Discutere, per me, è una delle cose più eccitanti che mi può succedere in una giornata. Anche nei drammi d’amore, ho sempre questa percezione fortissima di sovrastrutture che accompagnano la comunicazione. All’apice della sofferenza emotiva mi coccolo notando i pattern della conversazione, le falle, ricerco il filo della dialettica. Sia chiaro, non sempre mi piace e preferisco quando non si litiga, è successo e non mi piace, ma comunque ci provo: è più forte di me, è una mia attitudine di funzionamento, mi piace cercare di capire dove si nasconde esattamente la realtà.

Ciononostante, detesto quasi la totalità dei dibattiti organizzati, fatto salvo per qualche Università ok o qualche festival culturale. Le persone dibattono per dire le loro cose. 

Accendi la tv: su tutti i canali la stessa scena. Studio tendenzialmente sui toni del blu o del giallo (avrà a che vedere con l’Ucraina? Chissà…), per quelli della sera è possibile notare sprazzi di rosso (lacrime dei costituenti?), presentatore imbarazzato o imbarazzante, tempi televisivi da galera, ospiti chiaramente non in dialogo, fallacie logiche come se piovessero. 

Non so se vi è capitato di vedere una qualsiasi edizione recente del debate dei due candidati alla presidenza statunitense, anche in quell’occasione che ne titola la finalità, le persone parlano ognuna per sé, sfruttando l’altra per ganci veloci verso altri argomenti. Addirittura, le persone si scervellano per capire chi ha vinto il dibattito, chi ha spento più volte l’altro interlocutore, chi ha preso più applausi. Mi pare ovvio che in tutti questi casi stiamo assistendo a un dibattito performato, non reale, di conseguenza non si può pensare che esso si sia fatto carico dell’intento di ricerca argomentata di cosa è vero e cosa non lo è. Questo tipo di dibattiti non hanno niente a che vedere con la realtà, ma con una realtà percepita emotivamente. Per quanto forte, lungo la strada del progresso non è nient’altro che intrattenimento sui suoi argomenti.

Non ne parlo come un fattore strettamente di destra, è un fraintendimento generalizzato. Anche un bambino (o soprattutto un bambino?) riconoscerebbe la profonda inutilità sociale di una politica che in campagna elettorale performa i debate piuttosto che farli. Eppure, la votiamo. Nel frattempo partecipiamo e subiamo una guerra culturale aizzata dagli algoritmi, che ci impedisce di discutere in maniera seria delle istanze. Seguiamo account che fanno dibattito culturale tramite l’intrattenimento e li etichettiamo come “politici” senza problematizzare il carattere profondamente performativo che la politica assume allo scopo di funzionare negli algoritmi di oggi, senza contare la struttura verticistica attivist3>followers che le piattaforme impongono e che aggrava la personificazione delle lotte.

Mi sorprende dovermi scontrare con il mondo su una parola così utile per tutti: dibattito. Però mi sembra pure evidente che non la uso come tanti altri fanno. Questa sfumatura riesce a farmi desistere dal godermi le discussioni e i dibattiti sempre di più e soprattutto mi fa molto male quando la si applica su discorsi di interesse sociale, per esempio quando si parla delle comunità marginalizzate e dei loro diritti. 

Charlie Kirk emblematico, sullo stendardo “io dibatto”, davanti al microfono Canzonissima della propaganda i cui capri espiatori sono transgender, immigrati e, più in generale – quasi in generalissimo – woke. 

I difensori della democrazia hanno scritto e girato migliaia di contenuti per difendere la libertà di esprimersi di Charlie Kirk, in pochi si sono soffermati sul fatto che un dibattito performato, se alimenta credenze smentite più volte dalla scienza, è un problema. Non solo perché in quel momento stiamo facendo vincere l’intrattenimento sulla realtà, ma soprattutto perché lo si sta facendo a danno di chi non ha spesso voce in capitolo o spazio d’azione equiparabile. 

Subito dopo l’omicidio di Kirk, ho iniziato a imbattermi sempre più spesso nella wave di contenuti e format di approfondimento su temi riguardo l’attualità (di solito sono perlopiù canali generalisti che trattano anche di politica e attualità) su YouTube e Twitch. Decine di canali italiani seguiti principalmente da giovani e giovanissimi. Un po’ alla stregua del Cerbero Podcast, in gran parte ancora più scadenti. Nemmeno la pubblicità può interrompere i vaneggi retorici di alcuni in una live, figuriamoci un host sottopagato alle due di mattina. 

Questa declinazione del dibattito all’esclusivo intrattenimento mi ha consumata. È davvero democratico accettare che le bugie più evidenti possano vincere facilmente sulle verità più elementari perché non è l’accuratezza, quanto l’emotività a convincerci in campi in cui siamo ignoranti? Non ho la tv, dopo poco ho smesso di guardare anche le live fatte a posta per la gen z che non ha la tv. Se voglio guardare personaggi sbraitare e prevaricare dando ampio spazio alle loro psicosi vado a teatro, oppure mi leggo un libro. Su cosa significa dibattito non siamo d’accordo.