Da anni sono ossessionata da una storia ambientata su un’isola con determinate caratteristiche. Ne sono talmente ossessionata che qualche tempo fa, mentre provavo a scriverla, ho trovato un vecchio taccuino risalente a una decina d’anni prima che conteneva un abbozzo di storia con un’ambientazione analoga, di cui non conservavo memoria. Lo confesso all’inizio per mettere in chiaro che se scrivo di Simenon e dei tre romanzi che ambientò su delle isole, lo faccio perché le isole ossessionano me, mentre non saprei dire se ossessionavano lui. Di certo ne era attratto: il creatore del commissario Maigret negli anni Venti frequentò in molte occasioni insieme alla prima moglie – la pittrice Régine Renchon, da lui soprannominata Tigy – Porquerolles, un’isola dell’arcipelago meridionale di Hyères, che si estende per 12 chilometri quadrati (la seconda isola mediterranea della Francia dopo la Corsica per superficie), in cui sono ambientati due di questi tre romanzi. Dal porto di Porquerolles Simenon partì nel 1934, lui che era amante della navigazione, per un lento viaggio-crociera con la moglie a bordo di una goletta, in occasione di un reportage giornalistico sul Mediterraneo. Ma da qui a sostenere che fosse ossessionato dalle isole ce ne vuole: tre romanzi sui quasi duecento che scrisse, dopotutto, non sono poi così tanti. 

Il primo si intitola Ceux de la Soif (in italiano è uscito per Mondadori col titolo Gli assetati, e poi per Adelphi col titolo Hôtel del ritorno alla natura). È stato scritto l’anno dopo quel viaggio dei coniugi Simenon per mare, ma è stato pubblicato solo nel 1938. La storia è ambientata in un isolotto sperduto e deserto delle Galápagos, chiamato nel romanzo Floreana, dove ha deciso di trasferirsi il professor Frantz Müller, stimato medico e autore di opere filosofiche di cui non riesce più a scrivere una riga, insieme a Rita Ehrlich, che a Berlino era stata studentessa appassionata di filosofia nonché moglie di un collega di Müller, e che lo ha seguito alle Galápagos per fuggire dalla vita borghese e “riavvicinarsi allo stato di natura”. I due vivono nudi in una casa che è poco più di una capanna, hanno addomesticato un asino, coltivano ortaggi e verdure e dormono in un letto diviso in due da un tramezzo di legno alto quindici centimetri. Per ragioni che Rita non riesce a comprendere, non si sfiorano nemmeno. Vicino a loro vive la famiglia Herrmann, giunta sull’isola nella speranza che il clima aiuti la salute di Jef, il figlio malato.

L’equilibrio di questo minuscolo insediamento umano viene stravolto dall’arrivo della contessa von Kleber, che giunge dall’Europa con la bizzarra idea di creare un albergo di lusso sull’isola e porta con sé un assortimento incredibile di whisky e sigarette. Con lei ci sono i suoi due amanti, l’ozioso e sprezzante Nic Arenson e il giovane e tubercolotico Kraus, che si danno il turno nel sedere ai piedi della contessa per accarezzarle le ginocchia. Dal loro arrivo, la contrapposizione esistenziale tra i due gruppi permette a Simenon un’indagine su primordialità, erotismo e autodistruzione alcolica (e queste sì, di sicuro erano sue ossessioni). A trasmettere a Rita e al professore le notizie su quanto avviene all’Hôtel del ritorno alla natura è il signor Herrmann, che in Europa era assistente preparatore dell’università di Bonn e che considera il professore come un genio brusco, di cui vuole conquistare la stima. È a Herrmann che il giovane Kraus confida, a proposito del lato più oscuro della contessa: “È quando fa così che mi spaventa di più, perché allora è capace di tutto. Dopo le orge più sfrenate, quando gli altri sono sfiniti o si sentono male, lei resta fredda e più decisa che mai”. 

Al contrario di quanto succede nel paradigma del giallo, genere che Simenon già praticava (il primo libro con Maigret protagonista, Pietr-le-Letton, risale al 1929), Hôtel del ritorno alla natura non inizia, ma si conclude con un mistero, e l’indagine è quella che il lettore dovrà condurre a posteriori sulla base di ciò che ha vissuto sull’isola al fianco dei personaggi. 

Il mio amico Maigret, scritto nel 1949, fa invece parte della celebre serie poliziesca ed è un giallo che potremmo definire canonico. Il commissario, diventato ormai famoso, viene affiancato dall’ispettore Pyke, inviato da Scotland Yard nella speranza che impari il cosiddetto “metodo Maigret”. I due investigatori lasciano le grigie giornate parigine per una trasferta a Porquerolles, dove Maigret è chiamato a indagare sulla morte di Marcellin, un criminale comune ucciso sull’isola, che prima di morire si era vantato pubblicamente in un bar di essere suo amico. Da quando giungono a Porquerolles, Pyke si immerge con facilità nel clima rilassato, mentre il commissario fatica ad adattarsi alle usanze degli autoctoni. Scrive Simenon: “Maigret sapeva che in certe isole del Pacifico ai bianchi capita di lasciarsi andare a quel modo, di subire il contagio della vita selvaggia, ma ignorava che ciò potesse avvenire a tre miglia dalla costa francese”. Uno dei personaggi, un dentista venuto in vacanza e mai più ripartito, ha coniato un nome per quel modo di lasciarsi andare: la “porquellorite”. Nelle stesse pagine spunta anche un altro personaggio, un dottore “contagiato fino al midollo, a detta del dentista”, e deciso quindi a non abbandonare quell’atmosfera di “disinvolta promiscuità”, dove tutti si conoscono e si trattano “senza cerimonie”. “Intuivi che avrebbe potuto essere così ogni sera, per anni, che la gente poteva invecchiare senza muoversi di lì, senza tentare gesti diversi da quelli che vedevi fare”, scrive Simenon “(…) Nessuno aveva fretta. Nessuno sembrava pensare che ci fosse un domani”. 

Tre anni prima, lo scrittore aveva dato alle stampe Il clan dei Mahé, in cui il protagonista era proprio un medico malato di “porquellorite” (ed è quindi è probabile che nella scena di Il mio amico Maigret si stesse in qualche modo auto-citando). Il libro è uno dei cosiddetti “romanzi-duri” di Simenon ed è anche tra quelli che scavano direttamente al centro della questione delle ossessioni (insieme al romanzo La porta, uscito a maggio scorso per Adelphi, che si concentra sulla gelosia che il protagonista Bernard Foy nutre ossessivamente per la bellissima moglie). Il protagonista, il dottor François Mahé, si reca in vacanza a Porquerolles con la famiglia e, sebbene inizialmente l’isola gli sembri ostile e non desti in lui alcun interesse se non quello della pesca delle sfuggenti ombrine, a seguito di una chiamata per soccorrere una donna agonizzante, Mahé viene colpito da una ragazzina che indossa un abito rosso troppo corto – la figlia della morta – in cui col tempo riconosce “la negazione di tutto quello che era stata la sua vita”. Nonostante non le abbia mai rivolto la parola, quella figura che “non era una donna, e neppure un corpo”, lo spinge a ritornare estate dopo estate sull’isola, fuggendo dal quartiere con le villette grigie tutte uguali in cui vive per il resto dell’anno. 

“Non gli sarebbe stato facile dire esattamente quello che faceva, quello che lo attirava laggiù”, scrive Simenon. “Del resto, loro non lo avrebbero capito. Avrebbe potuto, eventualmente, servirsi di un paragone. Qui, ogni mattina, quando si faceva la barba, poteva vedere dalle sue finestre grossi buoi che andavano, la testa piegata sotto il giogo, verso i campi a passi così lenti che sembrava misurassero l’eternità. Laggiù, chino sull’acqua, assisteva a misteriosi combattimenti, a una lotta incessante; dietro ogni roccia, dietro ogni ciuffo d’erba marina, pesci dalla sagoma aggressiva ne insidiavano altri, e persino i fiori che si aprivano sul fondo del mare spiavano la presa per poi imprigionarla nei propri petali. Qui gli uomini si logoravano giorno dopo giorno in lavori scanditi inesorabilmente dall’almanacco del coltivatore. Laggiù…Ma a che scopo parlarne? E perché facevano cerchio intorno a lui osservandolo con aria preoccupata?”. 

Il dottor Mahé realizza di aver acconsentito per tutta la vita a scelte prese da altri e da lui subìte più o meno consapevolmente – di nuovo il riferimento è alla vita nella società borghese, la stessa in cui Simenon era nato e cresciuto – e l’isola rappresenta per lui la possibilità di “uscire dal cerchio”. “Era un Mahé, e perciò l’intera schiatta dei Mahé – in gran parte a lui sconosciuti – che aveva messo profonde radici nella regione si sentiva autorizzata a coalizzarsi per impedirgli di evadere”. Di nuovo Simenon torna un certo istinto primordiale, riconoscibile nei “misteriosi combattimenti” che il dottore intravede sui fondali marini, e che si configura come fronte opposto rispetto alle costrizioni sociali, incarnate dai buoi con “la testa piegata sotto il giogo”.

Anche se Simenon non cade mai nell’errore di ripetersi, il significato che attribuisce all’isola nei tre romanzi ha dei tratti comuni. Ambiente tutt’altro che utopico, la sua Floreana-Porquerolles è un luogo simbolo e teatro dello scivolamento nel languore, dello stordimento dei sensi, delle ossessioni private dell’autore per l’alcol e il sesso, che prendono il sopravvento sulla parte più razionale e controllata. Come tale, l’isola è una via d’uscita, se non proprio di fuga, dalle rigidità di abitudini e consuetudini sociali, un appagamento del bisogno di disallineamento dalle aspettative e di disancoraggio dalle inibizioni. 

Adottando un approccio critico che muove dallo spatial turn – l’attenzione per la dimensione spaziale che ha caratterizzato gli Studi culturali sul finire del secolo scorso, in opposizione alla centralità precedentemente riservata alla dinamica temporale – potremmo riconoscere nell’isola letteraria di Simenon una classica eterotopia foucaultiana: un luogo-altro in cui si svolgono gli eventi che non possono verificarsi nel mondo “reale”, a causa delle censure morali e sociali. 

“Nella nostra società, queste eterotopie di crisi continuano a scomparire, per quanto sia ancora possibile scorgerne qualche residuo. Ad esempio, il collegio, nella forma che lo caratterizzava nel XIX secolo, o il servizio militare per i ragazzi, hanno giocato certamente un ruolo simile, le prime manifestazioni della sessualità virile dovevano avvenire decisamente al di fuori della famiglia”, scrive Foucalt in Spazi altri. I luoghi delle eterotopie (Mimesis, 2011). Al contrario delle utopie, le eterotopie sono per il filosofo francese un concetto che consente la realizzazione di un progetto nel presente, qui e ora, e così potremmo leggere la declinazione letteraria “isolana” che ne offre Simenon. 

Resta da domandarsi perché lo scrittore abbia scelto proprio l’isola come suo luogo-altro. Nei Vagabondi, il romanzo più famoso di Olga Tokarczuk  – premio Nobel per la letteratura del 2018, laureata in psicologia e seguace di Carl Gustav Jung  – la scrittrice polacca fa riferimento a una scienza che chiama “psicologia del viaggio”, al cui interno l’isola ha un significato preciso: “rappresenta lo stato primordiale, la più antica condizione presociale, quando l’ego si era già abbastanza individualizzato per raggiungere un certo livello di autocoscienza, ma non aveva ancora allacciato relazioni complete e soddisfacenti con ciò che lo circondava. L’insularità è uno stato di permanenza entro i propri confini non ancora scompensata dagli influssi esterni: una sorta di autismo o narcisismo. Tutti i bisogni sono appagati nel proprio ambito. Solo l’“io” appare come reale, “tu” e “loro” sono niente più che indistinti prodotti dell’immaginazione, Olandesi Volanti che appaiono in lontananza all’orizzonte e scompaiono subito. A dire il vero non si sa nemmeno se non siano altro che una normale illusione dell’occhio abituato alla linea retta che divide alla perfezione il campo visivo in due parti: l’alto e il basso”. Nei suoi romanzi “isolani” Simenon perde di vista gradualmente l’altro (il “tu” e il “loro” delle convenzioni sociali rappresentati dalla rigidità del professore, dalle resistenze di Maigret e dalla famiglia di Mahé) e ci fa sprofondare nell’isola delle proprie ossessioni primordiali, perché solo in questo ambiente percepito come estraneo alla realtà – ma non per questo meno reale – esse possono trovare la loro sublimazione letteraria.

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