Qualche settembre fa: una morte improvvisa; senza questa persona, una parte di casa – fatta di giochi, feste e odore di forno e bruciatoio, non ha quasi più senso di esistere; resiste per un altro anno, poi chiude definitivamente, passando da un’attività all’altra; niente sarà più come prima e a una bambina di 9 anni, tra litigi per eredità e sofferenza per l’improvvisa venuta meno di una persona amata, come fai a spiegarle che tutto andrà bene e sarà sempre casa, anche se non esiste più?
Qualche dicembre fa: ultimo Natale a casa dello zio. Lui non è morto, non ancora per fortuna, ma il tempo in quel luogo lo ha concluso, grazie al suo pensionamento. Non sembra soffrirne, come se il trasferimento fosse solo una parte della vita in cui ti sposti in un altro luogo, ma non ti recidono le radici di netto, dunque, non si può soffrire.
Casa, chiaramente, non è un unico edificio, ma un insieme di azioni, architetture, persone, odori ed eventi che hanno la possibilità di accadere solo attraverso un magnifico allineamento cosmico. Il fatto che una parte di casa sia anche un negozio ti permette di vivere un’infanzia al di sopra delle tue stesse aspettative: tutto sembra gratuito, per uno sfacciato colpo di fortuna, puoi condividerlo con i tuoi amici e ti senti, tutto sommato, apposto; ciò che manca, giustamente, è il tempo di insegnarti che le cose finiscono da un momento all’altro e che, peggio ancora, si possono trasformare in una parabola discendente che ti mostra il lato più crudo ed egoistico delle persone, andando verso la preadolescenza. Senti solo che, a un certo punto, quelle radici che affondavano in un terreno così ricco non esistono più, si sono seccate e intorno la terra non può più darti niente, troppo occupata a risolvere problemi insormontabili, quasi spurgata.
Crescendo, le radici che ti avevano brutalmente reciso, di cui un po’ ti eri dimenticata, si risanano, esplorano senza farsi sentire quello che hanno intorno, si ritraggono se il terreno non è cosa fertile e, assetate, si spostano da un luogo all’altro alla ricerca di un posto loro. Le altre rinforzano la loro presa su terreni già conquistati, se ne nutrono, rilasciano sostanze che possano contribuire alla concimazione ottimale e alla resistenza a future avverse condizioni che potrebbero ritornare. Non ti rendi conto che un ciclo si sta ripetendo, nel migliore dei modi, al momento. C’è un segnale che ti fa capire, a posteriori, che tutto sta procedendo bene: qualsiasi cosa accada, hai sempre un posto dove poterti rifugiare.
Un aprile non così lontano: questa volta il taglio è netto, fai finta di non sentire niente, ti dici che è stata una potatura salvifica perché la tua vecchia casa stava cadendo a pezzi ed era giusto che se ne prendesse cura qualcuno che avesse più mezzi a disposizione e un altro tipo di mentalità (relegata pur sempre agli anni 70). Te ne vai da un luogo magico, porti con te tante cose, tante persone ed esperienze e ti trasferisci; ti prometti di non ritornarci mai più, sarebbe troppo doloroso. Finalmente, hai capito che la casa non è dove sei materialmente, ma le persone con cui la vivi.
Scherzavo. A un anno esatto dal trasferimento posso dire che questo posto è una prova di resistenza continua. Le radici affondano in un terreno pieno di melma, perennemente in discesa. Sul fondo c’è un corso d’acqua che più che essere salvifico è la causa di un terreno instabile e capriccioso, un fosso con scarse possibilità di fuga. All’inizio è stata un’esperienza nuova a cui avevo deciso di aderire, forzatamente, con ottimismo: un panorama rinnovato, un posto libero da competizione tra specie, una nuova tela, completamente da costruire. Wow, possiamo fare quello che più ci piace, esplorare e ricostruire da zero: è il nostro momento e tutto è possibile. Dopo un anno, non è cambiato quasi niente, ci sono stati drammi, perdite, peggioramenti clinici. Chi era con me ha deciso di andarsene; non li biasimo. Chi poteva pensare, tempo prima, di ritrasferirsi qui, ha optato per qualcosa di diverso, direttamente sotto la vecchia casa. Tanta compagnia, coetanei e via dicendo. Spazi, soprattutto, più asciutti di questi, anche quando sono melmosi.
Vivere perennemente in discesa e salita è noioso perché non c’è abbastanza spazio per muoversi alla velocità che decido io. Inoltre, proprio per questo, siamo tutti separati. Io sono sempre da sola, vedo i miei vecchi compagni sparpagliati a due a due in spazi adiacenti, cerco conforto e compagnia, ma non mi vogliono, perché non posso essere davvero parte del gruppo. E poi con l’altra famiglia parliamo lingue diverse. Mi ci è voluto qualche anno per ritornare a un grado di comunicazione minimo; lei si era completamente dimenticata di come si fa a capirsi. Io, intanto, sono impaurita e mi dispiace. Non lo faccio a posta. Non mi sento sicura ad allontanarmi, perché non so più qual è il mio ruolo e quale il suo. Prima era strano: guidavamo la cosa insieme, “questa è una democrazia e tu sei autodeterminata”. Ero libera di avere paura ogni tanto perché lei sapeva come fare, sempre. A volte anche lei era libera di avere paura, mentre io la portavo con me in giro facendole vedere che non c’era niente da temere, specialmente al buio. Questa cosa del buio non l’ho mai capita, deve essere un deficit suo, di quelli dell’altra famiglia. Anche quando sono felice, salto e ballo di gioia, strabuzza gli occhi e mi chiede di smetterla. Dopo un po’, mentre la guardo con gli stessi occhi strabuzzati, capisce che non facevo niente per farle del male o per scappare, ma era solo un gioco e si commuove, mi chiede scusa. È strana e me ne prendo cura come posso.
Ho scoperto che un mio amico si trasferisce in un altro luogo. Noi, invece, aspettiamo. Vediamo andare via la nostra famiglia e speriamo che un giorno le cose qui somiglino almeno un poco, nel positivo, a casa, tentando di sostenere chi, come noi, ha deciso di rimanere. E le radici? Sono coperte da una coltre di argilla che le nutre e, allo stesso tempo, le soffoca.
A quanto pare a casa non è cambiato poi granché alla fine. Sono mancati alcuni vecchi saggi; io lo sento che lei spera che almeno una di loro sia stata risparmiata, ma non ha il coraggio di andare a vedere. A guardia dell’entrata sono stati messi due grandi cani bianchi che emanano quell’aura ambigua che mi terrorizza. Io nel caso me la svigno. Non so se ritorneremo, non so nemmeno se potrebbe farci del bene ritornare per un saluto. Per questo a volte la mia paura è una finzione. Così non ci possiamo spostare troppo e lei non può soffrire.


Lascia un commento