Questa rubrica finisce, le amicizie che volevo rimangono impossibili. La mia ricerca non si ferma, ma non cercherò più dove pensavo di trovare. 

Per concludere, lascio spazio a una mini-intervista che ho fatto a due mie amicizie possibili di lunga data, D. e C. 

Cosa rende possibile un’amicizia?

D: Partono dalle cose più semplici, la nostra è nata, a sei anni, perché abbiamo scoperto di essere nati lo stesso giorno, ci siamo iniziati a parlare così. Da lì arriva la voglia di venirsi incontro, di conoscersi e, a quel punto, siamo già a metà dell’opera. Mentre ti parlo adesso, sto ancora cercando di capire come mantenere un’amicizia.

È un vincolo che riguarda anche la proattività, bisogna avere voglia di incontrarsi, anche quando la vita ti separa inevitabilmente. Ma non può essere una costrizione, bisogna essere felici di spezzare la routine ritrovando quei visi familiari, quella sensazione di casa. 

C: Stavo per dire che le amicizie partono da interessi comuni, ma secondo me è una cavolata. C’è una componente fondamentale di creazione di ricordi assieme, di esperienza. È una questione di cambiamento: ti evolvi vicino a quella persona e quindi ti ci rivedi un po’ e questa sensazione, secondo me, non se ne va mai. Io lo sento sia nelle amicizie vecchie che nuove, quel qualcosa di intangibile che tu riconosci in me e io riconosco in te. 

È più difficile mantenere una relazione o un’amicizia? 

C: Forse è più difficile mantenere un’amicizia. Credo sia una questione di condivisione, quando hai una persona che ami, diventa il centro di quasi tutto. Diventa più difficile sforzarsi e chiamare un amico per stare assieme. Una relazione ti mette dentro dei paletti più stringenti, l’amicizia è più scivolosa. 

D: Lo spettro di differenza tra queste due cose è ciò che rende importanti entrambe, nella loro peculiarità. Far sfiorire un’amicizia è più facile, forse proprio per queste loro sfumature molteplici, che invece le relazioni hanno di meno. Mentre per i ricordi è come se funzionasse al contrario: spesso una relazione ti lascia tutta una serie di ricordi amari, agrodolci e dolci. Un’amicizia quasi solo dolci. 

Spero che questa rubrica abbia detto qualcosa sull’essere amici. 

L’ultima intervistata è Alessandra Castellazzi. 

Quando diventi amico di qualcuno, tendenzialmente fai delle assunzioni su quella persona e poi, nel tempo, vieni smentito – anche in base a quanto tempo passi insieme.
Ho quindi preparato 33 cose che penso siano vere su di te. Ovviamente il contenuto dell’intervista è proprio la tua reazione, perché probabilmente saranno quasi al 90% false o comunque saranno su una strada sbagliata.

Posso chiederti da dove hai tratto queste tue speculazioni? 

Un po’ da quello che hai detto, dalle metafore che usi, dalle similitudini che si intravedono nelle cose che racconti. Però, siccome sei una persona che ha letto molto, magari non significa davvero niente. Poi conosco persone con cui vai d’accordo, quindi altre assunzioni vengono da lì. E poi altre in cui ho proprio lanciato una freccia nel buio, sperando che ci sia un bersaglio alla fine. 

Bello, mi sento come quando ho fatto la mia prima carta astrale.

La prima è nella tua vita hai giocato a tennis.

Sì. In modo molto scarso, però l’ho fatto per due anni. 

Quando? Che età avevi?

28-29 anni. 

Perché ti è venuta voglia di fare tennis a 28-29 anni?

L’ho fatto nei due anni che sono stata qua a Roma, durante il Covid. Con una mia amica siamo andate a vedere le partite scarse agli Internazionali di Tennis: con dieci euro vedevi quattro doppi nello stadio laterale, quello un po’ sfigato. E allora da lì ho iniziato a fare un corso con lei, scegliendo il posto che mi sembrava più esteticamente romano di tutti, Le Mura, dietro a un acquedotto romano. 

Ma è dove faccio tennis anch’io, i campi più brutti della storia.

Sì, sì, ma poi la terra esce fuori il cemento, no? È terribile. Pericoloso. Però potevamo prenderci le birre dopo da Jungle Brew su via del Mandrione. 

In realtà mi è venuto in mente che avevo iniziato già prima a fare delle lezioni molto saltuarie con una mia amica che l’aveva fatto da piccola, ma non lo faceva da anni. Però mi piacevano i campi del paese dove sono cresciuta. Erano i campi da tennis di un vecchio dopolavoro. 

E hai fatto altri sport?

Tantissimi. Io cambio sport ogni tre anni.

Ero indeciso tra questo e dirti hai fatto pallavolo. 

No, la pallavolo no. 

C’è stato uno sport nel quale sei stata eccellente? 

Ginnastica artistica verso i sette anni, ero in preagonistica. Poi l’ho mollato. 

Perché? 

Perché dovevo farlo tre volte alla settimana. Cioè dovevo andare tre volte alla settimana e poi fare le gare. Non mi andava, quindi da lì ho iniziato karate, poi nuoto, danza. La danza verso i 15 anni. Totalmente fuori tempo. Danza moderna. Poi boxe, tennis e adesso ho iniziato atletica. A 32 anni. 

Ottima progressione. Mi piace la parentesi boxe– tra danza e tennis. 

La prossima assunzione è usi tante emoji.

Tante come varietà o come numero? 

Come varietà. 

Cerco di variare, però tendo a usarne 10 più o meno. 

Quale per te è irrinunciabile?

Per un bel po’ è stata la ragazza che fa la ruota. Le stelline mi piacciono molto, sia quella con le cose che esplodono, sia quelle invece verticali. 

Ok, quindi niente facce. 

Quella che si scioglie. Però pochissime in effetti. 

Sei stata rappresentante d’istituto

No. Sono stata rappresentante di classe il secondo anno per andare in gita con la classe del ragazzo che mi piaceva. 

Beh, grandissima mossa. Ma che liceo hai fatto? 

Scientifico. 

Quindi è stato un impegno politico assolutamente one policy. 

Assolutamente autoreferenziale. Certo.

Beh, giustamente la politica del liceo è praticamente solo questo. 

Il ragazzo è poi diventato rappresentante di Istituto due anni dopo. Quindi lui era serio. Il liceo era piccolissimo perché era a Cassano d’Adda, dove sono cresciuta. 

A che altezza è del naviglio?

Oltre Gorgonzola. Se fai il naviglio Martesana ci arrivi, è in fondo. 

Sei stata una secchiona nella tua carriera accademica.

Sono stata secchiona fino alle medie. Poi avendo scelto il liceo scientifico, che proprio non faceva per me, e per di più ho scelto l’indirizzo col potenziamento in matematica, lì non sono stata per niente secchiona. Trovavo il modo di non prendere i debiti. Poi all’università sono tornata secchiona, perché ho dato il primo esame e ho preso 30 e mi sono detta: “Vabbè, proviamo a prenderlo più volte che riesco”.

E l’esame dove sei andata meglio all’università? 

All’università? Letteratura inglese contemporanea con Carlo Pagetti perché aveva un programma fighissimo con dentro Dick, Shirley Jackson, Shelley.

Questa l’avevo sbagliata, quindi la correggo. Diciamo al volo: detesti il gin tonic

No, mi piace. 

Perché avevo scritto: adori la tequila, detesti la birra, ma se facevi tennis e poi andavi a prendere la birra lì non poteva essere vero. 

No, amo la birra e il gin. Però non le birre artigianali. Infatti lì a Jungle Brew un po’ meh. Mi piace proprio quella del supermercato, delle feste di rifondazione, mi piacciono le birre non pretenziose. 

Ma quindi per ubriacarti in una serata qual è il tuo piano? 

Allora, dipende dalla stagione. Se è inverno vino fino alla fine. Non è che mi serva molto per ubriacarmi. Per un sacco di tempo ho evitato i cocktail perché costavano troppo. Birra sì, anche perché ho fatto l’Erasmus in Galles e quindi lì ho iniziato. Allora, diciamo che birra e poi cocktail. Se voglio andare più mirata cocktail direttamente e gin tonic, sì, anche all’aperitivo, però chiedendolo leggero all’inizio.

È l’unico cocktail che prendi?

Sì, perché non bevo molti cocktail, mi stufano. 

Il chinotto è il tuo analcolico preferito? Questa è la rubrica della Coca-Cola Company.

Dai, provane un altro. 

Perché ho visto una tua foto da Spontini col chinotto. 

Ah, dai, ma secondo me era di qualcun altro il Chinotto. 

Il Chinotto è proprio dal tuo lato.

Aspetta, ma tu sei risalito proprio a delle foto vecchie su Facebook? 

2022. 

Ah, no, ok, allora no. Perché ho avuto una stagione Chinotto che poi ho rinnegato. No, no, stavo pensando se era uno Spontini più vecchio. No, ho capito la foto a cui ti riferisci, era completamente casuale. Non prendo mai il Chinotto.

Quindi, a questo punto, tipo la ginger beer. 

No, più semplice: il crodino. 

Beh, ottima scelta. È solo che è molto piccolo. Non c’è mai stata una rivolta dei consumatori che han detto basta, dovete farlo più grande

Ti sei commossa più di una volta sentendo Let it go dei Passengers?

Commossa no, però un po’…

Ti si stringeva il cuore? 

Sì. Sì. 

Mentre ascoltavi l’hai mai dedicata a qualcuno? 

L’ho sentita per la prima volta in un bar in Germania, a Brema, città che frequentavo perché dopo l’Erasmus mi ero fidanzata con un ragazzo tedesco e quindi per un anno buono ho fatto un po’ di avanti e indietro. Secondo me l’ho collegata alla storia che stava finendo. Però, aspetta, tu di questo non hai trovato niente? 

Niente, niente, niente. Una delle tracce digitali che hai, che è quella più folle di tutti, è il tuo profilo Spotify. 

Ma veramente? 

Il tuo profilo Spotify ha cinque playlist pubbliche, sono cinque album che hai copiato dentro una playlist. 

Penso di averlo fatto schiacciando male.

Tra cui Let her go dei Passenger, poi non mi ricordo come si chiama quell’album lì dei Passengers che è del 2013, quindi proprio gli albori di Spotify. 

Eh, secondo me non sapevo cosa stessi facendo, perché adesso uso Apple Music. 

L’ultima traccia era del 2015, quindi ho pensato o non ascolta musica dal 2015 ed è nella sua epoca di rivoluzione culturale iraniana oppure usa un’altra piattaforma

Avresti votato Bernie Sanders nel 2016? 

Fossi stata americana, sì.

La tua parte preferita di Milano era Porta Romana, ora è Città Studi. 

Allora, Porta Romana no, ora Città Studi sì. Insieme al naviglio Martesana. Quindi nuovo anfiteatro. Però amo moltissimo Città Studi. Infatti nella mia sequenza di sport fatti perché mi piacciono dei posti, ho iniziato atletica perché c’è il Giuriati. È bellissimo perché c’è la pista in mezzo ai palazzi strani di Città Studi, con il campo da rugby in mezzo. Poi c’è un palazzo tutto nero, quando inizia l’autunno o la primavera, la luce del sole riflette sul palazzo scuro. Mi piace stare lì in mezzo.  

Porta romana non ti piace?

Non c’è niente che mi porta lì. Però c’è un posto che mi piace di Porta Romana che è praticamente davanti al Franco Parenti: un’enoteca piccolissima che ha il tabacco sociale. Quindi se tu glielo chiedi ti tira fuori proprio il tabacco, le cartine. 

Però dove c’è la Martesana sembra un po’ la fine dell’Unione Sovietica, non lo so. Poi c’è quel palazzo assurdo che sembra un po’ una replica della Torre Velasca, però fatta da uno che l’ha vista per sbaglio una volta. 

C’è il ponticello di pietra. C’è tanto verde, ci sono quelle casette basse. Mi piace anche perché mi porta a casa. [Nel frattempo ho scoperto che quel palazzo a cui ti riferisci è tipo abitato da polizia o carabinieri]

Sei stata ad almeno un concerto di Florence and the Machine

No. 

Cazzo. A che concerto sei stata recentemente? Ti piace andare ai concerti in generale?

Sì, in realtà mi faccio più portare che prendere iniziativa. Di recente sono stata al Club to Club dove c’era Blood Orange che mi è piaciuto moltissimo. Anche iosonouncane e Daniela Pes. Avevo il biglietto per il concerto dei icani, non ci sono andata poi perché era martedì e dovevo scendere qua a Roma, quindi l’ho riveduto. 

Non hai fatto parte di questo grande evento culturale della bolla di sinistra italiana. Ti è dispiaciuto? 

Ho preso il biglietto per Bad Bunny. 

Beh, ottimo. Mossa molto Gen Z.

Io l’ho preso proprio subito.

Ma perché ti è piaciuto questo album o perché ti piace lui come artista?

No, mi è piaciuto questo album in particolare e mi piace l’idea di andare a un concerto di Bad Bunny, mi prenderò anche la maglietta. 

Ma perché ti fa sentire meno appartenente all’omologazione snob?

Mi piace sinceramente l’ultimo album, me lo sono ascoltata diverse volte e apprezzarlo di testa mi piace  proprio d’istinto, che ti voglia far ballare, tutto il perreo, che sia un po’ ignorante, ignorante nel senso di come lo usavo al liceo, tu mi capisci perché sei lombardo, vero? [Dopo il Super Bowl lo amo ancora di più]

Sì, sì, sì, ho capito benissimo, è difficilissimo da spiegare. Prossima: ti interessano più le persone timide che carismatiche

Ma no, non necessariamente. Mi interessano anche le persone carismatiche, però deve combinarsi con una cosa un po’ a pelle. Se c’è una persona timida che mi attira, vado a cercarla. Subisco sempre il carisma ma in modo diverso: magari lo voglio un po’ smontare. Comunque l’ascolto, non cerco di creare in parallelo un altro polo di carisma per distogliere l’attenzione da lì. 

Ti hanno mai definito timida?

Allora, sì, a un certo, un’estate che avevo conosciuto delle persone in vacanza, io non mi sarei mai definita timida e loro invece mi hanno vista timida, questa cosa mi ha spiazzato. Secondo me ero un po’ un pesce fuor d’acqua, cioè ero un po’ a disagio perché erano delle persone più grandi, di città. 

Ma dov’era la vacanza? 

In Liguria.

Qual è l’aggettivo che hanno usato di più per descriverti? 

In generale, penso solare. 

E ti fa piacere? 

Certo. 

Beh, ci sono aggettivi molto più scarsi. Definita anche? 

Testarda. 

Dai, ti va di lusso. Solare e testarda potresti essere una santa praticamente. In casa dei tuoi genitori si legge solo Repubblica.

Mia mamma compra Repubblica una volta alla settimana quando ci sono gli inserti del weekend. Prima anche ilmanifesto. 

Non sopporti l’etica lavorativa di tuo padre

Falso. Perché lavorare era solo una cosa che faceva, in mezzo a tante altre che gli piacevano. Allora, io sono sicuramente più stakanovista, ma proprio in un’ottica diversa perché essendo freelance devo racimolare uno stipendio mensile. Penso che se fossi stata una lavoratrice dipendente, sarei stata meno brava di lui a tenermi strette le mie libertà. Se avessi avuto un classico lavoro d’ufficio 9-18, probabilmente sarei rimasta oltre l’orario in caso di scadenze. E in effetti quando lavoravo in agenzia all’inizio facevo così, poi ho iniziato ad arrivare un po’ più tardi la mattina.

Sia Elisa Cuter sia Nicolò Porcelluzzi, venendo dal nord est italiano, sembrano aver interiorizzato quell’etica lavorativa molto da piccola azienda. Tu vieni da zone limitrofe: magari vi siete trovati per questo.

Penso di aver interiorizzato di più l’ottica da brava studente imprenditrice di me stessa. 

Pensi che nel mondo culturale si sia costretti ad avere una certa etica lavorativa? Altrimenti non ce la fai?

In che senso? 

Mi sembra sia difficile avere un’etica lavorativa da stereotipo del dipendente pubblico che timbra il cartellino, fa il minimo indispensabile e poi torna a casa. 

Ultimamente sto pensando molto al mondo culturale e al lavoro freelance, secondo me ci sono proprio delle dinamiche diverse. Credo che parte del lavoro non sia soltanto lavorare ma far percepire quello stesso lavoro all’esterno, tipo quanta fatica mi è costato fare questa cosa o con che facilità l’ho fatta? 

Etica lavorativa non è una parola che mi appartiene. Lavoriamo perché ci tocca lavorare. Però l’etica boh, appartiene ad altre cose. 

Sono d’accordo. Hai fatto l’Erasmus? 

Sì. 

Esperienza positiva o negativa? 

Ottima. 

Sì? Per per quale motivo? 

È la prima volta che andavo a vivere da sola, quindi è stato bellissimo. Ho studiato poco, girato molto e mi sono tolta un po’ dall’ottica che le cose si fanno in un determinato modo, quel modo che apparteneva alla mia provincia lombarda. Lì ho visto che le cose si potevano anche fare in un altro modo. Io da studente dell’università italiana, se per esempio avevo lezione anche la mattina alle 9:30, e dovevo svegliarmi presto, andavo. In Erasmus a un certo punto mi svegliavo, faceva troppo freddo e mi rimettevo a letto. Tanto erano 10 ore di lezione alla settimana, veramente pochissime. Anche perché erano tutti papers da fare, quindi ho capito che potevo approfittare di questa cosa. 

Hai una passione o hai avuto una passione per X Factor? 

No.

Ci sono dei talent che ti piacciono?

Pechino Express. 

E lo sport in TV lo guardi? 

Tennis. Sono abbonata addirittura a Sky Sport per vedere il tennis. Ho iniziato con Berrettini. 

Quindi un tifo nazionale. Non ci sono giocatori che ti piacciono fuori da quelli italiani? 

No, però mi guardo anche delle partite a caso dai quarti in poi. Le guardo anche se sono dei minor. Invece il calcio è impossibile. Cioè, se me le mettono davanti guardo un po’ la partita, ma non le cerco di mio. Mentre faccio una grande scorpacciata di Olimpiadi. La ginnastica artistica, i tuffi, il nuoto. Mi piace. Ah, vedo anche gli europei di atletica. Però le Olimpiadi sono le mie preferite, mi piazzo davanti alla diretta e guardo quello che arriva. Come un buffet.

Sei claustrofobica? 

No. 

Hai una particolare fobia, diciamo, di qualcosa?

No, una particolare fobia no. Non amo i ragni e i topi. 

Tu pensi che un grande scrittore debba avere una fobia? 

No. Il maledettismo o il tormento penso che siano cazzate. Qualcuno avrà sfogato in questo modo, però non mi sembra un requisito necessario per scrivere. 

Non pensi che il tormento sia dato da una determinata sensibilità nei confronti del mondo che ti fa scrivere meglio?

No, mi sembra un po’ una visione troppo da artista maledetto, anche molto maschile. Puoi scrivere anche per frustrazione, per avere un segreto, per evasione, ma è molto diverso e apparentemente meno nobile del tormento. Mi sembra più femminile, come impulso.  Magari tu cerchi non solo un’evasione, ma anche di proiettare fuori da te e sulla pagina qualcosa che ti fa stare bene.

Facciamo i manichei: scrivere per amore e scrivere per odio, quale viene meglio?

Secondo me entrambi. La stessa persona può scrivere sia per amore che per odio, non solo in momenti diversi della vita, ma anche nello stesso libro. Perché ci vuole un sacco di tempo a scrivere i libri, quindi quando se ne scrive uno molto spesso si attraversa tutto il range di emozioni. Questa idea che devi avere una passione potentissima è sempre un po’ quella visione romantica dell’arte, l’idea di essere posseduto dalla scrittura o dall’emozione. Invece magari attivamente stai inventando una storia, e in questa stessa storia, le cose, le azioni che si inanellano ti portano a dover creare un momento di odio e in quel caso attingi a un tuo momento di odio o a un tuo momento d’amore. Oppure ti è venuta voglia di scrivere in un momento di odio o d’amore qualcosa e decidi di infilarlo dentro qualcos’altro che stavi già scrivendo. Però mi sembra che la scrittura sia molto più composita e stratificata del “ho provato una passione totalizzante in quel momento e ora come una medium la incanalo”, no? Cioè, abbiamo vissuto una vita, abbiamo fatto delle cose, incontrato delle persone e se facciamo anche un po’ attenzione a quello che succede a noi e a quello che succede agli altri, possiamo scriverne, poi modificarli, in generale usarli, metterli dentro a quello che stiamo scrivendo.

Perché allora uno scrive?

Dipende.

Anzi perché tu scrivi?

I motivi per cui scrivo sono diversi a seconda di quello che scrivo. 

Diciamo narrativa. 

Perché mi è venuta un’idea. Guarda, ho avuto questa conversazione con un mio amico medico veramente poco tempo fa. Gli stavo raccontando del mio romanzo che uscirà e lui mi diceva “ma come ti è venuta l’idea?”, e la cosa che intendeva dire era: perché hai deciso di dedicare così tanto tempo a rendere questa idea qualcosa che esiste anche per gli altri. E questo sinceramente mi stupisce ancora. Penso che serve una dose di testardaggine notevole per credere che il mondo e la storia che stai inventando abbiano la stessa importanza di quello che vivi quotidianamente. Nel mio caso ti direi perché dopo che ho avuto questa idea, ho detto: “Ah, questa cosa la scrivo”. Perché me la volevo ricordare. E poi da lì ci ho costruito una storia attorno, mi ci sono affezionata e volevo che esistesse anche per gli altri. È un mettere nel mondo qualcosa, una storia su cui ti stai arrovellando, su cui tu stai tornando con la mente, che ti attira, qualcosa che non se ne va. Forse la mia è una risposta molto ingenua, non lo so sinceramente. A me in questo momento sembra strana l’idea di scrivere un altro romanzo, nel senso di difficile. Ho l’impressione che lo scriverò in modo diverso, più strutturato. Questo romanzo l’ho scritto perché mi sono presa bene per la storia che mi stavo inventando. A me piace l’idea che nel romanzo ci sono delle cose personali che volevo raccontare, ma cambiando prima un dettaglio, poi un altro fino a quando è diventata una cosa completamente diversa, ma il nucleo è rimasto. Io so qual è il nucleo e so che è profondamente mio, mi piace che sia mutato o mascherato da qualcos’altro. Questa cosa mi da una sensazione di libertà. 

C’è comunque un’idea romantica nella tua idea di scrittura narrativa? 

C’è sicuramente una componente romantica nella mia idea di scrittura narrativa. È vero che all’inizio c’è stata un’intuizione, ma poi costruirci attorno una storia non è stato affatto come dire: “Ho fatto una passeggiata e mi è venuta un’idea geniale”. È stato piuttosto sedersi la sera davanti al file Word e chiedersi: “Dove cazzo sta andando questa cosa?”. In realtà c’è stato un equilibrio tra entrambe le dimensioni.

E poi c’è un aspetto quasi ossessivo: quando sei immerso nella storia, quel mondo esiste davvero. Lo vedi, lo abiti. Ma se lo abbandoni per tre mesi perché sei preso da altro, quando torni ti chiedi: “Che cosa stavamo facendo?”. Inventare un mondo significa dargli una realtà che, in quel momento, esiste solo tra te e te, e magari tra le poche persone con cui ne hai parlato.

Un’altra verità è che mi piace fare le cose di nascosto, sorprendendo le aspettative degli altri. Anche scrivere questo romanzo, all’inizio, era una cosa che tenevo per me. Non per scaramanzia o per evitare domande, ma perché mi affascinava l’idea di avere un segreto: sto costruendo un altro mondo e voi non lo sapete e forse non lo saprete mai.

In fondo, è una dinamica che appartiene a molte scrittrici. Penso, ad esempio, a Shirley Jackson: una quantità di suoi racconti è stata ritrovata nei cassetti. Era moglie di un professore universitario, madre di quattro figli, spesso frustrata dal ruolo che ricopriva. Inventare storie talvolta inquietanti, talvolta persino ironiche era per lei non solo un’evasione, ma un modo per attraversare la giornata. È come dire: “Voi mi vedete così, ma dentro sta succedendo tutt’altro”. Mi vedete mentre lavo i piatti o preparo da mangiare, ma in realtà sto pensando, sto scrivendo, sto costruendo un mondo.

Quindi è una forma di potere. Come avere delle carte nascoste nella nella manica. 

Sì, sì.

Figo. Allora, la prossima è Sei marxista, ma odi marxisti e chi cita Marx.

Rispondo un no senza approfondire. 

Ottimo, ottimo. 

La Svizzera non ti dispiace. 

Non sono mai stata in Svizzera. 

Mai stata in Svizzera? Incredibile. 

Vorrei, se la Svizzera vuole darmi dei soldi. 

Tendenzialmente se li prende molto bene, non so se li ridà. 

Odi i maschi performativi? Ma un po’ li soffri. Cioè che un po’ ti piacciono. 

No, secondo me proprio li vedo a 50 miglia di distanza. 

Ottimo. Quando litighi non alzi la voce. 

Sì, sì, alzo la voce.

Ti capita spesso di alzare la voce?

Quando mi arrabbio. 

E ti piace? 

Sì. 

Odi la letteratura francese? 

No, l’ho studiata all’università, ma in realtà sì, non posso dire di avere una passione particolare per  la letteratura francese.

Hai più di cinque sciarpe?

Cinque sono tante? No, non ho più di cinque sciarpe. Però vorrei averne più di cinque. Ora che ci penso. 

Ti piacciono molto le sciarpe? Con cinque hai tutto il range lì: c’è la sciarpa un po’ pazza, quella pesante, quella un po’ più leggera. 

Secondo me quando ero più piccola ne avevo cinque, ora no. 

Sei molto brava a ballare.

Brava non so però mi piace tanto.

Non hai TikTok, ma guardi molto YouTube. 

No, uso tanto Instagram. Per noia proprio.

Ma cosa guardi su Instagram? Le storie, i reel?

No, guardo più i post. 

Cioè proprio Instagram 2013. Come fai a passare tanto tempo su Instagram, guardando solo i post? 

E infatti non ne passo tanto, ma comunque è il mio social di riferimento. E quando compaiono i reel nella home li guardo. Siccome ho 34 anni, la mia pagina di ricerca è piena di donne con tanti figli o quei reels in cui le madri dicono: “sono da 10 anni che non c’è un anno in cui non sono stata incinta”. Poi mi capita Sinner o cose sul tennis. 

Ma quindi quando ti annoi, che fai? 

No, quando m’annoio guardo Instagram, però mi annoio ancora di più. 

Ma hai detto che lo guardi poco, ti annoi così poco durante il giorno? 

Magari sì, non lo so. 

Cioè hai sempre qualcosa da fare?

No, però non mi dispiace stare seduta sui mezzi, non sento il bisogno di fare qualcosa. 

Non ascolti neanche la musica? 

Ogni tanto l’ascolto, ogni tanto origlio che cosa dicono gli altri, oppure guardo fuori. 

Molto ottocentesco.

Non ascolto podcast perché non ho dei momenti in cui mi serve qualcuno che mi parla o mi spiega. Mentre sto lavorando, se sono da sola mi distraggo perché guardo i messaggi, però poi rispondo tardi per non abituare le persone a ricevere delle mie risposte in fretta, altrimenti apro Instagram pigramente, sennò apro dei link di cose che mi sono magari segnata, alcuni articoli.
Faccio un po’ così, però in realtà quando mi metto a lavorare, poi vado abbastanza dritta. 

Cioè non ti distrai mai.

Mi distraggo poco perché preferisco ridurre il tempo che passo lavorando e quindi faccio magari tre ore e mezza di infornata di traduzione e poi non so che cosa faccio. Mi faccio da mangiare, non lo so. Se no vado al mercato.

Sei un unicum in questa generazione. 

Odio stare al computer più di quanto dovrei, quando inizio vado abbastanza dritta. Infatti soffro tantissimo le volte che non mi riesce questa cosa e magari mi stanno arrivando tanti messaggi, e inizio a guardare il telefono e perdo il flusso di lavoro. Così mi sembra tutto più faticoso.

Anche quando scrivevi il romanzo, non avevi nessuna distrazione? non c’è tipo la maschera di Green Goblin o un oggetto che ti chiama con le sue attenzioni? 

Allora il telefono un po’ mi chiama, ma dopo un po’ ho proprio il rigetto. Quando lo sento tremare per più di dieci volte la mia prima reazione è fastidio, più che curiosità.

Però scrivo soprattutto la sera o nel weekend, quindi comunque è una cosa diversa. Il punto non era che dovevo finirlo il prima possibile, ma che ne uscisse qualcosa di buono.

E quando leggi? 

Anche quando leggo, lo lascio molto lontano. 

Hai dei momenti di lettura specifici durante il giorno o quando ti capita? 

Eh, quando mi capita, però in realtà è la sera. Prima di andare a dormire. 

E cosa stai leggendo adesso? 

Allora, adesso ho appena finito di leggere un libro per cui devo fare una scheda. Era bello lungo, l’ho finito l’altro ieri e ci sto ancora pensando. In quel caso è bellissimo perché mi sento in diritto con me stessa di passare un intero pomeriggio a leggere. Certo, lo sto facendo per questi €50 che di sicuro mi cambieranno la vita…

Ti piace fare le schede?

Mi piace l’idea di passare un’intera giornata a leggere un romanzo, poi di base sono belle le cose che mi passano. Lo faccio da sei mesi, quindi ne avrò letti tipo cinque o sei di libri, finora non mi è capitato di leggerne uno che proprio dicevo “ma che palle”. 

Nella tua vita sì, però. 

Sì. A voglia.  

E li hai finiti tutti? 

Prima li finivo, adesso no, basta. C’è di meglio da fare. 

È stata più importante nella tua formazione Angela Davis o Simone de Beauvoir?

Non lo so (ride). 

Credi alle teorie cospirazionista, tra cui alcune sull’11 settembre. 

Non lo so, però c’era un mio amico, un mio collega che sull’11 settembre era proprio fomentatissimo, ma non l’ho mai ascoltato con attenzione, purtroppo. C’aveva proprio anche una serie di materiali da sottopormi. 

L’Argentina è il tuo paese preferito? 

Eh, potrebbe esserlo. Però ne ho vista poca perché ho visto Buenos Aires e le Cascate di Iguazu. Potrebbe essere la seconda scelta. Questo da che cosa l’hai dedotto? 

Mi sembrava che fosse proprio il paese finale di una progressione che potevi aver fatto. Che partiva da: Londra è la mia città preferita!, però poi c’è tutta una decostruzione di Londra come luogo dell’impero e quindi poi si passa da un’altra parte che può essere l’Inghilterra rurale, quindi usciamo dal centro, però poi anche l’Inghilterra rurale ha tutti i suoi limiti, quindi magari fai un po’ il giro dell’Europa. Obiettivamente l’Argentina è un posto incredibile. Poi c’erano delle foto su Instagram. 

Sì, però pure la Grecia. 

Sei bravissima a guidare, ma odi farlo. 

Non sono bravissima, però sono decente, comunque odio farlo. 

Sai suonare il pianoforte? 

No. 

Sai suonare qualche strumento? 

Il flauto delle medie. 

Beh, un grande classico. Ti piacerebbe saper suonare qualche strumento? 

Sì. 

Che strumento?

La viola. 

Non la chitarra. 

Non so neanche, tra l’altro, che suono di preciso emetta una viola. L’ho un po’ sparata a caso. In realtà perché è in un libro che sto traducendo. Poi è molto affascinante questo violino più grande. Poi vabbè, suonare il violino è incredibile. 

Non sopporti Sorrentino come regista. 

(…)

Adori Chantal Ackerman. 

Penso che adorerei Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles, ma non ho mai visto un suo film. 

Qual è una regista che ti piace? 

Céline Sciamma, Ritratto di una giovane in fiamme, ma anche Petite Maman. Anche Alice Rohrwacher, La chimera mi è piaciuta tantissimo. Ma pure Wong Kar-Wai, a proposito di viaggi, a Hong Kong sono andata praticamente per lui. Ma pure Guadagnino dai. .

Però strano che non ti piaccia Sorrentino. Guadagnino è quasi derivativo da Sorrentino.

È meno barocco, è più pulito. Non ti fa degli spiegoni. 

Il monologo finale del padre. 

Quello sì, però secondo me c’era nel libro, e infatti è molto letterario come passaggio. Però pure Challenger, bello zarro, mi è piaciuto.

Ti è piaciuto?

Sbrodolone, mi piaceva che fosse zarro, tutto ultra plastico. Io alla fine sono di bocca buona.

Hai più paura di rimanere da sola che di impazzire? Anche se non mi sembri una persona che ha paura della solitudine in generale. 

È vero, però non mi piace sentirmi sola. Il problema è che se impazzisci, poi alla fine è anche probabile che rimani da sola. Guarda, se impazzendo non rimango da sola meglio impazzire, il che quindi vuol dire che mi fa più paura rimanere da sola. 

Che rapporto hai con le chiamate telefoniche? 

Cerco di evitarle. Se chiamo, faccio proprio l’ora e mezza di telefonata in cui ci diciamo tutte le cose, se invece possiamo vederci piuttosto vediamoci. Cioè aspettiamo un attimo, ma vediamoci. A maggior ragione.

Quindi soffri molto le relazioni a distanza, di qualsiasi tipo? 

Più che soffrirle, penso di non essere molto brava a gestirle. L’affetto rimane costante come sentimento, però io poi mi faccio viva quando sto arrivando nella tua città o so che tu verrai nella mia, mi devo sforzare per far sì che sia costante nel contatto.

Se ti scrivo e ti chiedo come va, tu mi dici tutto ok. Basta. Poi ovviamente se mi scrivi una cosa complessa ti rispondo per una cosa complessa, però insomma dipende. 

Quindi ti adatti molto al tono della conversazione? 

Sì. 

Non fai trauma dumping?

No. Al massimo racconto cose che mi stanno sul cazzo, per farmi dare ragione prevalentemente. 

E questo te lo chiedo, non tanto per l’intervista, ma proprio per una questione di sopravvivenza personale: quando stai male, quando hai dei momenti di disagio emotivo, che fai?  

Chiamo qualcuno e gli dico “vediamoci”, e in quel caso parlo e piango per tre ore, fin quando mi sono stancata di me stessa e ci prendiamo una birra, non lo so, o facciamo una passeggiata, però sì, c’ho bisogno di vedere qualcuno dal vivo. Per questo meglio impazzire forse che restare da sola. Se puoi garantire che il tuo impazzimento non porterà determinate persone della tua vita ad allontanarsi è la cosa migliore. Che poi vabbè, un po’ la vecchiaia è così. 

Ho finito le assunzioni.