“Una Madre” è il tredicesimo racconto di Gente di Dublino. Mrs. Kearney, donna ambiziosa, vuole far affermare la figlia Kathleen come pianista. Organizza dei concerti per una società ma, di fronte alla disorganizzazione e al mancato pagamento pattuito, insiste con durezza per ottenere i soldi. Il suo comportamento finisce per far saltare il banco, smascherando la psicologia tossica della piccola borghesia culturale irlandese. Letto con gli occhi precari del 2025 è chiaro come già nel 1914 James Joyce avesse messo nero su bianco tutto ciò che comporta lavorare nell’industria creativa e dello spettacolo. Ancor più specificamente nel mondo della musica: in circa centodieci anni è cambiato poco o nulla – a Dublino come a Roma, Londra, Parigi o Tokyo.

La protagonista del racconto, difatti, è sì una madre, ma il lettore si trova in primis di fronte al ritratto di una donna inflessibile e in gamba; colta, che sa adoperarsi per un obbiettivo e lo fa con fermezza e convinzione nei propri mezzi. Non a caso una delle letture critiche contemporanee del racconto più stimolanti è quella femminista. “O, She’s a Nice Lady!”: A Rereading of “A Mother” di Jane E. Miller, saggio pubblicato nel James Joyce Quarterly del 1991, ne è un esempio interessante e le intuizioni di Miller hanno avuto un peso anche in questo testo, che pure insiste su una prospettiva diversa ma per forza di cose intersezionale.

Dunque, la signora Kearney. Si è sposata «per dispetto», per mettere convenientemente a tacere le malelingue sulla sua inclinazione alle fantasie romantiche. Ha avuto un’educazione di alto livello e in particolare si è distinta nella musica. Approfittando del pragmatismo della propria relazione, scevra da sentimentalismi e con un marito molto più anziano, ha l’opportunità di esporre le due figlie a un’ottima educazione. La maggiore, come la madre, si distingue per doti musicali e al contrario di quest’ultima (anzi: grazie a lei) può approfondire gli studi, studiare pianoforte al conservatorio. Inoltre, grazie all’intuito materno, piano piano si infila in quello che oggi chiameremmo il “giro giusto” o meglio ancora: la bolla.

Non tarda quindi ad arrivare un’occasione che sembra la prosecuzione naturale di un percorso costruito con tutti i crismi, da una figura assimilabile più a quella dei genitori/manager americani che ad una donna irlandese dei primi del Novecento. Insomma la signora Kearney «non fu affatto sorpresa» quando alla figlia vien fatta la proposta di un importante ingaggio, promosso da parte del “giro giusto”. Che poi per giro giusto qui si intende l’inizio della “Questione irlandese”, la riscossa del paese a seguito (proprio nel 1914) dell’approvazione della “Home Rule”, prima pietra miliare del lunghissimo processo di emancipazione e autonomia legislativa dall’Inghilterra. Ancor più nello specifico, la cornice entro cui si muove il racconto è quella del Rinascimento Letterario Irlandese (Irish Revival Movement) ovvero l’estensione culturale del movimento nazionalistico, entrambi mal sofferti dallo stesso Joyce.

È proprio Mr. Holohan, un rappresentante per l’appunto dell’Eire Abu Society, ad avvicinare madre e figlia per assicurarsi le prestazioni di quest’ultima. Joyce fomenta nel lettore un climax di aspettative estenuanti, costruendo un movimento che sembra andare solo e soltanto verso l’alto – verso la vittoria appunto. Un po’ come hanno fatto molti genitori proletari illuminati o piccolo borghesi con tutta una classe di giovani sognatori nati tra anni Settanta e Novanta: suggerire che la vita non fosse altro che un moto a luogo verso qualcosa di più alto, di meglio. Previa profusione di grande impegno, di una buona dose di scaltrezza e di una cieca fiducia nel sistema capitalistico.

Questa stessa sensazione di fiducia nell’operosità individuale ci piomba addosso a partire dalle prime frasi che leggiamo, per cui Mr. Holohan «aveva girato in lungo e in largo tutta Dublino» e «camminava su e giù senza fermarsi» per organizzare i concerti. Joyce introduce immediatamente anche una sottile nota ironica e infatti confessa come «in definitiva, fu la signora Kearney che combinò tutto». La donna si dimostra piena di idee e talento, fa entrare il buffo Mr. Holohan in casa servendogli pasticcini e nel frattempo organizza lei le serate. Quest’ultimo è «del tutto novellino» in materia, mentre la signora Kearney è galvanizzata e piena di voglia di fare.

Bastano poche righe perché l’attesa spasmodica per il debutto, montata nella signora Kearney e nel lettore, si sgretoli tra le mani come pasta frolla. Arriva la prima delle quattro serate e subito la madre «non è affatto soddisfatta» dello stato delle cose. Qui si rivela il genio di Joyce nell’intrecciare una commedia dell’arte e delle parti che trasforma quella gioiosa ambizione in frustrazione purissima e insopportabile. Perché da questo momento in poi è tutto un gioco di repressione e rilascio accorto, fin quando non si arriva all’esplosione finale. Come un grande musicista insomma Joyce fraseggia avvolgendo il lettore, giocando con le pause e i silenzi, così come con esplosioni improvvise.

La signora Kearney possiede quel mix unico e disperato di pragmaticità e slanci romantici proprio di alcune persone. È il tipo che oggi farebbe il concorso alla posta, vincendolo, per permettersi di coltivare il sogno di fare l’artista. Di solito questa tipologia di persona finisce in un limbo di nobile tristezza, aspirazioni mancate e incomprensioni: i filtri da applicare ai due mondi che si prova ad abitare sono inconciliabili e finiscono per alienare l’individuo – da una parte e dall’altra. Lo stesso Joyce dice che la signora «rispettava il marito così come rispettava l’ufficio Centrale delle Poste, come qualcosa, cioè, di vasto, di sicuro, di fisso; e sebbene ne conoscesse l’esiguo numero di doti, ne apprezzava il valore astratto come maschio».

Con lo scorrere delle pagine diventa chiaro che l’inettitudine del signor Holohan nasconde la sicurezza di appartenere al mondo che la signora Kearney prova a penetrare. Non solo: di appartenervi nell’invidiabile condizione esistenziale di uomo bianco. Alle ambizioni legittime e all’arroganza motivata della Kearney si oppone quindi la serenità e l’inettitudine infurianti di Holohan, che il sistema già lo abita, conoscendone le regole; alla frustrazione straziante, una passività e indolenza che sono parti integranti del gioco. Così anche il segretario della società, il signor Fitzpatric, «sembrava sopportare allegramente ogni contrarietà».

Da questo momento in poi al lettore è chiaro che il racconto non è una raccolta di ritratti psicologici dei personaggi: è il ritratto psicologico dello stesso spazio sociale e culturale entro cui questi si muovono. Un battito pulsante e vivo in cui i protagonisti sono attori più o meno consapevoli. Le interazioni tra i personaggi sono infatti regolate esclusivamente da rapporti di potere ed economici: alcuni accettano passivamente la condizione, altri provano la scalata sociale. La signora Kearney invece si trova a cadere dalle nuvole e lo scontro con la realtà è violentissimo.

Tutto precipita nel giro di qualche paragrafo. Lo spettacolo del venerdì viene annullato, per concentrare tutti gli sforzi di promozione e di pubblico su quello del sabato. La signora Kearney ha già iniziato a scivolare su un piano inclinato di collera inarrestabile. La sera del grande concerto cerca in tutti i modi di avere rassicurazioni sul pagamento della figliola: ha firmato un contratto e, cancellazioni dell’ultimo secondo o meno, vuole che venga rispettato fino all’ultima moneta. Il signor Holohan si rivela di nuovo inutile, è evasivo e rimanda a decisioni al di sopra del suo ruolo. Il teatro è pieno, l’attesa sale, il dietro le quinte è popolato da attori e musicisti in febbrile attesa di salire sul palco: tipi umani caricaturali, dal disperato al patetico.

Respiriamo un’aria pesante, di umidità e chiuso, che altro non è se non malcelata disperazione. Una cappa insopportabile. I tipi umani che abitano lo spogliatoio raccontano le dinamiche delle bolle di ieri, oggi e domani: c’è chi è arrivato a fine corsa senza ottenere nulla, i giovani pieni di speranze pronte ad essere smentite, gli artisti che si prendono sul serio senza motivo, i personaggi minori invischiati in giochi di potere. A spiccare in questo insipido brodo umano è il secondo tenore, il signor Bell: si distingue dagli altri per un certo divertito distacco, un approccio dissacrante e disilluso verso l’aria posticcia che lo circonda. Non a caso diverse letture critiche del racconto suggeriscono come il signor Bell rappresenti lo stesso Joyce, che non avrebbe resistito a partecipare a questo grande gioco delle parti.

Mentre il circo dell’inutilità continua (e, per inciso, di musica ancora neanche l’ombra) la signora Kearney, ormai al limite della sopportazione, prende un’improvvisa decisione esecutiva. Restituisce pan per focaccia e decide di non far salire la figlia sul palco. Senza la pianista, il concerto non può iniziare: quello della signora Kearney è quindi un vero e proprio attentato allo status quo. È un attacco kamikaze alla bolla, un braccio di ferro inaspettato. La tensione è palpabile, la stasi disperata, e si risolve solo con il pagamento di metà dell’ingaggio pattuito. A quel punto Kathleen sale sul palco, lo spettacolo inizia e si svolge anche bene.

All’intervallo Joyce dipinge lo spazio del camerino, letteralmente. Quello che leggiamo è un quadro di grandi dimensioni, diviso a metà: da una parte i rappresentanti della società e gli artisti, mortificati e imbarazzati, dall’altra la famiglia Kearney e il signor Bell – l’unico personaggio a dire «che secondo lui [la signora Kearney] non era stata trattata bene». Quando è il momento di salire nuovamente sul palco l’equilibrio si rompe definitivamente: la società non vuole pagare se non la settimana seguente e la signora esplode. Lo spettacolo va avanti senza la figlia e la signora Kearney chiede al marito di trovare una carrozza per scappare via, coprendo addirittura la figliola con un mantello. «Il signor O’Madden Burke disse che era la scena più scandalosa a cui avesse mai assistito. La carriera di musicista della signorina Kathleen Keamey dopo questo a Dublino era finita».

È una sconfitta andarsene quasi di nascosto, avendo fatto valere le proprie ragioni? Oppure sarebbe stata una sconfitta cedere contro ogni istinto, suonare per metà del compenso e in una situazione che non era quella promessa? Questa è una domanda che si pone ciascuno di noi quasi ogni giorno, tra quelli che lavorano nella musica, nell’arte, nel cinema e così via.  La sensazione è sempre quella di camminare su una linea sottile, in equilibrio precario quanto i pagamenti che arrivano a 90 giorni e le bollette che si accumulano. È quel ricatto della “passione” (colpevole di citazione a Boris) che chi lavora in questi ambiti conosce molto bene: la supremazia dell’arte, così come un ipotetico galateo da salotto culturale borghese, vengono ipocritamente invocati come questioni più importanti delle volgari considerazioni economiche.

Chiaramente la possono pensare così solo le persone per cui le “volgari considerazioni economiche” non sono mai state effettivamente un fattore, in infanzia, adolescenza ed età adulta. Per intenderci, non parlo della differenza che intercorre tra chi si può permettere un’università all’estero e chi no, ma tra chi mensilmente (se non giornalmente) si deve preoccupare di pagare l’affitto e il cibo e chi non ha mai dovuto farlo. Parlo di chi ha avuto tutti gli strumenti sempre a disposizione per fare quello che voleva e per cui non esiste un’alternativa alla riuscita.

Da questo punto di vista la signora Kearney rappresenta un cortocircuito importante: il suo passato è quello di una persona che conosce i tranelli e gli ostacoli da superare per affermarsi in questi ambiti. Fornisce quindi tutti gli strumenti alla figliola per farlo, eppure non riesce a realizzarsi attraverso di lei. Vince invece la sua incapacità di piegarsi a dei meccanismi che non le appartengono, fino a diventare apertamente ostile allo stesso mondo che provava a penetrare. L’epifania della signora Kearney è quella di una persona che all’improvviso vede riflesso il suo volto sulla superficie di acque che ha sempre voluto navigare. La sua terribile epifania è vederlo deforme e distorto; peggio ancora immergere la testa oltre il pelo dell’acqua e scoprire l’abisso di creature orribili, pochezza, malessere e mezzucci che nasconde, reagendo per forza di cose in modo scomposto, come se avesse preso la scossa. Infatti il commento dello smidollato signor Holohan è proprio questo: «Potrebbe avere un po’ di pudore». Un commento sessista, così come quello che segue, l’epifania collettiva finale che esclude definitivamente la signora Kearney: «“La credevo una signora” disse il signor Holohan, allontanandosi da lei bruscamente. Dopo di che la condotta della signora Kearney venne biasimata da tutti».

Il coro greco della bolla condanna la signora Kerney. Una colpevolizzazione della vittima che diventa colpevolizzazione della sua ambizione, del suo non sottomettersi al gioco. Nel tentativo di evitare la paralisi alla quale soccombono gli altri personaggi di Gente di Dublino, la signora Kearney minaccia lo status quo. Il fulcro del racconto è proprio quanto violentemente la bolla tratteggiata da Joyce le resista. Un sistema di regole non scritte, amichettismo, gioco delle parti e di potere che nessuno – neanche chi lo subisce – vuole scardinare, per la troppa paura o per la troppa ignoranza. Nel 1914 a Dublino come nel 2025 a Roma, Londra, Parigi o Tokyo. E il nodo è forse anche questo. Va bene essere cresciuti con l’idea che la vita fosse un moto a luogo, ma per noi oggi quella fiducia ormai è decaduta, non esiste più. Il capitalismo sta divorando se stesso e noi siamo solo un contorno.

La resistenza alle bolle e ai loro giochi perversi non può essere più considerata un atto eroico e un po’ folle, quasi masochista, non può essere più delegata alla sola responsabilità personale. Bisogna smettere di guardare chi prova a tirarsi fuori da certi meccanismi con quel misto di sgomento, ammirazione e incomprensione, come se fosse un pilota di caccia giapponese kamikaze. Siamo tutte e tutti la signora Kearney, anche chi è protetto dalla bolla. Perché basta poco per mettere un piede fuori posto e ritrovarsi catapultati fuori. Soprattutto in un momento storico in cui c’è così poco da dividere. Siamo tutti la signora Kearney quando ci opponiamo al datore di lavoro che non ci paga, quando combattiamo condizioni sessiste e razziste, quando proviamo a pretendere di essere trattati in modo umano e quando proviamo a trattare in modo umano gli altri. Siamo tutti la signora Kearney perché se continuiamo a pensare di farcela da soli, finiremo semplicemente per scappare dai teatri con vergogna, andare a coltivare carote, avere un esaurimento nervoso e lasciare le cose belle in mano agli stronzi.

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