Diario di guerra n. 2034. Fronte interno. Il nemico non dorme mai e porta il nome di Seconda Legge della Termodinamica. L’unico vantaggio: anche lui morirà con me.

Mi sveglio al suono delle articolazioni che applaudono sarcasticamente. Ogni giunzione, una sedia che scricchiola nell’anticamera del crollo. Il viso, occupato come Trieste nel ’18, è territorio di rughe e stanchezze coloniali. Provo a radermi: il rasoio scorre come un treno su binari abbandonati.

La pancia, ormai un’anziana nobildonna decaduta, mi parla con voce vellutata e alcolizzata: «Mon général, il fronte inferiore chiede rinforzi in fibra e un’indulgenza per gli eccessi di ieri». «Resistete, madame», rispondo, «la scorta di yogurt probiotici arriverà col tramontare del giorno».Lo stomaco ribolle, un ufficiale ubriaco che impartisce ordini contraddittori. Il fegato, dal canto suo, finge una compostezza aristocratica: «Noi, signore, continueremo a filtrare con dignità, anche se il veleno dilaga. Abbiamo un onore da mantenere».

Ogni mattina mi schiero contro il corpo come un generale in crisi di nervi. Siedo sul letto e tratto con ginocchia recalcitranti, muscoli che firmano armistizi un giorno sì e tre no. La guerra non finisce, ma cambia terreno: ora si combatte tra le scapole, sotto la palpebra sinistra, nel sottobosco delle mucose.

Tutta la vita è manutenzione: la farsa di salvare un edificio che brucia lentamente ma non crolla mai. Il corpo è una casa con l’intonaco che si sfarina: cerchiamo di imbiancarla per non sentire il crepitio del fuoco interno. L’eroismo contemporaneo è prendere integratori alle sette di mattina.

Guardo gli altri e vedo il doppio fronte della carne: i corpi dei ricchi e quelli dei poveri. Quelli dei primi non invecchiano, si deperiscono solo elegantemente; hanno chirurghi come infermieri di campo e tempo libero da usare come balsamo. I corpi dei poveri, invece, si consumano all’aria aperta, si sporcano di lavoro, di autobus, di file alla ASL. I loro dolori non vengono diagnosticati, vengono accettati. In questa guerra, la carne è una forma di classe.

«Mon général», tossisce la gola come un tenente tubercolotico, «l’inverno è tornato. Abbiamo febbre e catarro». «Avete avuto febbre e catarro tutto l’anno»«Il morale delle truppe è basso, signore» «Metteteci dello sciroppo e dell’orgoglio». Nell’infermeria, i bronchi cantano inni di flemma e pazienza.

Eppure combatto. Combatto perché senza corpo non c’è nemmeno dolore, e senza dolore la mia identità evaporerebbe come un gas sarin morale. Voglio credere che tutto questo serva, che l’ossessione del benessere sia una religione necessaria. Ma in realtà è solo la paura della dissoluzione: il terrore che un giorno la pelle, stanca di essere se stessa, si sfili via come una divisa.

La sera, quando il mal di schiena marcia compatto lungo la spina dorsale, apro il diario e scrivo con retorica militare: Il nemico avanza. Le truppe restano eroiche ma fiacche. L’umore del Comando è di nobile disperazione.

Mi vedo come un Cadorna della biologia, che impartisce ordini all’epidermide mentre il nemico ha già sfondato le linee dell’immunità. Nessuno mi dirà mai “abbiamo perso”, solo “dobbiamo resistere fino a domani”.

Ma domani è sempre peggio. Il futuro del corpo è una parola che trema.Stasera decido che è tempo di cambiare strategia: niente più difesa, niente più creme lenitive e diete filantropiche. Apro le porte al degrado come a un amante indecente. Scendo nel territorio del sacro sporco, dove gli aghori ridono del marciume e trovano Dio tra i vermi e la cenere. Anch’io voglio farmi cenere, ma da vivo.

Nel delirio vedo le mie parti del corpo schierate attorno a me come un vecchio esercito imperiale, le divise lise, gli stivali infangati di sebo e memoria. La milza versa bicchieri di bile e brinda alla fine dell’ordine.Il cuore, ormai più poeta che pompa, declama versi di Pascal e Lovecraft.Il fegato, in lacrime, mi decora con un’onorificenza d’enzima.«Abbiamo combattuto bene, signore», mormora la pelle.«Sì», rispondo. «E ora ci dissolviamo con eleganza». Mi inginocchio nel fango del mio essere e recito il mantra dell’Aghori Wannabe: tutto è corpo, tutto è cenere, tutto è sacro.Non chiedo la salvezza, solo il privilegio di marcire con consapevolezza.Sento che la carne si apre, non come ferita ma come porta: dietro c’è un vuoto che pulsa, un silenzio che respira sé stesso. E dentro quel buio, finalmente, nessuna guerra. Solo la pace atroce del ritorno alla materia.

Ho capito: l’ascesi non è elevarsi, è disfarsi. Il corpo come altare e come rottame. L’enfasi come fede, l’entropia come salvezza.

Mi spoglio del pudore biologico come di un’uniforme che puzza di disfatta. La pelle mi parla, debole ma ironica: «Eccellenza, ci arrendiamo al tempo.» «No», rispondo. «Ci confondiamo con lui».

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