Per varie vicissitudini della mia vita sono finita una settimana a Sharm El-Sheikh. Una sera ero in un bingo e c’era questa vacanza in palio. I numeri della mia cartella erano: 6 30 44 51 75 19 26 47 78 85 29 33 57 67 86. Presi tutti, uno dopo l’altro, come tessere del domino. Sono uscita e avevo questa vacanza da fare. La cosa mi insospettiva ma rimanevo fiduciosa che il destino doveva per forza avere qualcosa in serbo per me nella meravigliosa Sharm El-Sheikh.

Giorno 1:

L’aereo mi ha lasciata in un piccolo aeroporto affollato. Il caldo è soffocante e i granelli di sabbia si insinuano negli occhi, così in profondità che ho il sospetto si stiano accumulando nel cervello. La prima persona che ho incontrato è stata un impiegato aeroportuale che mi ha costretto a firmare dei documenti e poi mi ha chiesto venti euro per aver firmato i documenti che lui teneva in mano. Ho annuito un po’ confusa e l’ho pagato, lui ha indicato una lunga fila di persone e gli ho chiesto per cosa fosse la fila e lui mi ha detto per fare la fila. Mi sono messa in fila, ma ero turbata da quella comunicazione avvenuta tra il mio inglese stentato e il suo egiziano rapidissimo. Forse qualche informazione era andata inevitabilmente perduta.

Dopo tre quarti d’ora è il mio turno, un nuovo addetto aeroportuale mi fissa da dietro un gabbiotto chiedendomi il passaporto, i documenti firmati e dei soldi (un’offerta generosa). I documenti per cui ho pagato li ha tenuti l’addetto corrotto di prima, così rinvigorisco l’offerta. Quello si lecca l’indice e il medio, conta i soldi, mi fa cenno di passare comunque. Dopo qualche metro mi accorgo infastidita che ho lasciato lì il passaporto e devo tornare indietro. Busso al gabbiotto dal retro e una mano mi allunga il passaporto da una porta socchiusa, ci sono dentro tutti i soldi che aveva consegnato all’addetto aeroportuale per corromperlo. Più un biglietto scritto a mano con un disegnino delle piramidi dentro un grande cuore un po’ sbilenco e una scritta in elegante egiziano. La inquadro con il cellulare che mi traduce: Benvenuta nel paese con il più alto consumo pro capite di datteri al mondo, buona vacanza!

Un’accoglienza che mi dà una grande carica, schivo gli ultimi blocchi di polizia e alzo la mano per trovare un tassì. Situazione che si risolverà in un rapimento. Sarò costretta a passare due giorni in un capanno degli attrezzi, cibandomi di larve di cimici asiatiche, per poi essere rilasciata in un blitz della polizia che mi riaccompagnerà in albergo. Lasciandomi anche un grazioso bigliettino scritto a mano. Inquadrandolo con il cellulare, lo traduco: Grazie per aver visitato l’Egitto, il paese dove, secondo varie e affidabili organizzazioni umanitarie, vengono rapite dalle tre alle quattro persone al giorno. Lei è stata una di queste!

Giorno 3:

Ho conosciuto Giorgio nella hall dell’hotel. È un palestrato neofascista di Tor Cervara, fissato con lo snorkeling e la tech-house. Mi ha raccontato che viene a Sharm due volte l’anno, almeno da quando ne ha ricordo. Lavora in una palestra di Bagni di Tivoli ma il suo sogno è partecipare a Mister Olimpia e io credo che potrebbe farcela. Forse non avrei mai parlato con una persona del genere in Italia, ma qui ci vogliamo tutti bene e ci facciamo anche forza a vicenda, perché la quantità di cumino usato nella cucina dell’albergo è davvero eccessiva.

Mentre parliamo della Lazio, mi guarda con occhi dolci e un po’ spiritati, forse sta cercando di flirtare con me, ma i danni provocati dal crack spesso sono irreversibili sulle sinapsi e i suoi occhi sono sempre fissati su un oltremondo lunare e invisibile. Tra un attacco di ira e un moto di assurda tenerezza, mi dà molte dritte su come cavarmela a Sharm: i rum e pera migliori, dove comprare il Corriere dello sport, ecc… Forse questa sera smetterò di pensare e incomincerò a vivere. Forse stasera dormirò con lui.

Giorno 8:

Vago ormai da quattro giorni sulle aspre vette del monte Sinai. L’escursione organizzata con la quale sono arrivata si è dispersa, non ne rimangono che i resti, occhialini e preservativi sparsi qua e là sulla sabbia. Il meteo peggiora di ora in ora e da due giorni non scorgo presenze umane. Solo capre, capre ovunque, capre rampicanti, capre bambine. Le provviste ormai scarseggiano e se non fosse per questa pioggia battente che mi colpisce le ossa come aghi di ghiaccio – ma almeno disseta! – sarei già morta. Mi rimangono due barrette proteiche al dattero e un panino di cinque giorni, ripieno di feta e dattero, rubato a colazione in hotel. Cerco di fare mente locale delle mie conoscenze chirurgiche per ideare l’assassinio di una capra. Soprattutto le più giovani, quelle che chiamo “le bambine”, sembrano avvicinarsi senza timore per leccare la pioggia untuosa che mi cola dalle mani. 

Prima di salire fin qui, i tuoni presagivano maltempo, ma la possibilità che una pioggia torrenziale colpisca l’Egitto in questa stagione era pari soltanto alla possibilità di un ominide di mordersi il gomito, impossibile. Così avevo portato con me la speranza che la pioggia sarebbe stata solo un corroborante incentivo alla scalata della montagna sacra. E così è stato almeno fino a quando uno strano serpente arancione non ha morso uno dei cammelli guida e quello ha cominciato a fare versi assurdi e rimbombanti e uno strano liquido viola gli è cominciato a colare giù dagli occhi, che diventavano sempre più vitrei. In pochi secondi è diventato cieco e pazzo e ha ingoiato tutta intera la testa del beduino che lo portava alla capezza. I turisti hanno incominciato a gridare e sparpagliarsi mentre il poveretto, incapace di morire, si è gettato giù da una rupe rocciosa finendo impalato su un rovo di lamponi. 

Mi sono rifugiata in una valle poco distante, mentre il contagio tra i cammelli si diffondeva a macchia d’olio e le grida – umane o animali? Era impossibile distinguerle – diventavano un coro allucinato sempre più insostenibile. Proprio mentre scrivo queste ultime parole sui tovagliolini, stracciati e umidi, rubati nella hall dell’hotel e mordo lentamente la seconda tavoletta proteica al dattero, mi chiedo se sarò in grado, con l’ausilio soltanto di questa penna Bic di farla finita quando verrà il momento. Nel frattempo il sole sta scendendo e un’altra notte di orrore si prospetta davanti ai miei occhi. Le ombre si allungano fino a fondersi in strani ghirigori oscuri, è il segno di un dio in delirio che sta tracciando le sue cospirazioni col sangue putrido su questa terra malata. Io sono soltanto un acaro sul quaderno del mondo, che cerca rifugio nella propria pazzia. Ma cos’è quello? Una figura si è appena alzata all’orizzonte. È l’ennesima capra rampicante? No, continua a crescere. Ho il sospetto che sia un cammello-demone, e questo per me vorrebbe dire semplicemente una non-morte brutale e lancinante. Ma no, cresce ancora. Dev’essere allora la cavalcatura beduina decapitata che solca i pendii rocciosi sul suo cammello-demone. Tanto vale allora farla finita con dignità, i miei resti alimenteranno almeno le capre, unici animali amici.

Concludo qui queste memorie che nasconderò sotto il sasso a forma di cetriolo che ho qui a fianco, di certo attirerà l’attenzione di qualcuno. Mi prendo solo qualche altro breve momento per guardare indietro alla mia vita e poi pianterò la punta della Bic nella mia carotide, così che la perfori infilandosi fino alla trachea. No, è impossibile, non riesco a compiere il gesto estremo. La mia volontà è troppo debole. Ma forse c’è ancora speranza, ho escogitato un ultimo ambizioso piano: incomincerò a pippare questa sabbia finissima dal naso con la Bic puntata nella gola così, quando verrà il momento cruento dello starnuto, il meccanismo sarà innescato e irreversibile: morirò in poco tempo. Ma il cammello-demone si avvicina al galoppo e la sua cavalcatura senza testa pare fissarmi con i suoi impossibili occhi malvagi. È tempo di morire. Addio.

Sharm El-Sheikh, 19 marzo 2026

(Documento rinvenuto sotto un sasso a forma di cetriolo)

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