“Se gli si vuole bene per davvero, bisognerebbe proteggerli come bestie sull’orlo dell’estinzione, inutili persino a catalizzare lo scorrere dei secoli. Non si vive che in cattività e per comando. Non si fa che rimettere i corpi alla terra, le anime alla speranza che la vita non sia quell’alto tradimento che invece è.”

Così recita il protagonista Hugo Boll confessandosi alla controparte Karl, nel racconto della sua visione del mondo e di quanto accaduto alla sua vita prima che questa lo conducesse nel bunker dove entrambi sono rinchiusi, senza che il lettore possa ancora scoprirne il motivo.

Già in Logica degli incendi (Industria & Letteratura, 2024) Vincenzo Montisano aveva tratteggiato un potente affresco lovecraftiano che squarciava la patina del quotidiano per lasciar intravedere vulcani interiori, cieli terminali e fratture psichiche. Da quell’immaginario nascevano mondi che si disfano al tocco mortale di una storia d’amore.

Anche in questo romanzo, Inaugura stanotte il secolo del bene (Wojtek, 2025), reale e onirico si compenetrano fino a confondersi. Peccato e idea costruiscono una lente deformante che, paradossalmente, restituisce nitidamente il vuoto della contemporaneità. Una storia di macchinazioni utopico-filosofiche si rivela come un’indagine antropologica e politica sul nostro tempo: l’incapacità dell’uomo contemporaneo di concepire bene e male come tensioni vive, preferendo autonarrativizzarsi dentro specchi di vite tanto rassicuranti quanto insopportabili.

Il protagonista, Hugo Boll, giovane e agiato rampollo di una città anonima ridotta a tre asterischi (***), inaugura il proprio percorso attraverso un delirio autobiografico: una lunga confessione indirizzata a un uomo di nome Karl, presenza muta e pervasiva. La morte del padre, Marcel, è la detonazione che gli permette di credere nella propria emancipazione dall’ipocrisia, dalla perversione delle maschere che vede agitarsi all’interno del suo nucleo familiare.

“Nessuna autonomia intellettuale fiorisce all’ombra di un giudizio morale, ci avevi pensato, Karl? Sono sicuro che persino tu, nella tua mediocrità, te ne sia accorto. Sai che toccherà piantarla di prendere posizione, prima o poi. Di schierarsi, di tifare. Con gli idealismi si smette sempre troppo tardi. Ciò che non sai di sicuro però è la mia qualità più luminosa: l’innata attitudine all’uso del denaro. Non esiste miglior banco di prova per l’intelligenza di un uomo.”

Hugo decide così di distruggere l’eredità paterna in una dilapidazione insieme francescana e sacrilega, un gesto di parricidio simbolico che lo getterà nel gorgo di un’identità in frantumi. Intorno a lui, intanto, si diffonde una misteriosa “febbre delle mutilazioni”: autolesionismo, suicidi, amputazioni. Un’epidemia sociale che si propaga senza logica apparente. Il grigiore suburbano, gli alcolici scadenti, le facce sfinite sembrano preparare il terreno al suo inesorabile sprofondare in un mondo sotterraneo e inquietante.

“Questo era, qui ero arrivato. Nel cuore pulsante della macchina infernale che forgia uomini brulicanti, beventi, sudanti e questuanti ricette mediche d’antidolorifici e purghe per rilassare, appena svegli, gli sfinteri. E tutti insieme facevano uno sforzo mica male e senza sosta, impiegati a tamburo battente nelle loro magre esistenze, neanche Ford in persona li avesse assunti nell’altro secolo per lavorare alle sue catene.”

Nel suo cammino verso l’autodistruzione Hugo incontra figure degne di un incubo lynchiano: profeti di sventura, guide distorte che lo conducono verso il Luogo. Una sorta di Loggia Nera dove vivono anime perdute, entità insondabili, presenze che parlano per enigmi e custodiscono oscuri segreti. Montisano fa del Luogo uno specchio deformante della realtà: incarnazione cruda di un’esistenza contemporanea svuotata, inficiata da rituali di consumo e pulsioni irrefrenabili.

Una delle scene più emblematiche del romanzo – la sovrapposizione tra un’esecuzione jihadista in TV e la febbre mutilante che dilaga nella città – rivela la tesi di Montisano: la fabbrica della percezione mediatica, il ciclo di immagini che pretendono di farsi verità produce la distruzione del senso stesso degli avvenimenti. L’esecuzione si tramuta in perfetta strumentalizzazione, deflette un avvenimento concreto trasformandolo in strumento percettivo, traslando il significato fino all’utente, marionetta assuefatta ai codici della trasmissione digitale. Hugo Boll vede segni dell’ipocrisia malata della società perfino in ciò che dovrebbe essere un evento chiaro, vero, incorruttibile: un omicidio registrato. Eppure anche in ciò che più si avvicina alla verità scorgiamo frammenti di menzogna.

“Quella registrazione era talmente autentica ed esteticamente apprezzabile da risultare una mistificazione della realtà. Quanto meno era come se volesse eluderne i confini. Perciò, non riuscivo a decidermi: cosa sarebbe successo una volta che a quello in tuta arancione gli avessero mozzato il capo? Sarebbero apparsi i titoli di coda oppure il sangue sarebbe schizzato dalla TV dritto sui tavoli del locale dove i commensali intanto chiacchieravano, facendosi interrompere dalle suonerie e irretire dalla liturgia degli schermi?”

La ribellione di Hugo è consapevole: negare il denaro per mortificare il padre, dissolvere il sacro, abbracciare il caos per utilizzarlo nei propri scopi nichilisti. Donando somme ingenti ai disperati per poi chiamare la polizia, Hugo non compie un gesto di generosità: proclama la sua nuova libertà, un recinto crollato, un’identità liquefatta che si abbandona alla volontà fino alla dissoluzione.

Questo lo separa irrimediabilmente da Alice, promessa sposa votata alla disciplina del corpo e del ruolo. Appartiene a un ordine sociale che Hugo rifiuta violentemente. E lei, allo stesso tempo, non riesce a comprendere quell’uomo che tenta di accogliere e distruggere la realtà in un unico gesto, restando infine irrimediabilmente vuoto.

Il percorso di Boll si incrocia con quello di Duval, amico d’infanzia e primo caso della febbre delle mutilazioni: un uomo ricco, senza apparenti motivi di sofferenza, che continua a infliggersi amputazioni. Tanto Hugo comprende intimamente Leon, il delinquente delle fogne sociali, quanto non riesce a farlo con Duval, che rappresenta la pulsione nichilista di una classe che ha esaurito ogni desiderio.

Sarà proprio Leon a guidarlo verso Estrella, seducente prostituta dalle conoscenze esoteriche, figura notturna e magnetica che incarna la promessa di un accesso al Luogo. Con lei Hugo entra davvero nella città sotterranea, fatta di follia, corpi deformi, slogan tatuati, una libertà che si rivelerà soltanto un’altra forma di prigione.

Ed è Estrella a chiedergli il sacrificio necessario: un feto di lama. Alla sua prima apparizione sembra un Graal impossibile, un oggetto magico che potrà portare fortuna a chi, come lei dice, non ne ha mai avuta. Estrella è il simbolo dell’antichità prostituente, la vecchia concessione al baratto in una società ormai asservita al capitalismo deviato.

Quando Hugo si mette alla ricerca del feto, elenca una serie di oscenità impensabili trovate sul dark web, innominabili eppure alla portata di qualsiasi tasca: il feto diventa un Giano bifronte, simbolo tarkovskijano, ideale e simulacro del più fervente impulso capitalista.

“Il fine ultimo della conoscenza è riconoscersi. Ma è un inutile esercizio di stile senza la controparte irrazionale” gli aveva detto Estrella durante il primo incontro. “Nel Luogo si appare senza una ragione.”

E così quel feto avrebbe dovuto scacciare il malocchio che attanaglia le loro vite. Il Luogo diventa irriconoscibile ai suoi visitatori e determina la corruzione del loro destino. “Non è sbagliato che gli uomini scelgano il male, per ribellarsi al proprio destino”, direbbe Berserk (protagonista dell’omonimo manga di Kentaro Miura), e Hugo Boll fa esattamente questo. Nel dissacrare la sua realtà borghese e depravata, sceglie di consacrarsi al male.

Montisano avrebbe potuto costruire Hugo come narratore inaffidabile, acromatico, infedele. Invece la sua discesa nel male comincia con la rottura simbolica di un sigillo: la morte del padre, che spalanca la strada alla sua apocalisse personale. Uno sprofondamento in cui la volontà si svuota, diventando puro artificio, assassinio del sé. Hugo si rivela senza filtri, mai edulcorato: è il protagonista che per svelare le ipocrisie e le corruzioni della società – in primis quella familiare – sceglie la purezza del male, dell’autenticità interpretativa.

La frase rivolta a Karl (“Il potere ha infinite risorse per assimilare l’alterità e trarne vantaggio”) è una chiave teorica dell’opera. Il potere ingloba tutto: devianze, ribellioni, mostruosità. Le trasforma in merce, neutralizzandole. Nessun bisogno di sopprimere: basta abbracciare, imbonire, narcotizzare. È la versione contemporanea del padrone marxiano: nessun confine visibile, nessun limite apparente alle libertà fondamentali, solo la regolamentazione sotterranea di ogni intimo convincimento. Ed è ciò che la grottesca *** rappresenta agli occhi di Boll: quando la patina argentata cade, l’angelo del male può finalmente vedere i padroni che ci tengono saldi alle nostre catene di montaggio. Siamo noi, siamo solo noi.

Montisano scava nella predatoria ricerca della soddisfazione fisica, nell’amplesso reiterato e meccanico, nelle pulsioni ossessive che guidano Hugo. L’ultimo baluardo prima della dissoluzione totale è la madre: figura evanescente, la cui assenza si trasforma in ossessione. Nel rapporto mentale di sesso e potere che Hugo proietta su di lei si concentra l’ultima eco del male quotidiano.

Quando trova le foto segrete del padre Marcel – istantanee di una vita orgiastica e squallida – cerca dentro di sé un senso: vuole trovare anche la madre, per perdere definitivamente la sua anima? Oppure spera di non trovarne traccia, per poter conservare un appiglio al mondo che tanto odia? Quando il baluardo cede, il male si manifesta nella sua forma più pura: la dissoluzione dell’uomo a partire dalla carne. Un modo “altro” di mutilarsi.

Il climax finale vede Hugo trasformarsi nell’araldo di un’epoca in rovina: un uomo che denuncia la corruzione del mondo ma che, in verità, è mosso dall’odio per la mentalità borghese, per la prevaricazione travestita da successo, per la violenza anestetizzata in titoli finanziari, candidature politiche e amplessi osceni.

Il mondo che vorrebbe distruggere è lo stesso che abbraccia per tutto il romanzo: l’unica discriminante è la maschera dei costumi, i mos maiorum marci e stanchi, attraverso i quali emergono aberrazioni speculari alle sue. Il tema è il nascondimento: il proscenio morale come ultima, grande menzogna del nostro tempo.

Come già in Logica degli incendi, Montisano condensa avvenimenti e dialoghi in una prosa segreta ma significante: complessa ma non ostile, velluto e vetro insieme. La brevità dell’opera invita a leggere con lentezza, a lasciarsi trafiggere da immagini in cui il lettore borghese riconosce – con vergogna – le proprie pulsioni. Ma regala anche quell’afflato weird di matrice lynchiana che qui diventa strumento politico.

Il romanzo è un violentissimo dipinto: un’educazione allo sfacelo, di un mondo che tenta di regolamentare l’assurdo purché vendibile, un racconto che scivola verso l’abisso insieme al suo protagonista.

“E invece i dissidi non vanno estirpati, bensì colti. Se siamo qui, è grazie ai patimenti e alla pena dei nostri percorsi. Questo fanno due uomini, come te e me, nell’ora della mancanza maggiore. Condividono l’ultima cosa che gli rimane, il fondamento d’ogni società: il proprio dolore.”