Quando avevo sedici anni vivevo in un paesino di provincia a un’ora di distanza da qualsiasi altro agglomerato urbano che superasse i centomila abitanti. Il mio comune ne contava circa trentacinquemila, e c’era già chi si riteneva meritevole del titolo di città.

Per la me adolescente dell’epoca quelle trentamila persone erano già tutte conosciute, con la loro noiosa vita piccolo borghese fatta di casa, chiesa, lavoro e lezioni di zumba o ciclismo domenicale. I loro figli, miei compagni di scuola, cercavano la trasgressione al baretto più popolare del paese, e io e gli altri autoesclusi andavamo all’altro, quello delle persone che non si conformavano. Noi eravamo quelli che preferivano il bar del parco, perché potevi fumarti le canne sdraiato sull’erba bevendo un’amara Tennent’s. Gli altri erano schiavi della socialità e andavano al baretto per farsi ammirare, mentre i freni inibitori si scioglievano sempre più, pesquito dopo pesquito. La dolcezza della vodka aromatizzata sembrava accordarsi così bene alle loro vite fin troppo facili e leggere. Come tutti i tormentati, noi cercavamo nelle bevande che consumavamo la stessa durezza e insopportabilità dei pensieri con cui le accompagnavamo.

Ogni bar del paese era già presidiato dalla sua popolazione abituale. Andare a passare la serata in uno nuovo ti faceva sentire un antropologo che si insinua con delicatezza nelle cerimonie di una tribù indigena, sperando di esserne accettato. Ci capitava di prendere la macchina e dirigerci negli esotici sabati sera dei paesi confinanti. Però il costo della spedizione era elevato, perché qualcuno avrebbe dovuto stare in paranoia durante il viaggio di ritorno, sperando che nessuno sbirro gli ritirasse la patente per alcolemia o possesso di sostanze.

I sabati sera mi stavano stretti e cominciai a gravitare intorno alle città più grandi, ma di venerdì sera. Il venerdì era la serata per quelli più grandi, che il giorno dopo non dovevano andare a scuola. Decisi che non ne avevo più bisogno neanche io. La professoressa di matematica del mio liceo, che era la coordinatrice di classe, ci tenne a farmi sapere che potevano bocciarmi per assenze, ma io in matematica ero brava e sapevo bene quali erano i numeri che dovevano preoccuparmi. La prof stava solo facendo terrorismo psicologico, pensavo dall’alto della mia saggezza adolescenziale, perché molte delle sue ore cadevano proprio il sabato mattina.

La città mi richiamava e volevo lasciare al più presto quelle trentamila anime che conoscevo come i calzini del mio cassetto.

Volevo uscire da quella dicotomia di baretti, da quelle identità schiacciate sulla topologia delle serate e misurate dal sapore del tuo drink. Volevo liberarmi di quelle maschere che mi avevano vista crescere, volevo commettere i miei peccati post-puberali lontano dagli occhi che mi avevano conosciuta senza forme e senza desideri.

La grande città mi chiamava così forte che riuscii a farmi prendere una stanza in città per frequentare le lezioni universitarie, nonostante molti miei coetanei facessero, umilmente, i pendolari.

L’anonimato è stato un vestito luccicante che ho portato con gioia negli anni passati tra i fuorisede. Però, ogni volta che qualcuno si laureava e ripartiva, scoprivo che mi dispiaceva davvero. Io alla fine in questa città sono rimasta a lungo, e ho cominciato a cercare compagnia che non dovesse più ripartire dopo aver consumato al banchetto studentesco.

Le reti da cui nel paese cercavo di sfuggire alla fine sono presenti anche qui. Il travaso dalla boccia all’acquario sembrava al povero pesciolino di essere arrivato nell’oceano. Ma il paradosso è che quelle reti ora le sto costruendo con le mie stesse mani. Non so se la me sedicenne potrebbe mai perdonarmi un simile rifiuto della libertà, ma ho smesso di andare in cerca di utopie inabitabili.

Quando mi capita di tornare al paese, mi accorgo che alla fine non è rimasto quasi più nessuno di quelli che fervidamente sdegnavo. Molti di loro, proprio come me, se ne sono andati in qualche grande città a cercare sé stessi. Anche degli altri, i diversi con cui accompagnavo le mie serate, non riesco a riconoscere nessuno tra i passanti. Ma alla fine non importerebbe un gran che: il tempo trascorso ci ha rinnovati a sufficienza da considerarci tutti solo degli sconosciuti.

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