«Ti senti invincibile. In piedi sulla barca. Intorno, altri che come te guardano le bandiere sventolare e i fumogeni colorare il cielo, mentre sfiliamo tutte e diciotto davanti al grande porto di Marsiglia». Così risponde il mio amico Andrea Mastrangelo – con la voce rotta, ora dal vento, ora dal suono di un cambio di vela – quando al telefono gli chiedo di raccontarmi la partenza dalla costa francese. Questa è la prima volta che lo sento da quando si è imbarcato, lo scorso 4 aprile, come fotografo con la flotta di Thousand Madleens To Gaza.

Cariche di aiuti umanitari, le diciotto barche, salpate da Marsiglia e supportate a terra da più di tremila volontari, hanno l’obiettivo di sfidare il blocco navale israeliano, navigando alla volta di una zona sempre più militarizzata. Nonostante la preoccupazione accumulata nelle settimane di silenzio, la calma nella sua voce riesce a rassicurarmi: «Vedere tutte quelle persone ammassate sul porto storico. Dieci metri d’acqua ti separano da loro, eppure senti già lontana la comunità che si è creata mentre preparavamo le barche nei mesi che hanno preceduto la partenza, che ha conosciuto e compreso la missione al di là dei social, osservando tutti i giorni il nostro lavoro. Vederli sbandierare i colori palestinesi è stato talmente emozionante che appena abbiamo preso il largo mi è venuta la febbre. I primi giorni non volevo dormire, c’era così tanto da vedere e da vivere su in coperta».

Sento il telefono vibrare all’orecchio. Mi ha inviato le foto del primo mese di navigazione. «La risoluzione è bassa. Altrimenti non sarei riuscito a inviarle» mi dice. «Non abbiamo una connessione abbastanza forte».
Attraverso i suoi occhi vedo le barche procedere come se fossero una sola. Le vele colorate, gigantesche. Vedo i disegni sugli scafi scomparire e apparire di nuovo dal mare, a ogni nuova virata.
«Ogni barca ha un tema, una sua personalità» mi spiega Andrea. «Abbiamo disegnato e scritto sugli scafi qualcosa che fosse legato alla storia e al popolo palestinese». Il nome del leader del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, Ahmad Saadat, a oggi ancora recluso nelle carceri israeliane, si legge sul fianco di una delle barche, scritto a caratteri cubitali.

Da fotografo quale è, Andrea mi dice che ciò che cercano è l’impatto visivo e l’esplosione mediatica che potrebbe seguirne.
«Anche se dovessimo passare il blocco navale israeliano, se riuscissimo a proteggere noi e il carico delle barche dai sequestri militari, sappiamo che il nostro aiuto sarebbe comunque minimo. Quello che vogliamo ottenere è la visibilità. Mettendo le nostre vite a rischio, vite di civili privilegiati, speriamo di creare una frattura in questo insopportabile silenzio mediatico che viene gettato ogni giorno sullo sterminio perpetrato in Palestina, Iran e Libano. Vogliamo spingere le situazioni all’estremo, suscitare preoccupazione tanto da mobilitarvi, farvi scendere in strada, esercitare una pressione burocratica sui governi europei, complici della distruzione sistematica portata avanti nella Striscia di Gaza».
Oltre a essere delle tappe necessarie per caricare le imbarcazioni con gli aiuti umanitari e per fare rifornimento, le città italiane in cui la Flotilla ha fatto tappa (Napoli, Cetraro, Palermo) hanno rappresentato un’occasione per far conoscere l’iniziativa. Nei porti hanno condiviso la causa di una missione civile e non violenta che punta a fare pressione politica e mediatica sulla comunità internazionale, a ottenere la rottura immediata di tutte le azioni di sostegno all’assedio israeliano e agli attacchi indiscriminati sul popolo palestinese.
I video dell’arrivo della Flottilla a Cetraro sono diventati virali. Gli confesso che vedere le vele avvicinarsi ed essere accolte dalla folla al porto di Mergellina a Napoli mi ha commossa e gli chiedo, invece, come sia stato essere dall’altra parte. Vedere centinaia di persone portare gli stessi colori con cui hanno attraversato il mare e gridare le parole scritte, incise, disegnate sulle barche.
«La sensazione di essere parte di una comunità è fortissima. Abbiamo lasciato a Marsiglia persone, civili come noi, ma esterne all’organizzazione che ci hanno aiutato per mesi e ora ne troviamo altre, pronte a sostenerci. Ci sono ragazzi, soprattutto tra quelli coinvolti fin dall’inizio, che non lavorano da cinque mesi. Il sostegno che riceviamo è fondamentale. Ci fortifica. Fermarsi poi vuol dire anche riconnettere con quelli con cui sei partito, ma con cui non parli da settimane. Se non affacciandoti durante la navigazione. Anche gli arrivi sono momenti forti».

Dal rientro della Madleen nel giugno dello scorso anno, l’idea they can stop a boat, but they can’t stop a thousand è diventato lo slogan di un movimento che è cresciuto rapidamente, con la nascita di delegazioni in tutto il mondo e l’aggregazione di civili pronti ad aiutare. In poco tempo è nato un coordinamento con le Global Sumud Flotilla e della Freedom Flotilla Coalition, per tentare di portare avanti insieme la missione, lavorando in sinergia. Già nell’ottobre del 2025, infatti, nove imbarcazioni sono partite con la Coalition in una prima spedizione.
In sei o sette per barca, gli equipaggi sono una mescolanza di lingue, nazionalità e background: «La sensazione, una volta a bordo, è quella di dover mettere da parte il tuo ego. Quello che devi fare sulla barca per il tuo gruppo e quello che state facendo al di fuori diventa più importante. Navigare vuol dire non fermarsi mai. Sei in continuo movimento e le tue giornate passano scandite dai turni e dalle cose da fare per mandarla avanti. Dopo i primi giorni perdi il ritmo convenzionale del sonno e semplicemente cominci a dormire quando puoi. Le notti ventose diventano i tuoi pomeriggi e le mattine sono le tue notti. Su PLUME, la nostra barca, per un po’ siamo stati in sei. Raffaele detto Raffo e Claudia da Roma erano gli skipper. Sam e Olivia, gli americani. Anto, un ragazzo francese che lavora come marinaio, e io. Poi, dopo Cetraro, le cose sono un po’ cambiate».

Dopo l’arrivo in Calabria, alcuni guasti alle imbarcazioni e l’escalation politica e militare degli ultimi giorni hanno reso urgenti nuove riunioni tra le delegazioni rappresentative presenti e quelle che operano da terra. Decisivo è stato, successivamente, l’intervento di Francesca Albanese – relatrice dell’ONU per i territori palestinesi e figura di riferimento per il movimento – al Global Sumud Congress di Bruxelles che si è tenuto lo scorso 22 aprile. Le preoccupazioni di Albanese sul possibile risultato violento dell’ingresso della flottiglia nella zona rossa, seppur con qualche critica, si sono progressivamente allineate con quelle delle delegazioni.
La Thousand Madleens To Gaza ha deciso di intraprendere una riconsiderazione strategica: continuare a essere un mezzo di resistenza e di solidarietà, diversificando le forme di supporto e mantenendo una visione aperta del Mediterraneo. La missione non è proceduta come pianificato in origine, bensì sostenendo una denuncia più mirata alla complicità occidentale con l’espansionismo sionista in Palestina, Libano, Iran e Siria.

Al momento, le imbarcazioni si trovano ancora a Cetraro, dove la TMTG sta collaborando con la città per la creazione di un progetto comunitario. A rafforzarsi sono anche i rapporti con i sindacati, le delegazioni e i movimenti di terra, al fine di raggiungere un nuovo coordinamento per l’utilizzo delle risorse a disposizione. Continuare ad amplificare l’iniziativa delle restanti imbarcazioni della Flotilla, in navigazione verso la Striscia, rimane una priorità.
La notizia ha iniziato a circolare tra gli equipaggi portando con sé un senso generale di amarezza e delusione. Soprattutto tra coloro che sono stati operativi a Marsiglia dai primi momenti, lo sconforto è forte. Tuttavia, i volontari erano a conoscenza dei rischi della spedizione e per questo la battuta d’arresto non è arrivata come una sorpresa.
Nel raccontarmi le ultime notizie, la voce di Andrea sembra angosciata. Stanca, affaticata e forse un po’ disillusa, trascina al telefono le ultime frasi. Preoccupazioni più che altro. A preoccuparlo è la difficoltà di creare una nuova narrativa, egualmente sensazionale e scioccante, in grado di attirare lo sguardo generale. Come continuare a essere d’impatto, in una dinamica ora monca della sua soluzione originale. Riuscendo a raggiungere e a mantenere quell’espressività che arriva forte dal «voi mi raccomando fate il vostro», in conclusione delle ultime comunicazioni della Flotilla, a seguito dell’intercettazione israeliana nel sud della Grecia del 29 aprile.
Assieme a questa, altre missioni con maggiore eco mediatica si sono svolte. Dopo l’abbordaggio delle ventidue barche della Global Sumud Flotilla avvenuto il 29 e 30 aprile e il sequestro di 181 attivisti da parte delle forze militari israeliane, con il sostegno delle risorse nautiche greche, altre missioni hanno continuato a subire intercettazioni. Attacchi prevedibili, data la recente propaganda mediatica dello Stato ebraico, che stanno ostacolando la flotta appena partita dalla Turchia. Il 18 maggio, a circa 250 miglia dalla costa di Gaza, in acque internazionali, le cinquantaquattro imbarcazioni civili vengono aggredite illegalmente dalle forze militari d’Israele. A terra, l’Esercito Nazionale Libico ha già bloccato il Global Sumud Land Convoy a Sirte, impedendo agli oltre 30 veicoli, tra cui ambulanze e camion carichi di forniture mediche, di raggiungere Rafah.

Nonostante gli abbordaggi, le spedizioni continuano come possono a generare pressione mediatica e burocratica, denunciando la normalizzazione delle violazioni del diritto internazionale e dei rapimenti dei civili volontari sulle imbarcazioni. La missione cambia forma, ma non direzione. Le barche si fermano, si ridistribuiscono, ma la comunità rimane unita. Ed è nella capacità di continuare a comunicare un’urgenza che la spedizione può proseguire.


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