Sono le nove del mattino, scendo dall’autobus che mi porta alla stazione della metro. Mentre attraverso la strada che separa la fermata dai tornelli spero che il prossimo treno abbia l’aria condizionata. In 200 metri di tragitto ho già oltrepassato la soglia della sensazione trascurabile. Oggi sono pure sfortunata: le porte che si spalancano di fronte a me fanno un rumore che esprime tutt’altro che modernità. Un sospiro brusco e stanco, con picchi acuti che mi stordiscono. La testa già mi gira, ma penso che sono solo le nove del mattino. Il treno è di quelli vecchia scuola, la metro B di Roma ne conserva ancora qualche esemplare superstite risalente al massimo alla fine degli anni Novanta. Accanto a me sulla banchina due sessantenni, un signore e una signora indietreggiano lentamente come spostati dal lieve tepore fuori luogo proveniente dall’interno del vagone, rinunciano, aspettano il prossimo. Con un passo sono dentro, voltandomi tra le porte li vedo inquadrati. La signora è già seduta sulla panchina, si è tolta gli occhiali e si asciuga la fronte con un fazzoletto di carta. Il signore cammina lento nel verso opposto al treno, alza lo sguardo e lo rivolge alla sua destra, l’unico occhio che posso osservare sembra quello di Dio nella Creazione di Michelangelo, ma con una patina di lacrime o, più probabilmente, di sudore.
Le porte si chiudono, facendo il rumore assordante di prima che sfianca fino a tradursi in un movimento meccanico di una flemma indescrivibile. Il treno parte, devo fare sette fermate e già fatico a respirare.
Attorno a me alcuni ventagli svolazzano con una precisione e un vigore incredibili che solo determinate donne sono in grado di sfoggiare. Altri mezzi cerchi colorati ondeggiano impacciati sbattono sui gomiti, sulle spalle o sui petti, altri direttamente si chiudono, scivolando arenati lungo i ciondoli legati alle borsette.
Penso poche cose, due: come farò? E come faccio adesso?
Sono dentro a una serra piena di ormoni coltivati dalla temperatura ottimale. Non posso rifugiarmi concentrandomi sul mio odore perché sono fuori casa da mezz’ora e già non lo riconosco più, non è più familiare. Dietro al collo sento come un alito caldo, ma è una persona che muovendosi ha spostato l’aria. Sono completamente sudata, devo stare fuori casa fino alle otto.
Le abitudini delle persone in un vagone della metropolitana sopra i quaranta gradi cambiano, la rivoluzione antropologica è questa: alcune, completamente stordite, spengono i display del telefono. Alcune si fissano i piedi, altre chiudono gli occhi: sono costretti a disconnettersi contro la loro volontà. Mi sembra uno stand by sempre più frequente, comandato dal clima come fosse la punizione della natura al nostro progresso. Ho pensato la stessa cosa quando sono venuta a sapere che a Torino il sistema elettrico non regge l’aumentare dei consumi causato dall’impiego dei climatizzatori e interi quartieri vanno sistematicamente in black out per ore. Nel duemilaventisei, all’apice della società della performance, della liquidità e dei suoi flussi, del tenere traccia, del monitorare ogni cosa, tutto collassa per una cosa che scientificamente possiamo misurare e gestire come il caldo.
C’è qualcosa che non funziona, stiamo proprio mancando gli obiettivi minimi del progresso. Un signore ha sotto al braccio il giornale di oggi, Elon Musk si esprime contro i giudici che hanno condannato il gioielliere di… Non riesco a leggere. Non riesco nemmeno a capire. Davvero a un tizio che può possedere tutto non importa niente di possedere anche il pianeta Terra come ambiente umanamente vivibile? Sono stanca, mi pulsa la testa, ho pure le mestruazioni e sento uscire una biglia di roba calda da me. È evidente che è così, come potrebbe una persona normale e ragionevole diventare Elon Musk? Sto mostrificando. La verità è che voglio tornare a casa.
Una ragazza vicino a me ha un odore dolce, dopo quindici minuti mi ha preso in ostaggio i recettori olfattivi e mi ha fatto venire la nausea. Per fortuna la prossima fermata è la mia. Comunque io non sono una persona che soffre il caldo, tutt’altro, penso che fino ai sedici anni non ho nemmeno mai sudato veramente. D’estate stavo la mattina al mare e in mezzo alla strada dalle 15:45 fino all’ora di cena, capitava al massimo un paio di giorni che facesse più caldo del solito e si preferisse rimanere a casa dove comunque non avevamo mai dovuto comprare né condizionatori né ventilatori e si stava bene.
Da pendolare cronica ho passato ore sotto al sole ad aspettare gli autobus, le corriere, è capitato a mezzogiorno anche nelle stazioni dei treni affollate, dove sotto l’ombra della tettoia non ci si stava: ma non ho mai avuto così tanta paura di sentirmi male.
Scendo a Castro Pretorio, sono le dieci, e le persone si muovono lente, affaticate o sudate. Nessuno fuma tra il bar e le scale della metro vicino ai posacenere dei secchioni.
Sei minuti di strada e sono a lavoro. Ho già imparato a memoria i punti all’ombra e tengo un andamento sostenuto e preciso per non fare nemmeno un passo in più. Il percorso l’ho capito già da metà maggio. A un certo punto, fisso, un fuoristrada militare con un’inutile tendinda bianca mi costringe ad attraversare la strada, o meglio, a superare la barriera tangibile e misurabile oltre la quale l’ombra smette di fare il suo lavoro. Tengo duro, attraverso, in almeno tre strati di indumenti mimetici due ventenni mi guardano ignorare le strisce pedonali. Hanno le pupille dilatate come tossici, ma so perfettamente che è il caldo, se mi concentrassi sul movimento della pupilla e lo decifrassi in codice morse sono certa che uscirebbe fuori “aiuto”. Mi fanno un po’ pena, ma hanno pure un mitra e questi due pensieri sbattono nella mia testa producendo lo stesso rumore pieno e acuto delle porte dei treni vecchi della metro B.
Sono puntuale, ma il caffè non lo prendo perché se mi fermo è finita. Varco la porta sul retro del locale con cinque minuti di anticipo. Dentro c’è l’aria condizionata, ancora bassa, ma c’è. Mi cambio e scendo.
“Ciao come va?” mi sorride “Fa caldo” è l’unica cosa che riesco a dire, lo constato al minimo della voce per non risultare strana, lo sussurrerei a stento, se fosse per me. Per i prossimi venti minuti vorrei poter non pensare e non parlare.
“Sì è vero….” dice lei mentre apre una scatola da cui tira fuori delle posate nuove e le getta in una vaschetta piena d’acqua calda “… ma io comunque mi ricordo che anche in passato, tipo nel duemilatre forse? O era il duemila? Ma anche quando sono andata in Grecia dopo la maturità, faceva caldissimo”. Io sono impalata e la guardo, mi sento imperscrutabile, io non ce la faccio. Mi guarda come se mo io dovessi rispettare quella cazzata dei turni di parola. Non mi avrai.
“Nel senso, comunque ora c’è anche l’aria condizionata, non si soffre più come prima! Io mi ricordo a inizio agosto a Roma non si stava!”. Penso “sarà la decima volta quest’anno” dico “Sì. Può darsi”, non mi avrai.


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