Non avevo mai pensato alla mia adesione a un gruppo di paese – che fosse su Facebook o su whatsapp – come a un’opera tragicomica che amplificasse le dinamiche sociali intra ed extra confine. La prima volta che ho intuito le pericolose “potenzialità” di questo microcosmo digitale è stata quando ne ho parlato con una coinquilina e lei, giustamente, ha trovato il post che le avevo mostrato estremamente esilarante: era una lite sul perché non funzionassero alcuni canali tv.
Vivendo in un paesino, ho pensato che potesse essere importante iscrivermi al gruppo Facebook di riferimento, per rimanere aggiornata su possibili problematiche o necessità. Una decina di anni fa ancora non esistevano i canali Telegram sulla viabilità, creati per dare solo le notizie essenziali di circolazione stradale, e i gruppi Facebook erano essenziali per informarsi su frane, incidenti e altri problemi improvvisi. Quando mia madre ha scoperto la loro esistenza, non avendo i social, mi ha fatto iscrivere subito a quello del suo paese di origine, per vedere le foto che caricavano i suoi amici e conoscenti tra banchi di scuola, scampagnate con la parrocchia e feste di carnevale in grande stile degli anni 80. Fino a qui, tutto bene: la nostalgia è uno dei motori trainanti della nostra esistenza, fa sempre piacere vedere che almeno una piccola parte dell’umanità ha avuto giorni felici per un periodo di tempo prolungato.
Oltre che per la nostalgia, di solito queste realtà nascono per un’esigenza reale: il terzo gruppo di paese a cui mi è stato imposto di iscrivermi era nato dall’altruistica intuizione di una mia amica in un periodo in cui i furti nelle case erano fin troppo frequenti. Ma dall’utilità ai “buongiorno caffè”, come dice mia zia – reduce dall’esperienza del suo gruppo di feste completamente degenerato in buongiorno e buonanotte – la linea è fin troppo sottile. Anche la mia amica, dopo la terza faida, ha deciso di uscire dal gruppo e non accedervi mai più.
Il problema, infatti, non è legato all’idea che una persona possa avere la grande forza morale di scrivere ogni giorno “buongiorno e buonanotte”. Quella è una premura non richiesta che rientra nelle azioni “dolci e ingenue” di adulti che, come noi, pensano di trovare in una piattaforma digitale uno spazio sicuro per la gentilezza e la tenerezza espressa da musini di cagnolini e gattini glitterati, ricoperti di rose e tazze di caffè fumanti all’alba o al tramonto. Essendo iscritta a ben tre gruppi, però, è naturale notare dinamiche che, per quanto esilaranti, sono il sintomo di qualcosa che non va. Nel gruppo di paese che tengo per mia madre, per esempio, si era creato un circolo virtuoso di cittadini che avevano deciso di dare una mano alle amministrazioni locali nel mantenimento del verde pubblico e nella pulizia degli spazi pubblici. Questo enorme slancio di altruismo, tuttavia, è stato lentamente oscurato dalla battaglia di pochi contro il degrado, combattuta solamente a suon di post di lamentela che fomentavano la rabbia digitale di altri, mentre nutrivano se stessi di approvazioni o si difendevano dai troll che, strofinandosi le mani, passavano all’attacco con le ipotesi più disparate sulla natura del post pubblicato.Anche a me è successo di credere di poter ricavare qualcosa di utile da questi gruppi: un pomeriggio ho trovato due cani in mezzo alla strada. Ho postato sul gruppo del paese in cui vivo, chiedendo gentilmente se qualcuno li conoscesse. Dopo i primi commenti utili, ho inavvertitamente autorizzato una polemica contro i proprietari. Il meccanismo è molto più semplice di quanto si pensi: si pubblica un post di avvistamento cani per strada; si ricevono le segnalazioni di chi potrebbe conoscere i proprietari – giustamente anonimi o segnalati da nomignoli acquistati in gesta memorabili; solo a quel punto le strade si biforcano e le persone possono scegliere di reagire in due modi diversi: abbandonare il post, dopo un primo momento di giusta utilità, oppure passare alla polemica. Purtroppo, i commenti di polemica sono un vero e proprio virus, un gas esilarante che contamina il commentatore tanto quanto il creatore del post.
Il potere di questi gruppi, attualmente, è immenso, al punto che da una polemica possono aprirsi varchi per derive dal sapore quasi autoritario, come la richiesta di negazione di accesso a spazi comuni, oppure, possono sfociare nell’odio intra-specie, quando un gruppo di animali selvatici si stanzia nel giardino di casa perché è stato recintato troppo bene e adesso non si sa come fare a liberarsi degli ospiti che sono carini finché fanno like alla prima foto “i nostri pelosi vicini di casa”. Rinunciare alla tua fortificazione in ferro arrugginito da pavimentazione in cemento è troppo più doloroso; sono loro che devono capire il significato di proprietà privata, questi cinghiali accattoni di radici, queste volpi mangia-gatti, questi cervi caca-zecche che si fanno le corna sul tuo pesco giapponese importato con una nave che ha consumato tonnellate di carburante per creare un angolo di natura alla Monet.
L’unica cosa per la quale rimangono utili, sempre e comunque, è scrivere sul gruppo di cui fai parte, sperando che qualcuno provi a darti dei consigli, ignaro di essere caduto in trappola psicologica di logoramento perfetta. A quel punto, si può finalmente scaricare tutta la frustrazione sul malcapitato: non posso più uscire di casa, i miei gatti non li faccio stare nemmeno in giardino perché altrimenti vengono mangiati dagli istrici, non si può più lasciare la spazzatura fuori già dalla notte successiva per essere ritirata, verranno un giorno gli alieni a reclamare che la terra è protetta per ripopolare la famiglia delle zanzare in via d’estinzione, tradotto: “ma cosa ne sapete voi del disagio che sto provando?”.
Assolutamente niente Gianfurio, ma se non era una soluzione quella che stavi cercando, era meglio se fossi rimasto al barettino a lamentarti con i tuoi amici, lì puoi nuocere alla mente di altre quattro persone come te e ognuno di noi, dall’alto del suo baretto di polemiche, può continuare la sua vita come se niente fosse.


Lascia un commento