilità del lavoro, la possibilità di fare progetti a lungo termine, persino l’idea che le relazioni e famiglie dovessero seguire forme già stabilite. Gabriella Dal Lago segue le vite di Irene e Ottavia proprio in questo frangente: per loro, infatti, il presente è molto diverso dal futuro che immaginavano assieme da adolescenti. “Ti richiamo tra un po’”: è questo l’ultimo messaggio che Ottavia manda a Irene. La loro amicizia, iniziata tra i banchi del liceo, si interrompe nel corso dei loro vent’anni senza che nessuna delle due possa individuare davvero la causa della fine. Ma cosa è successo?
Dal Lago mette a fuoco l’amicizia delle due ragazze inizialmente attraverso gli opposti: Ottavia è “nell’occhio di bue”, Irene “ai margini del cono luminoso”; Ottavia è il “sole”, Irene è la “luna”. I corridoi del liceo diventano il luogo in cui emergono queste differenze: una arriva dalla periferia, l’altra dal centro della città; una cresce con una madre single, l’altra in una famiglia borghese e benestante. Ottavia è “l’errore del sistema”, (“la provincia le aveva regalato una certa illeggibilità”), mentre Irene è “inserita nella città, nella sua mitologia, nell’etichetta”. Eppure, tra tutte queste differenze, Irene e Ottavia hanno bisogno di credersi simili. È forse questa la prima storia che raccontano a se stesse sulla loro amicizia, e anche la prima che il tempo finisce per smentire: “La prima bugia era siamo uguali, la seconda era tutto questo non cambierà. La terza era la devozione, la quarta la fedeltà”.
Come osserva Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé, fare dell’intesa tra due donne la matrice principale di un racconto è stato, per buona parte della storia della letteratura, quasi impensabile. A ribadirlo è anche Elena Ferrante ne La frantumaglia: “L’amicizia femminile è stata lasciata senza regole”. Soprattutto, essa è stata raccontata spesso in relazione agli uomini: subordinata al marriage plot, attraversata dalla gelosia o ricondotta alla competizione per lo stesso oggetto amoroso. Giorni futuri parte da una configurazione che potrebbe sembrare perfetta per riprodurre proprio questo schema e sceglie invece di rovesciarlo.Tra Irene e Ottavia, infatti, una figura maschile ci potrebbe anche essere: Pietro Garzanti, il ragazzo che al liceo piace a Irene, ma sta con Ottavia. Ci sarebbero tutti gli elementi per fare della rivalità amorosa il punto di rottura tra le due, (“quando le tue amiche si innamorano poi crescono e si dimenticano di te”). E invece non è Pietro ad allontanarle. Dal Lago introduce il triangolo ma lo lascia volutamente senza il finale che la tradizione gli avrebbe assegnato.
A incrinare davvero il rapporto, infatti, è un’altra storia, quella tra Ottavia e Alessandro Barberini, il professore universitario, molto più grande di lei, che la irretisce e poi la inganna. Quando, anche alla luce delle rivendicazioni del #MeToo, Ottavia comincia a riconoscere la sopraffazione che ha subito, Irene diventa la custode di un passato che l’amica vorrebbe ormai lasciarsi alle spalle. La volontà di Irene di denunciare ciò che Barberini ha fatto nasce dalla stessa intimità che le ha legate per anni: conosce Ottavia abbastanza da vedere qualcosa che lei, almeno per un certo tempo, non vuole ammettere a se stessa. È qui che l’amicizia femminile acquista quella forza potenzialmente sovversiva che la tradizione patriarcale tende a neutralizzare quando riduce due donne a rivali. Ma Irene e Ottavia non si dividono perché si contendono un uomo: è, anzi, il tentativo di Irene di difendere Ottavia dalla sopraffazione esercitata da lui a contribuire, paradossalmente, alla loro distanza. Ma crescere, per Irene e Ottavia, significa allora anche questo: scoprire che per diventare qualcun altro bisogna forse allontanarsi proprio da chi conserva più nitidamente la memoria di chi siamo state.”Non sembri neanche tu, le aveva scritto. Eh sì, che poi era proprio il punto della questione: essere una versione altra di sé”.
Per Ottavia e Irene, conoscere qualcuno così profondamente significa anche custodire versioni di quella persona che forse non esistono più: “Ottavia sentiva che Irene l’avrebbe voluta diversa da com’era, e dal canto suo avrebbe voluto piacerle per quello che invece era diventata”. Il percorso di formazione di Irene e Ottavia avviene insieme, l’una indispensabile all’altra: il loro è quasi un romanzo di formazione a due, quella forma che, come sottolinea Franco Moretti, riesce a rendere narrativamente interessante la realtà quotidiana. “Smarrii la mia soggettività, ma trovai un mondo”, scrive Goethe del suo viaggio in Italia, ed è forse questo, in fondo, che accade crescendo alle due amiche: la vita offre qualcosa in meno di ciò che si sperava, ma anche qualcosa in più di ciò che si era capaci di immaginare. E così le versioni adolescenti di Irene e Ottavia si sovrappongono costantemente alle giovani adulte che sono diventate: prima di tutto due adulte che non sono più amiche. In un sapiente gioco di scambi, Irene, che a Utrecht aveva scelto di andare, alla fine se ne va; Ottavia, che invece ci era arrivata, da Torino, quasi per caso, resta. Le due rimangono così “intrappolate in una zona intermedia tra prima e ora”, conservate l’una nella vita dell’altra come una capsula del tempo che potrebbe essere ritrovata “in un futuro lontano”.
Ma quale futuro? La cronologia del racconto è scandita da date che non seguono un ordine crescente e procede piuttosto come un recupero disordinato della memoria, uno scroll involontario nella galleria di immagini raccolte involontariamente dalla nostra mente: dicembre 2022-gennaio 2023; 2006-2021; aprile 2023; dicembre 2023-gennaio 2024. Il tempo si fa liquido e nessuno degli eventi narrati può dirsi davvero isolato da ciò che è accaduto prima. Persino il primo momento di intimità tra Irene e Pietro è attraversato dalle immagini di un’altra intimità, quella passata, che c’è stata tra Pietro e Ottavia, a cui Irene aveva assistito quasi per caso nel maggio del 2010, durante una festa del liceo. L’eccitazione del presente si sovrappone così al ricordo di quando Irene mandava Ottavia “avanti in esplorazione, e poi indietro a raccontarle tutto”: ancora una volta, l’avanti-indietro.Il percorso di crescita di Irene e Ottavia non è scandito soltanto dagli eventi delle loro vite: mentre cambiano loro, cambia anche il mondo che le circonda. Persino internet non è più “lo spazio in cui si viveva di nascosto dai propri genitori” o quello delle “dichiarazioni di profondo amore che si facevano apertamente, sulle rispettive bacheche di Facebook”, ma è diventato anche un luogo in cui si lavora e @ottilotti, il nome digitale di Ottavia, fa la maestra di yoga e la content creator, continuando così a esistere e moltiplicarsi sotto gli occhi stupefatti di Irene.
Nel caleidoscopio delle immagini di Instagram, infatti, Ottavia rimane inafferrabile, proprio come tutti i personaggi del romanzo, che Dal Lago racconta con lo stesso senso di incompletezza con cui ricostruiamo le vite degli altri scorrendo un profilo Instagram. Sono solo storie che durano 24h e poi scompaiono in archivi privati: li sbirciamo mentre sbocconcellano fette di focaccia ligure e mentre ci confidano le loro paure, ma è solo per un attimo. Benché la voce narrante segua una focalizzazione interna variabile e ci faccia entrare nella mente prima di Irene, poi di Ottavia e, infine, persino di Pietro, ogni cambio di prospettiva, anziché aiutarci a ricomporre un’immagine più nitida, si sottrae dalla possibilità di contenere ritratti definitivi. La lingua viva del romanzo, i messaggi delle chat di Whatsapp e il ricorso al discorso indiretto libero accompagnano questa necessità: la voce narrante aderisce di volta in volta a quella dei personaggi e ci lascia entrare nel loro modo di esprimersi e, di conseguenza, di vedere la realtà. Un movimento non troppo diverso da quello che compiamo entrando nel profilo Instagram di qualcuno che non conosciamo: per qualche istante il mondo ci appare selezionato, ordinato e raccontato attraverso i suoi occhi. I personaggi restano così deliziosamente irrisolti: imparano, almeno in parte, ad accettarsi per ciò che sono diventati, senza dover necessariamente approdare da qualche parte. Non c’è un lieto fine, ma soprattutto nessuno sembra aspettarselo.
Che forma ha, allora, il tempo? In Giorni futuri sembra aver perso quella che ci avevano insegnato: non esiste un tempo per ogni cosa, così come non c’è un’età per sposarsi, avere figli osistemarsi. Torna indietro, cambia a seconda di chi lo racconta, e, intanto, continua ad andare avanti. Forse è proprio per questo che, alla fine, non resta che lasciarlo, semplicemente, andare. In fondo,”futuro” era già la parola con cui si chiudeva simbolicamente il precedente romanzo di Dal Lago, Estate caldissima: “Lasciare andare il mondo: è questo il futuro”. Andare avanti, allora, è un atto di coraggio e significa anche lasciare cambiare le cose, lasciare che Irene e Ottavia non siano più amiche senza sapere davvero il perché, e senza provare a trovare una risposta: e non sarà “la fine del mondo”, ma “la fine del mondo per come lo abbiamo sempre conosciuto”.
La storia di un’amicizia femminile e delle sue trasformazioni nel tempo finisce così per contenere le esperienze di un’intera generazione, in un romanzo corale sul nostro rapporto con il tempo. Credere nel futuro, del resto, significa concedersi la possibilità che qualcosa debba ancora accadere; e forse è proprio nella tensione verso ciò che non è ancora successo che si misura, prima di tutto, la nostra voglia di vivere. Perché la questione non è soltanto se un futuro esista, ma se siamo ancora capaci di desiderarne uno.
Ecco cosa significa allora “working on the future days”: avere il coraggio di lasciarli accadere. Lasciare che la scrollbar, la barra di scorrimento, scorra, anche se fa paura, questa volta non soltanto indietro ma soprattutto in avanti, fino a quella parte della galleria in cui non può più andare, perché non ci sono ancora fotografie. L’unico spazio ancora vuoto e spaventoso, ma proprio per questo ancora libero di essere immaginato per ciò che sarà. E noi ci daremo il permesso di immaginarlo.


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