Sui social le relazioni sentimentali sono sempre un argomento da cui nascono moltissimi trend. Uno che preoccupa moltissimo le persone tra i 20 e i 30 anni, i cosiddetti giovani adulti, sembra essere quello che chiamano: “lo stile di attaccamento”. Nonostante ci siano dietro degli studi seri, anche questo argomento finisce per essere ridotto ad ennesimo test da giornaletto, di quelli che facciamo sperando di districare almeno un po’ il complesso labirinto del nostro desiderio.
Nelle relazioni ci si trova davanti a vicoli ciechi uno dietro l’altro, incomprensibili alla nostra parte razionale. Io ad esempio sono una di quelle che preferisce andare a caccia invece che essere cacciata, meglio scegliere che essere scelti. Di recente ho capito che uno dei motivi potrebbe essere che io le persone non le so leggere molto bene per cui, anche quando vengo scelta, molto probabilmente non me ne accorgo. Non amo il contatto visivo con le persone (incontrare lo sguardo di un’altra persona è fisicamente doloroso) e questo è un evidente limite nel cogliere i segnali che ti manda qualcuno a cui piaci. Esistono però interpretazioni alternative di questa mia tendenza e la teoria degli stili di attaccamento, ad esempio, sembra darmi dei modelli molto plausibili per interpretare le oscillazioni talvolta repentine del desiderio. Perché non basta cacciare: a volte capita che effettivamente qualcuno lo si riesca a prendere.
Però, una cosa terribile che mi succede è che quando finalmente riesco ad afferrare questa persona, ad averla seduta di fronte a me, in un baretto del centro, davanti a uno (o più) spritz, poi alla fine di quel desiderio non me ne faccio più nulla. Di tutte quelle notti passate a ideare una strategia sulle risposte da scrivere per mantenere la tensione e cercare disperatamente (ma senza mostrare una singola goccia di sudore, come vuole l’arte della sprezzatura) di ottenere che l’altra persona ti chieda di uscire (perché fare il primo passo rimane la cosa più difficile), quando arrivo ad avere quella persona davanti ecco che l’incanto si spezza e il gioco si rompe.
Svanisce di colpo quella incredibile adrenalina che mi aveva fatta sentire viva nelle ultime due settimane. Pensavo che raggiungendo l’oggetto del mio desiderio avrei conquistato un nuovo livello di benessere e invece no, si riparte da zero, tutto da capo, come se quel desiderio non fosse mai esistito. Allora mi dico:è sicuramente colpa del mio stile di attaccamento di tipo evitante. Tra le caratteristiche più evidenti di questo stile di attaccamento, leggo su instagram, ci sono una forte intolleranza per l’intimità fisica e per l’espressione dei sentimenti. Ecco, deve essere questa la spiegazione. Evitare: la vicinanza, la familiarità, la possibilità che possa instaurarsi una relazione in cui mostrarsi autentici. Tutto si gioca nella possibilità, sia l’adrenalina del desiderio, sia la repulsione della vulnerabilità.
Eppure, c’è qualcosa che non mi torna. Mi viene in mente che ci sono state volte in cui mi sono presa una cotta molto seria e le farfalle nello stomaco turbinavano così forte che dovevo scrivere pagine e pagine sul mio diario per riuscire a staccare la testa dalla mia crush. Uscivamo assieme per qualche mese (quindi non è che evito del tutto l’intimità!) ma dopo poco diventavo paranoica – se l’altra persona era di umore un po’ cupo o non rispondeva ai messaggi con un tono abbastanza affettuoso o rassicurante – precipitavo in un vortice di scenari apocalittici in cui l’altro era arrabbiato a morte con me, mi stava per lasciare senza possibilità di replica e il mio mondo sarebbe finito lì.
Ricontrollo su Instagram, che mi dice che la paura dell’abbandono è un chiaro segnale di attaccamento ansioso. Però poi andando avanti a leggere, ecco che compare il terzo stile di attaccamento, la versione finale e definitiva dei disturbi affettivi: l’attaccamento disorganizzato. Viene descritta come la combo di evitante più ansioso, che si mostra per l’incostanza del comportamento nella relazione con potenziali partner o in generale con chiunque tenti un avvicinamento alla sfera sentimentale del povero disorganizzato. È tutto un gran casino, mi dico. Io sono un gran casino. La testa mi gira, come è possibile essere arrivati a questo punto? Faccio un rapido conto del numero di sedute di terapia che mi serviranno per aggiustare il mio stile relazionale, scalare la montagna per conquistare l’attaccamento sicuro, e mi sento male ancora di più.
Lasciando passare un po’ di tempo, riguardo a quelle pagine ricoperte di scrittura fitta e spigolosa che avevo riempito nei momenti in cui lo stomaco si contorceva così forte da avere il vomito. Rivisito nella mia testa quella persona che li ha scritti, e quasi non la riconosco come una mia versione passata, siamo così diverse. Ci sono cose che sono successe all’insaputa del mio diario eppure sono solide. Tra queste cose c’è anche una relazione che va avanti da così tanti mesi che faccio prima a contarli in anni, e di tutte quelle teorie sull’attaccamento non me ne faccio più molto.
Penso che in quei momenti là, i social non hanno fatto altro che farmi sviluppare una sorta di ipocondria psicologica, in cui la sofferenza – che connota l’esperienza umana in generale – diventava una macchia nella mia personalità su cui focalizzare tutte le mie energie per cancellarla. Riconoscere la sofferenza è importante ma mettere teorie psicologiche patologizzanti a disposizione di chiunque senza il giusto contesto – esattamente ciò che avviene sui social – alla fine non fa altro che cristallizzare quella sofferenza in una forma di identità, e identificarsi come sbagliati è la cosa peggiore che possiamo fare a noi stessi.
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