La mia genetica mi ha donato l’allergia ai pollini. È una cosa di adesso, quando ero piccola non ero affatto allergica, ma adesso ho cominciato a risentire di questa sovra-attivazione del sistema immunitario e non so proprio spiegarmi il perché. Devo solo accettare il dato di fatto e procurarmi gli antistaminici in farmacia. Eppure ogni primavera, antistaminici o no, gli occhi mi hanno sempre tradito. 

Quando ero piccola, la primavera era un periodo di immensa felicità e quasi nulla sofferenza. La primavera era la pre-estate, era ciò che indicava che la scuola sarebbe presto finita e con essa la sofferenza di dover sostenere quel ciclo di svegliati presto – corri in classe – mangia a mensa – fai compiti a casa – combatti per 15 minuti in più di cartoni animati.

Ero piccola e abitavo in una zona molto sperduta in campagna. La mia casa, un condominio di una manciata di appartamenti, si ergeva dritta su una collinetta e aveva il tetto appuntito proprio come i disegni dei bambini. Nella nostra stretta fetta di giardino c’era un vecchio albero a cui avevamo appeso un’altalena. In primavera quell’albero si riempiva di fiori bianchi a cinque petali, un vecchio ciliegio troppo stanco per fare frutti che accompagnava i miei pomeriggi come un nonno con la sua nipotina. Subito dietro all’altalena un basso e muschioso muretto di cemento delimitava il confine tra il luogo sicuro e la strada, mondo selvaggio.

Oltre la strada c’era un ampio sentiero sterrato che portava tracce di pneumatici e che scendeva giù per la collina, scendeva attraverso sterpaglie, canneti, fanghiglia. Le ruote si impantanavano e scavavano buchi. La stradella si restringeva e cominciava a diramarsi in tanti percorsi sottili che si immergevano nel folto della vegetazione, che era molto più alta di me. Percorrendone uno fino alla fine si arrivava sulle spiagge sassose che costeggiavano il fiume. Quel fiume era grandissimo, tanto ampio, e tanto pericoloso. Osservando il moto delle sue acque, mi era stato insegnato a distinguerne i movimenti concentrici: le spirali dei mulinelli. “Una volta ero con i miei fratelli lungo il fiume” diceva la leggenda familiare “ed ero andata a farmi un bagno per rinfrescarmi. Mentre camminavo nell’acqua all’improvviso il fondale mancò sotto i miei piedi e l’acqua vorticante mi tirava sotto. Rimasi per qualche minuto a combattere contro la corrente. Per fortuna si accorsero velocemente della mia assenza, altrimenti tu avresti potuto non nascere mai”. Questo racconto mi aveva instillato un estremo rispetto per le forze del fiume e così avevo persino paura di avvicinarmi alla riva: nella mia fantasia l’attrazione centripeta dei mulinelli avrebbe potuto raggiungermi anche se avevo solo la punta dei piedi bagnata. 

I pericoli del fiume non si fermavano allo scorrere delle acque. Infatti, il terreno del letto fluviale era talmente bagnato che potevano esserci le temutissime sabbie mobili. Proprio quell’inverno avevamo fatto un viaggio nel nord della Francia fino a un’isoletta che si collega alla terra ferma solo con la bassa marea. E lì di nuovo altro racconto del terrore: ci spiegarono che molti cavalli, nel lontano passato, morirono impantanati nella melma instabile. Serviva conoscere la tecnica giusta per salvarsi.

Ma non bastava: le minacce qui al fiume includevano anche vipere, vespe, zecche, e chissà quali altre bestie si celavano nel canneto. 

Durante le belle giornate di primavera, quando il sole era ancora clemente e il fango cominciava ad asciugarsi, io e il mio fratellino andavamo in spedizione di esplorazione nei territori del fiume. Eravamo piccoli: io avevo da poco cominciato le elementari, lui la scuola materna. Eravamo anche soli. I miei genitori non partecipavano a queste spedizioni da avventurieri. Quando decidevamo di partire, preparavamo due panini alla nutella, riempivamo una borraccia, zaino in spalla, cappellino, scarponi e si andava. Avevamo anche una coppia di ricetrasmittenti che usavamo io e il fratellino per comunicare. Passavamo il giardino, il muretto, attraversavamo la strada asfaltata, imboccavamo la stradella fangosa e cominciavamo ad esplorare, in cerca di un qualche tesoro. A volte cercavamo un portale magico, altre invece andavamo in cerca di animali feriti da soccorrere. La paura di finire annegati nei vortici del fiume o mangiati dalle sabbie mobili era sempre presente, ed eravamo ben intenti a stare lontano dai guai. Mi chiedo come facessero i genitori a non preoccuparsi per noi. 

Risalire fino a casa il sentiero scivoloso di argilla fresca poteva essere un compito difficile e scoprii mio malgrado che quelle belle piante verdi che costeggiano la via, non sono così belle se le afferri. Le ortiche ci misero poco ad entrare nella lunga lista dei pericoli di quel luogo, ma per una giovane esploratrice come me, diventavano solo una piccola sfida da gestire. La gioia e l’euforia di ricercare qualcosa di perduto non si affievolivano mai davanti alle difficoltà. Avevo già dentro una nostalgia dolce per qualcosa di lontano e mai conosciuto che andava recuperato – sensazione che non mi avrebbe mai veramente lasciata.

Dopo pochi mesi venne l’estate e fu tempo di salutare il fiume, i canneti e la casa in cima alla collina. Avevamo smontato i mobili e riempito gli scatoloni di oggetti. La nuova casa non aveva un giardino e un’altalena per dondolarsi. Era in mezzo a tante altre case e non potevo più andare in giro da sola ad esplorare. 

Adesso ogni primavera mi vengono gli occhi rossi e gonfi. Il medico dice che è polline, io non lo contraddico. Ma quando vedo i fiori di ciliegio gli occhi si bagnano e questa volta non è colpa dell’allergia.

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