Ehm ehm ehm, nemmeno un anno che ho iniziato e già voglio farmi esplodere. Il problema ovviamente non è il dottorato in sé (cioè: non è la ricerca, che mi piace molto), ma la gerarchia del dottorato e tutto quello che ci ruota intorno. Forse dico qualcosa che si conosce già bene, ma credo che finché non sei immersa in un ambiente così fragile e intossicante sia difficile capirne l’impatto emotivo.

Il dottorato è contemporaneamente un lavoro full time (in alcuni momenti fai esami, segui lezioni, prepari convegni, correggi bozze, mandi mail) e un lavoro freelance (non hai veri orari, ti possono arrivare messaggi su WhatsApp alle 9 di mattina come alle 9 di sera, con indicazioni poco chiare su questioni che non dovrebbero riguardarti, o per recuperare DVD da far vedere in classe perché qualcuno non è in grado di aprire bocca e chiedere un prestito in biblioteca). Insomma, finisci a fare lavoro di segreteria e nessuno legge la tua ricerca (il motivo per cui dovresti essere lì).

Ma la cosa più fastidiosa è che per ogni cosa in cui ti mettono in mezzo, sembra sia ovvio che tu la debba fare. Non c’è un modo per districarsi, per sfuggire alle sabbie mobili in cui ti infilano.

C’è anche il famoso stipendio fisso. Una chimera per la mia generazione: 1196 euro al mese, lo stipendio più alto della mia vita (nonostante una laurea triennale, una magistrale, un periodo all’estero, una scuola di specializzazione e una buona quantità di premi vinti nel mio ambito). Una miseria in questo periodo storico, in cui le piazze (per fortuna) si stanno riempiendo di persone, soprattutto giovani precari e studenti, che chiedono un futuro migliore.

In questo paese, anche se volessi seguire la carriera accademica (perché mi piace insegnare, perché mi piace studiare, perché mi piace stare in mezzo alle ragazze e ai ragazzi), non avrei la possibilità di farlo: non ci sono fondi di ricerca e, dopo il dottorato, la maggior parte delle persone è costretta a fare altri lavori in attesa di un bando che permetta di accedere a un lavoro a tempo determinato per un anno o al massimo due. Le prospettive lavorative sono nere, l’ansia è generalizzata e i giorni sono contati.

Quest’estate, a fine agosto, ho avuto una sorta di esaurimento nervoso, una condizione che nella mente e nel corpo non avevo mai vissuto prima. Le mie gambe non volevano più camminare, il dolore al petto non mi faceva dormire, la mia ipocondria è deflagrata. Ci sono voluti molti giorni di cura e molti giorni di pianto per tornare in me e iniziare a capire che dovevo rallentare (ci provo, ma ancora faccio molta fatica).

Il lavoro, un po’ di ambizione, i soldi per arrivare a fine mese, la cura delle relazioni, vivere in una casa che ti fa sentire a casa, trovare il tempo di fare yoga, trovare il coraggio di rimettermi a ballare, andare a vivere un mese in Francia. Si sovrappongono sempre di più bisogni e desideri. Voglio tutto, voglio stare bene, voglio liberarmi dalle gerarchie, voglio fare un lavoro che mi piace, amare, ballare, andare a vivere a Parigi e poi tornare qui dai miei amici e passare del tempo insieme, senza pensare al lavoro che ti sfrutta, ai professori che pensano che sei la loro segretaria e ti umiliano facendoti sentire inutile. Che comunque meglio essere inutili che pedine di un sistema marcio, corrotto, invecchiato, che spero stia per esplodere da un momento all’altro.

Ci vediamo il 30 ottobre in piazza.

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