Epepe di Ferenc Karinthy
Come a bordo di un volo lontano (quando si è piccoli e di lingua straniera si conosce solo un poco di inglese) il mondo appare sfumato, affastellato di idiomi che non si comprendono, langue e parole confuse e sovrapposte. Quale delizia sentire, qualche seggiolina davanti alla propria, un termine in lingua madre: un saluto, un commento, un “grazie” rivolto al personale di volo.
L’assenza di comunicazione, l’isolamento del parlante in una zona del globo in cui la propria lingua non è capita suscita, nel soggetto, uno straniamento totale, una perdita di punti di riferimento capace di mettere in discussione ogni parte del “sé”, la propria unicità come appartenente alla specie umana. Cosa succederebbe se la mancanza di linguaggio prevalesse sulle nostre vite? Cosa diventeremmo senza comunicazione? Quale Stato ci aspetterebbe?
Su questi quesiti ruota Epepe, il romanzo allucinato dentro il quale ci getta Ferenc Karinthy. Il testo, pubblicato in Italia per Adelphi ma edito in Francia per la prima volta nel 1999, segna la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro, un po’ come il proprio anno di pubblicazione: la morte del mondo conosciuto e la conseguente scoperta di una realtà perturbante in cui Budai, il protagonista, si ritrova a muoversi. Ci dice Karinthy che Budai, approdato nel “mondo nuovo” «al momento non aveva la minima idea di come ripartire, da che parte cominciare, con chi parlare, quale prassi seguire… Fu assalito da una sensazione sinistra».
Attraverso un’ambientazione che mescola lo spaesamento kafkiano, la solitudine munchiana e le simmetrie caotiche dei testi di Calvino o delle architetture di Sant’Elia, il lettore è calato in un mondo alternativo a quello che conosce ed è chiamato a mettere in discussione tutto ciò che crede di sapere di sé.
Il romanzo risulta una riflessione sul topos del linguaggio– o meglio, sulla sua assenza e sulla conseguente incomprensione sociale –, su come questo ci permetta di muoverci nel mondo e quali siano le dinamiche di sopravvivenza che sviluppiamo per dare senso ai nostri giorni. Il linguaggio è infatti quella forma di interazione specificatamente umana in grado di costruire relazioni e dinamiche socio-culturali che creano, insieme ai parlanti e agli scriventi, i significati del mondo. È per questo che, quando una qualsiasi forma di linguaggio manca, è impossibile non venire sopraffatti da: «un’inquietudine angosciosa».
Il protagonista Budai tutto questo lo sa bene. In quanto professore universitario di linguistica è in procinto di recarsi a Helsinki per tenere un seminario su questi argomenti. Per un qualche errore – suo o del Destino – scende, però, all’aeroporto sbagliato. Qui comincia la sua avventura in un luogo straniante in cui il tutto si sovrappone ai tutti e la lingua da lui parlata, così come le innumerevoli da lui studiate, perdono qualsiasi significato. Nemmeno le conoscenze linguistiche fornitegli dalla sua professione riescono ad aiutarlo in questo labirinto dall’idioma sconosciuto. Né il proprio ingegno umanistico, votato all’esplorazione come un novello Robinson Crusoe, riesce a fargli decifrare quell’ingarbugliato contesto: a niente servono l’alfabetico fonetico e le analisi filologiche. È completamente indifeso, incapace di acquisire una qualsivoglia competenza linguistica.
Karinthy confina il lettore – e il protagonista – in un luogo di cui non si conoscerà mai il nome, o la struttura architettonica, e nemmeno il funzionamento politico. Tutto, in quella realtà, accade senza spiegazioni: così è. L’autore spinge il pubblico sempre più a fondo di questa lettura confusa, aiutandosi proprio con quelle paroleche invece sono precluse a Budai: è pieno di termini come moltitudine, baraonda, congestione, coda, calca, flusso, mischia, affollamento, bolgia… Anche Epepe, il titolo del romanzo, non è che una delle infinite possibili interpretazioni, false comprensioni, vacue idee di decifrazione che il protagonista formula durante il proprio viaggio silenzioso.
La confusione in cui Budai è immerso non gli permette di capire, di processare azioni e pensieri, è un io completamente perso nella folla. Epepe è infatti affastellata, quasi come se l’intero Pianeta con i propri personaggi stereotipati fosse stato concentrato in un unico luogo: «Con discrezione, [Budai] si mise a osservare quelli che stavano in fila insieme a lui. Ce n’erano sia di bianchi che di tante altre razze: due ragazzi neri come il carbone e coi capelli crespi, più avanti una donna dalla pelle gialla con gli occhi a mandorla in compagnia della sua bambina, due tipi alti dall’aspetto germanico, un uomo grasso, mediterraneo, […] facce dai lineamenti arabi o semitici, una ragazza lentigginosa coi capelli ramati […]: sarebbe stato difficile individuare […] un colore predominante».
Persone, oggetti, attività e luoghi si mescolano in un susseguirsi di volti, strade dai mille stili, articoli provenienti da ogni parte del mondo conosciuto e non, immagini indistinguibili: una realtà indefinibile in cui, dall’alto verso il basso o dal basso verso l’alto, si muovono, come nel Purgatorio dantesco, anime di tutte le etnie e di tutte le possibili forme, un posto la cui lingua è una Babele biblicadi incomprensione totale: regna un tale sincretismo che sfocia nell’ indistinguibilità.
La realtà di Epepe è spiritualmente ed emotivamente arida. Gli abitanti non hanno nessuna intenzione di comprendersi, la rabbia infuria e si ricorre alle mani, travolti nella ressa…. Budai viene trasportato dalla folla sia fisicamente sia psicologicamente: fa ciò che fanno tutti, come se non fosse in grado di pensare singolarmente, come se la massa decidesse per lui.
L’incomunicabilità va così a creare una doppia linea di movimento. Da una parte il protagonista tenta di approcciarsi – allontanandosi emotivamente e avvicinandosi logicamente – al mondo in cui è capitato, decodificandolo; dall’altra parte, egli sente nascere in sé una profonda ira – avvicinandosi emotivamente e allontanandosi logicamente – nei confronti di ciò che lo circonda e che sfocia in esplosioni furiose che deragliano, spingendolo sino all’autolesionismo.
Budai si ritrova così a intrattiene pochi contatti umani, nonostante, in certi momenti, non desideri altro. Quegli scarsi avvicinamenti sono comunque fatti di non parole, di tentativi, di abbozzi di lingua. Così capita con l’ascensorista dell’hotel in cui alloggia: «Budai teneva alla ragazza per un’unica ragione, a cui tutto il resto era subordinato: era la sua insegnante di lingua». Il rapporto tra i due non consente un vero dialogo, un genuino rapporto. Alla fine di un lungo racconto da parte della donna, Budai si chiede se ciò che poteva essere il fulcro del discorso «fosse quello che stava raccontando, e non tutt’altro».
La comunicazione è sempre incerta, vacillante, sdrucciolevole di certezza, tanto che, così come tutto in quella città, anche il nome dell’ascensorista resta un mistero: quel gorgheggio, “Epepe”, che Budai associa sia al nome della donna sia al nome della città, vuol dire nulla. Come scrive Umberto Eco in Lector in fabula, spiegando le logiche semiotiche della narrazione: «Il significato dei termini logici è una asserzione rudimentale, così come una proposizione è una argomentazione rudimentale, e questo è il principio di base dell’interpretazione, cioè la ragione per cui ogni segno produce i propri interpreti». Tutto è vano, vacuo e confuso. Niente resta fisso. Niente merita denominazione.
Nonostante l’andatura ripetitiva, il romanzo risulta diviso in due macro parti. La prima è dedicata alla sopravvivenza in Epepe: colmare la fame, decifrare il tempo in assenza di un orologio o, ancora, appagare il bisogno di un luogo da chiamare casa. La seconda parte è concentrata invece sulla decodifica della città.
Queste due parti sono destinate a compenetrarsi. I bisogni di Budai, umani come lui, passano in continuazione dalla resa al tentativo di dominio. Cerca di fuggire ma cerca anche di fare di Epepe, la sua nuova dimora. Poiché «si sentiva quasi uno di loro, gli sarebbe piaciuto fare parte di qualcosa, di qualsiasi cosa», ma allo stesso tempo «odiava quella città, la odiava profondamente perché gli riservava solo sconfitte e ferite, lo costringeva a rinnegare e cambiare la sua natura, e perché lo teneva prigioniero, non lo lasciava andare, e ogni volta che provava a fuggire lo ghermiva e lo tirava indietro».
Parliamo quindi di tentativo di evasione o di adattamento? Probabilmente di entrambe le cose.
E proprio sulla scia di questo quesito il testo giunge alla sua conclusione. Il libro si chiude con una sorta di ritorno a una fase animale del protagonista. Isolato e inselvatichito, Budai diventa un vagabondo, insorge in lui la rabbia dell’escluso sociale e vede intorno a sé una realtà da distruggere: «danneggiava, rompeva o spaccava tutto quello che gli capitava a tiro». L’ira provocata scoppia in una violenta ribellione che assume forma collettiva.
Se all’inizio Budai aveva «ormai imparato ad avanzare a testa bassa, a spingere, a lottare per aprirsi il passaggio nella corrente dei pedoni, proprio come facevano tutti» alla fine quel “tutti” insorge e diventa una potenza distruttrice unita contro un nemico comune, una forma di Potere non ben identificata ma pervasiva e pressante. Le ultima pagine sono la descrizione di una vera e propria rivoluzione, metafora di come un macrocosmo possa rispecchiare il microcosmo del singolo essere vivente, straniero e perduto. Assistiamo così alla distruzione di uno Stato: «Questa euforica certezza si diffondeva tra di loro, la certezza che uniti, tutti insieme, erano più forti, che nessuno poteva fermarli, si sentivano invincibili». La presenza degli organi statali di controllo sulla popolazione diventa per Budai intollerabile e oppressiva. La polizia che sovente appare nelle strade della città sembra ricoprire il ruolo di un Grande Fratello di orwelliana memoria: giustiziere e oppressore più che difensore dei diritti e dell’equa giustizia. Ceffoni, soprusi e abusi da parte dei poliziotti sono all’ordine nel giorno in Epepe.
E la popolazione insorge.
Non capendo bene cosa stia succedendo, Budai si unisce al coro di ribelli, diviene parte della rivoluzione (come tutti). Nel caos generale della guerra Budai sopravvive per poi scoprire, a conflitto finito, che la tranquillità è tornata in città; una nuova esistenza, un Nuovo Mondo sta per cominciare – probabilmente per poter essere distrutto nuovamente qualche tempo più avanti.
Come nell’anaciclosi, il tempo della narrazione mostra la propria circolarità. Quest’espressione, dal greco anakýklosis, composto da anà “indietro di nuovo” e da un derivato di kýklos “giro”, descrive la teoria della ricorrenza ciclica delle forme di governo, espressa prima da Erodoto di Alicarnasso nel III Libro delle Storie, e successivamente rivista e riformulata da Polibio di Megalopoli nella Storia della Repubblica Romana. Da sfondo alle avventure di Budai assistiamo inconsciamente alla caduta dello Stato che sin all’inizio ha costituito il regime di Epepe. Noi lettori partecipiamo solo alla parte finale del ciclo, un ciclo che è iniziato molto prima dell’arrivo di Budai, con il degrado di un sistema di potere detenuto da un solo uomo (monarchia) che è sfociato, poi, in un regime di controllo dittatoriale(tirannide). Da qui è nata una realtà ribelle che a esso si è contrapposta attraverso le figure più influenti dello Stato(aristocrazia). Presto anche questo sistema politico è probabilmente divenuto esclusivo per pochi(oligarchia). Ecco allora un’altra ribellione che ha tentato di ottenere l’equità per tutti(democrazia). Ma il caos ha predominato e il popolo si è dato alla corruzione(oclocrazia).
Presto si avvertirà il bisogno di una guida, una figura di riferimento; da qui emergerà un demagogo, un uomo unico, forse virtuoso forse no, in grado di instaurare il proprio volere come unitario. Nascerà di nuovo la monarchia. E dopo? Il ciclo si ripeterà e alla salita di un organo di potere succederà eternamente la sua caduta…
Il tempo ciclico della storia si contrappone a quello lineare dell’essere vivente il quale, solo per poco, può assistere agli stravolgimenti della Storia, vivervi accanto; egli è destinato a seguire il frammento di un tempo che continuerà anche dopo la propria dipartita. In questo mondo ciclico e labirintico Budai: «si smarrì lungo corridoi tortuosi, rampe di scale, ovunque affollamento. […] Come se tutto ciò non avesse mai fine», ma Budai è un essere umano, il tempo lineare lo costituisce: lui, a differenza della Storia, ha il diritto di “finire”.
E infatti il libro finisce, e finisce nell’acqua.
Quell’acqua che è un simbolo persistente tra le pagine di Karinthy. La sua assenza e la sua presenza determinano il destino del protagonista. Approdato a Epepe, Budai scopre di non scorgere acqua: «nemmeno un fiume o un lago» compaiono alla sua vista. Al contrario, l’opera si chiude con la scoperta di un’acqua che tranquillamente si muove verso il mare e che diviene il veicolo per tornare al proprio mondo. Non è un caso che l’unico ricordo gioioso che il protagonista rivive nel corso del suo “soggiorno” ha a che fare proprio con l’acqua. Egli rammenta l’abitudine di andare in canoa sul Danubio durante l’estate. L’acqua si manifesta come simbolo di libertà: un momento di rimembranza ed evasione dall’assurdità che stava vivendo: «Perché il mare è una porta spalancata, una via verso ogni luogo».
Solo alla fine della sua epopea, immergendosi nell’unica acqua limpida presente a Epepe, Budai potrà tornare a casa e, com’era abituato, «fare il bagno nella corrente, sentire sulla lingua e sulla pelle il sapore fresco e tenero dell’acqua dolce».
Tanto quanto l’acqua d’un lago, la scritturadi Ferenc Karinthy risulta circolare e ripetitiva, come se innumerevoli volte il protagonista si trovasse a svolgere le medesime attività o emettere le stesse (semi)parole. Il lettore risponde alla frustrazione del protagonista sentendosi chiuso tra le pagine senza via di scampo, proprio come Budai. Solo l’acqua è capace, alla fine, di rendere liberi Budai e il pubblico; non più trattenuti da nulla ma capaci ora di nuotare, leggeri, verso la propria personale comunicativa libertà.

