Non ho ben chiaro quello che voglio dire, ma solo l’idea di trovare il modo giusto per dirlo mi stanca. Avete presente questa sensazione? Somiglia a una resa in partenza, e ci restituisce a priori le sue conseguenze: la fatica, il rifiuto e il senso di fallimento. Mi sento così quando non riesco più a correre dietro alle responsabilità, quando il cap della performatività viene raggiunto. E accade sempre.
A volte lo sconforto è profondissimo. Dopo un’idea la mia mente inizia a ritenere impossibile seguire il percorso che porta al suo compimento. Mi sento troppo male per farlo e non lo faccio. Dentro di me si svolge a 2x l’intera vicenda raccontata in Melancholia di Von Trier, arranco, l’unica cosa che voglio fare a quel punto è rifugiarmi in uno sconfortantissimo e disperato caos.
Quando vogliamo fare una cosa che dobbiamo anche fare, il dovere, piano piano, come un veleno, annichilisce il tragitto tra la volontà e l’agire. Non mi va più.
Il ritmo al quale marciano le responsabilità è troppo perentorio per me, non sono mai stata fan dell’obbedienza. E così, sentendo i miei stessi doveri come comandi, mi ribello. Chi l’ha detto che per stare bene io debba rispettare questo ritmo? Rimanere al passo è stancante.
Da bambina mi piaceva la scuola ma la odiavo. Trovavo estremamente interessanti le lezioni, ma ritenevo assolutamente evitabile ripetere a mia volta, per settimane, in ogni variante, sul mio disordinatissimo quaderno, un’informazione. I compiti, che fastidio. Non riuscivo a concepire il senso di continuare a mantenere l’attenzione su una cosa già recepita a lezione. E soprattutto non ci riuscivo, lo detestavo.
Un’altra cosa che detestavo erano i giudizi, i parametri valutativi, banalmente i voti. Perché avrei dovuto svolgere lo stesso compito più volte soltanto perché, forse, la maestra lo avrebbe guardato? Vivevo costantemente sperando che i compiti non li controllassero, e quando lo facevano accettavo remissiva quel corsivo rosso che mi giudicava sufficiente. Fino alla terza elementare non chiesi mai nemmeno quello che voleva dire, sufficiente, sembrava tanto una parola da adulti e io ero solo una bambina.
La scuola dei miei sogni iniziava alle dieci, con pochi bambini, tre o quattro, tutti buoni, le maestre anche erano tutte buone e spiegavano con entusiasmo cose randomiche sul mondo, all’una suonava la campanella e si andava a casa. Fine della storia. Niente compiti, niente voti, nessun momento circostanziale imbarazzante. Direi una fantasia ben lontana dalla realtà.
Le mie ore alla scrivania erano una rappresentazione fisica del disagio e della disperazione: piangevo, dormivo, giocavo, qualsiasi cosa tranne guardare l’esercizio che avevo di fronte. I miei quaderni avevano decine di pagine vuote, saltate, in attesa di essere riempite dai compiti da recuperare che non recuperavo mai. Ben presto capii che non ero fatta per stare al pari degli altri bambini, ma allo stesso tempo mi resi conto che questa cosa era importantissima a livello sociale. Purtroppo, è una cosa che si impara attraverso l’umiliazione e il senso di fallimento, appunto.
A dieci anni ero la più brava della classe, a undici mi ero già stufata. A dodici anni rischiai la bocciatura, mentre a tredici tutti copiavano i miei compiti. Non riuscivo a rispettare il ritmo, mai. Poi crescendo ho imparato: l’organizzazione, la costanza, il metodo. Ci sono riuscita, non era poi così complicato, era solo troppo noioso.
Come dicevo all’inizio, ancora oggi non mi è chiara la situazione, la mia posizione a riguardo è una domanda: ma chi lo ha detto? Quindi delle volte ci sto, e sono uno, due, tre, quattro, altre volte preferirei perdere tutto piuttosto.
E allora fallisco. E non c’è niente di male se mi capita così. Perdo il passo.
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