Riflessioni su Autobiogrammatica e CTRL+C, CTRL+V – Scrittura non creativa
C’è un porno di età vittoriana che in undici agili volumi racconta la carriera erotica di un anonimo casanova londinese: tra memorie di infanzia, scopate e meditazioni metafisiche sulla vagina, La mia vita segreta impila più di un milione di parole in una lunga e appassionata rassegna dell’educazione sentimentale del protagonista; c’è CTRL+C, CTRL+V del poeta newyorkese Kenneth Goldsmith, un manifesto poetico a difesa del plagio e della scrittura non creativa, verso una letteratura che si vuole distanziare per vocazione dalla creatività; e c’è infine l’Autobiogrammatica di Tommaso Giartosio, un sintetico resoconto in quattrocento pagine di un rapporto non risolto con la propria lingua: tra parole e silenzi, Giartosio racconta i suoi primi vent’anni di vita fino all’inizio dell’università e alla presa di parola di Tommaso come autore.
I tre libri sembrano apparentemente molto distanti: La mia vita segreta è a oggi studiato perlopiù perché ci aiuta a capire la vita sessuale extraconiugale nella Londra di età vittoriana; CTRL+C, CTRL+V parte dall’esperienza artistica del situazionismo e della poesia concreta, di Warhol e di LeWitt per proporre un nuovo tipo di scrittura digitale, in cui l’appropriazione indebita, il furto e l’assemblaggio di testi prelevati dalla vita quotidiana rivestono un ruolo centrale; Autobiogrammatica è un’autobiografia che racconta la storia di un ragazzo appassionato di letteratura, cresciuto a Roma tra gli anni Sessanta e Settanta, mentre cerca di trovare la propria strada e pronunciare per la prima volta il fatidico io. Il porno, il plagio e l’autobiografia sono però solo i diversi strumenti che questi scrittori utilizzano per ritagliarsi uno spazio proprio, iperpersonale, da cui potersi aprire al mondo. Che sia attraverso una inapprocciabile epopea erotica, un testo completamente copiato o il racconto delle parole della propria vita, l’obiettivo è lo stesso: condividere con gli altri un codice estremamente personale. Analizzando più da vicino i tre libri, possiamo forse definire in modo un po’ più nitido quel complesso tentativo, per quanto lungo, nascosto e frastagliato, di un io poetico che prova a parlare con noi.
Il saggio sul plagio è appunto CTRL+C, CTRL+V – Scrittura non creativa di Kenneth Goldsmith, primo poeta laureato del MoMA. Goldsmith è conosciuto per lavori come Day, il minuzioso tentativo di ricopiare ogni singolo carattere a stampa di un numero del New York Times procedendo rigorosamente da sinistra verso destra, per un totale di settecento pagine; Soliloquy, la trascrizione di tutto ciò che Goldsmith ha pronunciato in sette giorni di registrazione; No. 111 2.7.93-10.20.96, un’estenuante raccolta di frasi e parole che finiscono in erre; e Fidget, una lunga lista dei movimenti del corpo dello scrittore compilata nell’arco di tredici ore. Seghe, si potrebbe pensare. E a ragione, secondo Giartosio:
Riconosco una inconsapevole anticipazione dell’eros solitario in questo gioco-lavoro: la lima (come la raspa e la sega) richiede certi gesti, sì, ma soprattutto permette di dare forma alla materia adattandola ai propri fini, così come la masturbazione riconduce l’infinito del desiderio a una prassi illusoria ma maneggiabile.
Ciò che lo scrittore intende mostrare, in questa descrizione del lavoro del falegname con cui giocava da piccolo, è che l’ossessione per il suono delle parole, la forma delle lettere, i movimenti del corpo rivela il desiderio di immergersi nella materia della lingua con cui poi ci si affaccerà all’Altro: è il primo passo. Giartosio, nella sua ricostruzione del viaggio che dal silenzio dell’infanzia lo ha portato alla presa di parola come giovane scrittore, parte tastando parole:
coltello, così liquido, suona come un cucchiaio; cucchiaio richiama il duro tagliente acciaio. Forchetta invece va bene, punge, fa forellini, è una forchetta.
Goldsmith, che è invece immerso nella scrittura digitale, guarda al nudo codice alfanumerico dell’informatica. Cita, per esempio, alcuni versi di Charles Bernstein,
HH/ ie,s obVrsxr;atjrn dugh seineocpcy i iibalfmgmMw
er,,me”ius ieigorcyÅëjeuvine+pee.)a/nat” ihl”n,s
ortnsihcldsel..pitemoBruce-oOiwvewaa39osoanfJ++,r”P2
o il ritmo ipnotico della poesia pura di Matsui, o di Mills
1,9
1,1,9
1,1,1,9
9
1,1,1,1,9
8,4
1,1,1,1,1,9
8,4
8,4
I suoi lavori di trascrizione vogliono svuotarsi di qualsivoglia intenzionalità e trovare una poesia che non inventi, ma cerchi una bellezza già insita nel codice. In termini più esatti, Goldsmith è interessato al sovrappiù di significato che si genera isolando una determinata categoria di parole sul foglio bianco, siano essi numeri, versi o sostantivi, e osservando cosa ne risulta. E ciò può certo sembrare masturbatorio.
Nell’incipit del saggio How to Recognize a Poem When You See One, il critico letterario statunitense Stanley Fish propone un esempio di questo procedimento: al termine di una lezione universitaria, lascia scritti sulla lavagna i nomi di alcuni linguisti famosi,
Jacobs-Rosenbaum
Levin
Thorne
Hayes
Ohman (?)
e agli studenti dell’ora successiva, specialisti di poesia religiosa inglese del XVII secolo, li presenta come cinque versi di un poema devozionale di età moderna. Gli studenti, stimolati dalla cripticità del testo, provano subito a decodificarlo.
Al di là del criptosorriso divertito che questo aneddoto può suscitare, è risaputo che la decontestualizzazione di un testo rende il lettore parte attiva nella decodifica, anche a costo di portarlo al di là delle intenzioni dell’autore. Conta il contesto e l’extra-testo, anche e soprattutto nei casi in cui non siamo abituati a considerarli. Goldsmith, per esempio, in CTRL+C, CTRL+V si chiede quali significati politici e sociolinguistici trasmettiamo scegliendo come carattere il Times New Roman rispetto al Verdana: la forma crea significato.
![[La versione cartacea e digitale di un articolo su Tony Curtis del NYT. Il sito web spoglia l’articolo della cornice prestigiosa del Times, avvicinandolo più a un giornale scandalistico]](https://rivistastanca.com/wp-content/uploads/2025/03/Progetto-senza-titolo-1.png)
[La versione cartacea e digitale di un articolo su Tony Curtis del NYT. Il sito web spoglia l’articolo della cornice prestigiosa del Times, avvicinandolo più a un giornale scandalistico]
Giartosio, similmente, già nelle prime pagine mette in guardia il lettore dall’apparente trasparenza e neutralità del linguaggio: Autobiogrammatica può essere letta come il tentativo di problematizzare le nostre routine linguistiche, mostrare l’implicito, le implicature e il non detto dei nostri testi. È proprio decontestualizzando (attraverso il non-sense, i linguaggi cifrati, l’oscurità stilistica) che si trova uno spazio in cui cominciare a parlare:
Se si può dire solo ciò che sta in piena luce, parlare diventa molto semplice. Ma anche inutile. La realtà risulta lineare. Trasparente. E di molte cose non si può parlare. L’obbligo di dire la verità è fratello gemello del silenzio.
Lavorare con la lingua è quindi un modo per cominciare a parlare, ovvero per concedersi la possibilità, attraverso il filtro del gioco, di dire qualcosa su di sé, per quanto in maniera indiretta e oscura. Non sarà casuale che tra i critici letterari citati da Giartosio figuri D. A. Miller, entusiasta e autoironico sacerdote del too close reading, una pratica di lettura ravvicinata e ossessiva del testo. Attraverso uno sguardo che disseziona ogni più piccolo elemento narrativo (è il caso, per esempio, del saggio Anal Rope sul cinema di Hitchcock), Miller scova significati al di là delle intenzioni stesse dell’autore, in maniera simile agli studenti di Fish. Spesso al centro dell’analisi figurano temi queer: è del 2022 l’edizione edita da nottetempo di Bellissimo, la raccolta di due saggi dedicati a Brokeback Mountain e Chiamami col tuo nome in cui Miller propone una critica alla rappresentazione dell’omosessualità nel cinema contemporaneo a partire da particolari iperspecifici, come i titoli di coda del film di Guadagnino. Il sesso, e in particolare il tema queer, offre a Miller come a Giartosio un punto di vista privilegiato da cui osservare (e praticare) la messa in discussione del linguaggio comune. Seghe, per qualcuno, anche in questo caso: l’iperfocalizzazione non coincide necessariamente con l’accuratezza o la verità. Ma in qualche modo, seghe prolifiche: con le parole dell’anonimo pornografo vittoriano (doverosamente decontestualizzate, à la Fish),
giochetti immaginosi, […] licenziose fantasticherie assolutamente indegne di credito; poi, dall’esperienza, ho appreso che tutte queste cose, sebbene appaiano al non iniziato eccentriche e improbabili, possono benissimo esser vere.
L’obiettivo di Giartosio è infatti proprio quello di mostrare le patacche della nostra lingua, svelare la natura non trasparente del linguaggio che usiamo:
Dopo il silenzio, arriva quindi la lallazione, il gioco con le sillabe, il percepire il linguaggio come un taglio di carne o un metro di stoffa, una cosa materiale (…) con tutte le patacche in bella vista.
Oh W! X! Y! Z! / Cosa ti è entrato in quella testa / di zumpappà! Sei un’oca lonfa!
Mettere in crisi il sistema di regole chiaro e definitivo che ci insegna come comunicare può sembrare ad alcuni un atto meramente provocatorio (con tutti gli impliciti che questo avverbio può sollecitare). L’alfabeto è un diagramma, un sistema chiuso in cui ogni elemento ha una definizione e una soltanto; senza questo sistema, non è possibile linguaggio e quindi contatto con l’altro, quello stesso contatto che Goldsmith cerca paradossalmente di ottenere sovvertendo la grammatica. Venire meno alle regole, celarsi nel loro rifiuto, potrebbe costituire un ostacolo ancora maggiore al farsi capire. E a quale scopo? Come nota La mia vita segreta, in chiave allegorica:
È per me sorprendente che nonostante ciascun sesso provi tanto piacere nel guardare i genitali dell’altro, vengano comunque prese tanto estreme misure per celarli.
È anche l’obiezione della madre del protagonista di Autobiogrammatica: “Bei suoni e basta! Non vuol dire niente! Anzi: vuol dire tutto e il suo contrario! Se vuoi dirlo, perché non lo dici e amen? ”
La lingua intesa (solo) come grammatica, set di regole e codice chiuso, però, è ugualmente insincera e lontana dalla vita: il suo obiettivo è proprio distaccarsene e oggettivizzarla. Con Giartosio,
Passi pure il Dado, passi il Fiore, passi il Gelato; ma perché era così essenziale per noi riconoscerci nell’Edera, nell’Elica o nell’Elefante? Perché non l’Erba, o l’Emozione? (…) Cosa succede se a uno come me gli spiegano il Dado, ma non il dolore, che colpisce a caso; la Porta ma non la paura, che ti porta altrove; l’Istrice ma non l’isteria, che punge e fa strillare?
Da qui partono i tentativi di svelare la natura arbitraria, convenzionale e negoziabile della lingua, che, come mostra, può anche nascondere.

[Matt Siber è un artista che separa visivamente il linguaggio pubblicitario dal mondo in cui è concretamente inserito, forzando il contrasto tra lingua e vita]
È una lotta in qualche modo politica, che può passare anche attraverso la provocazione. In La dialettica può rompere mattoni? (La dialectique peut-elle casser des briques?, 1973) il regista situazionista Viénet sostituisce i sottotitoli di un generico film cinese sul kung fu con serrate conversazioni marxiste sull’alienazione e la lotta di classe, sovrapposte a immagini di convenzionali combattimenti. Botte, scudisciate e mazzate sul capocollo si intervallano a tristi considerazioni sulla scarsa utilità di Marx, van Gennep o Lautréamont nella risoluzione della lotta di classe (e pure di kung fu).
In questa messa in discussione dei significati condivisi sta la guerriglia semiologica, la battaglia semantica che coinvolge i membri di una comunità nel cercare di attribuire alla realtà i propri significati. Con Eco, da Il costume di casa,
In un’era in cui le comunicazioni di massa appaiono come manifestazione di un ‘dominio’ che provvede al controllo sociale dei messaggi, rimane forse possibile cambiare le circostanze di ricezione per mutare le interpretazioni del destinatario. È quello che in altre nostre opere è stata chiamata la GUERRIGLIA SEMIOLOGICA. In opposizione a una strategia della codifica (rendere i messaggi ridondanti per assicurarne la interpretazione univoca secondo codici indiscutibili), ecco la possibilità di una tattica della decodifica in cui il messaggio in quanto espressione non muta ma il destinatario riscopre la sua libertà di risposta.
Questa lotta semantica è l’arena in cui si disputano i significati che poi verranno selezionati, a livello di comunità, come unità culturali condivise, parti del patrimonio semantico comune. È anche la lotta di Giartosio: Autobiogrammatica può essere letto come un lunghissimo tentativo di legittimare uno sguardo sul mondo incredibilmente personale, che per diversi motivi (posizione politica, orientamento sessuale, identità adottate) rischia altrimenti di venire silenziato. Non si vuole ribaltare la norma (non sempre), ma dare spazio a esistenze ai margini perché vengano viste, dette e riconosciute, riscoprendo il destinatario come libero semiurgo.
La neve cade
come chitarre di morte
Ciao come stai.
È una lotta, quindi, contro l’autor(ial)ità (anche con il nonsense: E vegno in parte ove non è che Luca), tra mainstream e avanguardia. Qui si gioca il rapporto tra sé e mondo, tra autenticità e condivisione, tra il volersi mantenere autentici e unici e indefinibili e il voler trovare un contatto con l’altro, se questo è possibile. Una via percorsa da alcuni scrittori è quella dell’instabilità, del mutamento continuo, della schizofrenia elettiva: tra il darsi agli altri e il rimanere fedeli a sé, ci si mantiene in un precario equilibrio.
Giartosio lo fa narrando: Autobiogrammatica è certo un libro che unisce immagini, foto, poesie, esperimenti grafici e tavole parolibere prodotte dall’autore durante l’adolescenza, ma sempre con l’obiettivo è raccontare una storia, quella appunto di un giovane ragazzo cresciuto a Roma tra gli anni Sessanta e Settanta, fino all’inizio dell’università e alla sua presa di parola come scrittore. Goldsmith non vuole narrare una storia, ma presentare un concetto, lasciando libertà di interpretazione. Il codice nudo e puro è inizio e fine dell’opera d’arte: il processo che porta alla realizzazione dell’oggetto artistico importa quasi più dell’oggetto stesso (che può anche non esistere). Un estratto da No. 111 2.7.93-10.20.9 come
A, a, aar, aas, aer, agh, ah, air, är, are, arh, arre, arrgh, ars, aude, aw, awe, Ayr, Ba, ba, baa, baaaahh, baar, bah, bar, bard, bare, barge, barre, Bayer, beer, bere, beurre, bier, bla, blah, Blair, blare, blear, bleh, blur, boar, board, Boer, boor, bore, bored, Boz, bra, bras, Brer, brrrr, bur, burr
è decodificabile perché Goldsmith condivide con il lettore il meccanismo di composizione: una raccolta di parole che finiscono per erre o un suono simile, in ordine alfabetico; ma rimaniamo a un livello di comprensione piuttosto superficiale. Tu nanga bala marati, Nega ciche bo, Sali cospana zu, uno scambio di battute tra il narratore di Autobiogrammatica e un amico in una lingua inventata, è decodificabile perché è oggetto di una lunga analisi da parte di Giartosio, il cui obiettivo è anche questo: mostrare l’apertura e la parafrasi di un codice assolutamente personale verso il mondo. Un racconto, quindi, dove invece in Goldsmith vuole esserci solo un concetto. E il lettore?
Il lettore di Goldsmith si trova davanti a uno specchio, libero e solo. La scrittura non creativa non crea, appunto, ma incornicia pezzi di realtà. Fa domande ma non dà risposte. Prendiamo l’incipit di questa poesia di Fitterman:
Sears / Kay Jewelers / GNC / LensCrafters / Coach / H&M / RadioShack / Gymboree / The Body Shop / Eddie Bauer / Crabtree & Evelyn / Gymboree / Foot Locker
Al lettore vengono forniti puri dati, non l’interpretazione (esplicita) dell’autore. Porre una serie di marchi conosciuti in fila certo colpisce chi legge (e suggerisce, forse, una lettura spettacolarizzante): la letteratura come stravaganza, come gioco formale. Non importa sapere che si tratta dei negozi davanti a cui Fitterman è passato camminando per un centro commerciale, né conoscere davvero il significato che lo scrittore dà alla sua camminata. Anzi, non importa neanche leggere l’intero elenco. Per Goldsmith, scrivere libri non deve avere come obiettivo essere letto: spesso, l’augurio è proprio il contrario (e il lettore, del resto, non può che concordare: come direbbe il narratore di La mia vita segreta, leggere Goldsmith has been as similar and repetitive as fucking itself). L’importante è generare riflessioni, associazioni o anche solo una risposta emotiva: in un’epoca di evidente sovrapproduzione editoriale, ottenere l’interazione del lettore, creare un contatto vivo e partecipato è la cosa più importante.
Babele è stata fraintesa; il linguaggio non è un problema, ma una nuova frontiera. Il linguaggio provvisorio finge di unire, ma in realtà frantuma,
dice a ragione Goldsmith. È un linguaggio senza autore, ma straordinariamente autoritario nella sua pretesa di distacco e trasparenza. A differenza del linguaggio comune, con cui è in rapporto polemico, la scrittura non creativa cerca di caricare al massimo il contrasto tra l’uso di una lingua neutra e l’inserimento di un contenuto problematico e attuale. Il risultato auspicato è una poesia razionale e chiara, che nasconde sotto la superficie l’ustionante temperatura emotiva del vissuto. Elimina le metafore, i simboli, le allusioni, e ci mette davanti il dato. Senza proporre alcuna soluzione.
Giartosio, da parte sua, porge invece la mano: lettore, lettrice: metti su un caffè. Faremo tardi. Usa frequentemente il tu, e accompagna chi legge lungo tutta la narrazione. Il Giartosio personaggio allestisce certo un linguaggio provvisorio fatto di non detti (la necessità di sapere non sapere ciò di cui si è a conoscenza), in vista però di un linguaggio un po’ meno provvisorio, in cui potersi riconoscere. Inizialmente, il giovane studente subisce la fascinazione per il chiaro-oscuro, per i Cantos di Pound che rendono bello da vedere ciò che di solito è nefando.
chih, chih!
wo chih3 chih3
wo4-5 wo4-5 ch’o4-5 ch’o4-5
paltry yatter.4
Nella sua corrispondenza con l’amico Elio, Giartosio stesso si inventa un sistema di note a piè di pagina articolato e mistificatorio, che gli permette di mettersi ai margini, di riflettersi nello specchio dei suoni e di significanti in una spirale di rimandi senza fine. L’assenza significa allo stesso modo della presenza: il voler essere impenetrabili e incomprensibili è quasi più importante del contenuto del singolo testo riportato. Con fare quasi michelangiolesco, significa togliendo.
Ben e la Clara
Alla carbonara.
Yahoo Fasaa!
Dite all’opossum:
Ciao come stai.
Ma questo è un punto di partenza (e sta principalmente nel Giartosio personaggio). In Goldsmith, invece, c’è la strenua difesa della ricerca pura del significato nella forma: la ricerca del suono bello non è il primo passo verso un’esperienza più tradizionale, ma un’operazione letteraria a sé, con lo scopo di lasciare traboccare spontaneamente il linguaggio. Il pericolo è certo quello di perdersi, alla fine, in questa ricerca, e finire in un terreno ambiguo, in cui ricerca della bellezza formale e autoritarismo si mischiano. Non a caso Giartosio, durante un convegno universitario descritto nel libro, (ri)scopre il lato fascistoide e gli ammiccamenti antidemocratici dell’amato Pound, pericoli sempre in agguato in una scrittura che seppellisce in una forma pulita contraddizioni e lacerazioni interne.
Ma perdersi non significa necessariamente disinteressarsi del lettore. Nonostante l’apparente distanza da qualsiasi concetto di leggibilità, infatti, il gruppo di scrittori non creativi tracciato da Goldsmith sembra anzi credere ferocemente nella scrittura come mezzo per arrivare alle persone e includere nella forma-libro (e nella società) soggettività marginalizzate: è l’incarnazione di un’utopia politica. A me l’inclusione della soggettività e dell’esperienza personale interessano; preferisco solo che non siano le mie, dice Goldsmith attraverso la voce di Fitterman.
Questo tentativo di fotorealismo letterario, per certi versi curiosamente vicino a un Zolà dei Rougon-Macquart, rivela la volontà politica di cambiare il mondo attraverso le parole, anche nel caso specifico in cui queste parole non vengano lette. È un’avanguardia populista, interessata ad arrivare alla gente in modo diretto e semplice: basta leggere il trafiletto introduttivo per capire l’intero libro. Il suffisso peggiorativo mette forse in rilievo la distanza elettiva tra questi tentativi e la realtà della letteratura contemporanea: l’allegra anarchia della a-grammatica non creativa, in maniera simile al metodico caos di un’orchestra di Cage, chiede un costo di accesso molto alto, che forse non tutti possono soddisfare. Qui sta l’impasse di Goldsmith: sfuggire alle definizioni per potersi dire, ma non potersi dire senza definizioni.
Curiosamente, un approccio simile si può rilevare nel Nostro erotomane vittoriano, similmente impegnato in uno sforzo rugonmaccartiano:
Amavo la fica, ma anche la donna che la possedeva. […] [R]icordo, con una precisione che mi stupisce, il viso, il colorito, la statura, i fianchi, il culo, la fica di quasi tutte le donne che ho avuto. […] Ricordo perfettamente gli abiti che indossavano, le case e le stanze nelle quali le avevo possedute. […] Invece, quando non lo registravo nella memoria, preferivo omettere la descrizione, piuttosto che cercare di rendere coerente un racconto inserendovi particolari soltanto probabili. Non potrei rendere ora conto delle mie azioni, né del perché ho detto o fatto determinate cose; talvolta il mio comportamento può sembrare folle o assurdo, come quello di certe donne: io posso solo riferire quanto accadde.
Un mero e semplice resoconto, dunque, in cui la soggettività non deve inserirsi se non come oggettivo reporter dei dati della realtà; del resto, non è intenzione dell’autore (né di Goldsmith) atteggiarsi a Ercole della copulazione: ci sono già sufficienti spacconi in questo campo. Walter, il narratore di La mia vita segreta, fornisce un catalogo per scrupolo documentaristico, dando così spazio a un io angelicato, sublimato in puro racconto, quasi cristologico nella sua pretesa di farsi casto portavoce di verità (ma chi ci crede?). E in curiosa continuità con questa dichiarazione di intenti spersonalizzante, l’autore del manoscritto originale non è mai stato individuato.
Ma l’io della poesia non creativa, come quello dell’autore di La mia vita segreta, non scompare. Con le parole di un titolo di Giartosio (Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo), non significare non è possibile; possiamo, al massimo, cercare un modo per dirci diversamente, o esprimere il nostro volerci non dire: la storia letteraria è proprio il racconto di questo tentativo, della sfida al preverbale e al silenzio, anche attraverso il contraffatto.
Lo dimostra il caso di Simon Morris, uno scrittore che ha deciso di copiare sul proprio blog una pagina al giorno del libro Sulla strada di Jack Kerouac. Grazie a questa esperienza ai limiti della sanità mentale, Morris si è immerso nello stile del beat poet, trovandosi persino a completare o emendare le frasi del libro senza rendersene conto, durante la trascrizione. È un’esperienza non dissimile a quella dei copisti di ogni epoca: quando si entra a contatto con la cultura, si diventa autore e si produce significato nuovo, che sia attraverso la semplice copia di un manoscritto, la decontestualizzazione o l’autofiction.
Si sa che il copyright, dal punto di vista semiotico, non esiste. La contaminazione e l’imbastardimento agiscono sempre. Ogni volta che si sposta qualcosa, si crea nuovo significato, e quindi nuova cultura. Anche plagiando, non si plagia. Il progetto di Morris vuole proporre un’autorialità senza autore, dando spazio al testo di qualcun altro filtrato attraverso la propria voce. È un viaggio metaletterario, come molti di quelli riportati in CTRL+C, CTRL+V. Ma che passa sempre attraverso Morris: Getting Inside Jack Kerouac’s Head, la sua versione di Sulla strada, è stata poi pubblicata in un’edizione con le pagine in ordine inverso, a segnalare esattamente la distanza irriducibile dal Kerouac originale. (Non andranno comunque sottovalutate, come ricorda Mimmo Cangiano in Guerre culturali e neoliberalismo, le motivazioni di ordine tragicamente più umano dietro queste scelte: l’effetto “guarda quanto è buffo”, la spettacolarizzazione, l’industria dell’anticonvenzionale.)
Resta comunque difficile trovare la giusta distanza da cui analizzare questi testi. A sostegno della poetica del plagio, Jonathan Lethem ha scritto L’estasi dell’influenza. Un plagio, un saggio in cui ricostruisce la storia letteraria dell’appropriazione indebita, dall’antichità a oggi. Le fonti più diverse vengono chiamate in causa per motivare la necessità e la legittimità del furto creativo, definito come la base della letteratura stessa. Tutto l’articolo, ça va sans dire, è stato scritto ovviamente con l’utilizzo esclusivo di argomentazioni e idee altrui, a volte copiate alla lettera dai testi in cui sono state prelevate; e nel sorriso beffardo che accompagna e relativizza questo genere di proposte c’è probabilmente la grande forza della scrittura non creativa.
Gli scrittori citati da Goldsmith in CTRL+C, CTRL+V sembrano spesso seguire un ideale universalistico. Douglas Huebler è un artista concettuale non creativo che ha deciso di voler fotografare l’intera umanità. Partendo dai suoi amici e da piccoli gruppi di persone, è passato molto velocemente a fare foto a interi locali pieni di gente, a stadi e infine a decine di stampe di grandi masse. Joe Gould è invece l’autore di Una storia orale del nostro tempo scritta rigorosamente a mano fronte retro, un libro che avrebbe dovuto contenere campioni dei più vari tipi di linguaggio orale umano, per milioni di parole (non è mai stata conclusa). Questi lavori, come pure La mia vita segreta, a suo modo rivelano l’intento di racchiudere lo scibile umano in un’unica opera inapprociabile, di superare i limiti umanamente concepiti della scrittura. La qualità letteraria degli undici volumi dell’anonimo vittoriano è evidentemente trascurabile, e l’intreccio molto limitato; importa invece che undici volumi sul sesso e sull’erotismo siano stati pubblicati (pure anonimamente e in qualche decina di copie) e abbiano occupato una loro posizione nello spazio culturale del mondo vittoriano del tempo.
Non sempre è chiaro dove si voglia arrivare, né in questo caso sappiamo in quale spazio effettivamente poi si inseriva l’opera; resta tuttora irrisolto il problema dell’effettiva vicinanza delle pirotecniche avventure raccontate dall’autore con la sua realtà biografica. Passaggi come
Nel desiderio ogni cosa è naturale è buona per le persone a cui piace. Non potrà mai esserci più male in un uomo che tasta l’uccello di un altro uomo, né di una donna che tocca la fica di un’altra donna, di quanto ce ne sia nel loro stringersi la mano.
hanno portato alcuni a immaginare un intento didattico nel racconto di Walter; altri, come recentemente Ronald D. Morrison, hanno ipotizzato invece un’operazione di fine parodia letteraria del genere del Bildungsroman. Il rischio di fraintendimento è effettivamente abbastanza alto, e motiva a volte la reazione di scetticismo a correnti alterne che provocano le avanguardie. Per i nostri interessi, importa comunque che siano progetti che puntano all’universo, come le enormi tele blu di Zima Blue nell’omonimo cortometraggio di Love Death & Robots.
Nonostante la simpatia naturale che la poesia non creativa può suscitare, c’è spazio per più di qualche perplessità rispetto all’idea di autobiografia obliqua proposta da questi enormi tomi, che uniscono insignificante e fondamentale in maniera così stretta. L’obiettivo è in molti casi scrivere qualcosa di simile a una musica di ambiente, un racconto dell’io non unitario e mai concluso. Ma l’accumulo di gesti e cataloghi della spesa astrae, ma non toglie dall’equazione l’io. C’è chi è voluto partire dalla famiglia (Lessico famigliare), dall’ambiente sociale (Libera nos a malo), da una lettera (W o il ricordo di infanzia) o dalla lingua (Autobiogrammatica); e chi ha preferito farlo a partire dalla propria voce (Soliloquy), dalla lista del materiale consumato online (Ambient Fiction Reading System 01: A List of Things I Read Didn’t Read and Hardly Read for Exactly One Year), o dalla rigorosa documentazione di qualsiasi episodio scandalistico della propria quotidianità (i Diaries di Wharol). Ma anche nella trascrizione delle telefonate di Warhol ai suoi amici, il tema dell’io e del silenzio rimane. La scelta stessa di includere tutto, appiattendo la soggettività dell’autore su uno sfondo di gossip e onanismo autocelebrativo, dice, significa qualcosa. Kenneth Goldsmith ci è intelligibile principalmente attraverso l’autonarrazione che fa di sé, più o meno come Giartosio o qualsiasi altro artista. Ciò che è interessante è che decida di farlo scrivendo provocatori libri di 800 pagine invece che attraverso le forme narrative tradizionali.
Mi piace pensare a queste iniziative come a dei commoventi tentativi di eradicazione totale del linguaggio, consapevoli fin dall’inizio di essere destinati al fallimento. Dopo avere scritto intere bibbie in codici alfanumerici, remixato i suoni dell’universo in tonalità di si bemolle minore ed esasperato non pochi lettori, gli scrittori non creativi possono a buon diritto sostenere di avere portato il linguaggio ai suoi limiti, di averlo stracciato e violentato; e questo lungo e personalissimo percorso, sincero e insieme tortuoso e impenetrabile, è necessario per arrivare più serenamente (o, almeno, in maniera più partecipata) alla conclusione che certo la lingua è effettivamente cultura società umano e non molto altro; ma nonostante tutto, per quanto arbitrario e problematico possa sembrare, va bene così. Che è la stessa conclusione a cui giunge lo stesso Giartosio:
Non stare più a chiederti cos’è una A; chiediti cos’è un nome. Con la A e le altre lettere puoi comporre le parole, ma con un nome puoi chiamare una persona. Magari viene.
Pure un libro sul plagio e pieno di plagio dice qualcosa di nuovo. L’ansia catalogatrice e archivista di Day, Soliloquy, No. 111 2.7.93-10.20.96 e Fidget, è il ciao come stai di Goldsmith, quel sapiente equilibrismo, con le parole di Giartosio, tra autoconsapevole distanziamento e viva materia autobiografica che anima qualsiasi narrazione dell’io. La noia schizofrenica che lo porta a definirsi boring dopo aver fatto ridere Obama leggendogli per tre minuti le indicazioni del tempo atmosferico; la provocatoria convenzionalità dello sfruttamento del meme e del mainstream per definirsi come avanguardia; la fiducia contraddittoria in una tecnoutopia non creativa da parte di un autore così apparentemente legato all’idea di recupero e salvezza delle parole. Tutto questo è Goldsmith e la scrittura non creativa: utilizzare l’arte per arrivare alla vita, ma senza passare per la propria vita. Raccontarsi attraverso il tentativo di non raccontare di sé. Kenneth Goldsmith ci porta ai limiti del linguaggio, per autorizzarci a pensare di inserirci in questo linguaggio; Tommaso Giartosio ci inserisce nel suo linguaggio, per mostrarci come un linguaggio ci costruisce; e il casanova vittoriano di La mia vita segreta ci dà qualche indicazione pratica lungo il percorso. È finito il tempo delle domande, parafrasando Giartosio, può iniziare (forse) quello delle caute risposte. E che queste passino attraverso le seghe, le poesie batteriche o il plagio importa relativamente poco. L’importante è cominciare a dire.
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