Per gentile concessione di Revista Anfibia, proponiamo la traduzione, curata da Antonio Semproni, del breve saggio “Our brave new semiocapitalism” di Srećko Horvat, pubblicato il 27 aprile 2021 (https://www.revistaanfibia.com/semiocapitalismo/)

Quando nell’ottobre 2019, poco prima della pandemia, Tinder lanciò il suo primo contenuto di intrattenimento, chiamato “Swipe Night”, difficilmente avrebbe potuto immaginare che soltanto alcuni mesi dopo il mondo avrebbe affrontato una pandemia, i lockdown, il controllo della circolazione – e anche il controllo degli appuntamenti a causa di tutto il “distanziamento sociale” e delle misure di contenimento.

“Swipe Night” narra la storia di un gruppo di amici durante le ultime poche ore rimaste prima che un asteroide colpisca la Terra. Nessuna meraviglia che Tinder abbia dovuto cancellare il suo lancio globale nel marzo 2020, adducendo specificamente il tema apocalittico e la pandemia da Covid. Dopotutto, chi vuole giocare ancora all’Apocalisse nella nostra Apocalisse reale e quotidiana?

Sebbene la pandemia non sia neanche lontanamente finita, specialmente nei Paesi del c.d. Sud del Mondo, Tinder ha deciso comunque di rilanciare il proprio prodotto apocalittico. Ovviamente al giorno d’oggi non c’è niente di più redditizio di quella che io chiamo (nel mio libro Dopo l’Apocalisse) “la mercificazione dell’Apocalisse”.

E, come sempre, alla mercificazione si accompagna l’accelerazione. L’essenza di “Swipe Night” è la velocità. Gli utenti hanno solo sette secondi per compiere ciascuna decisione. Così dalla “mercificazione dell’Apocalisse” torniamo indietro alla mercificazione del desiderio, precisamente all’“economia libidinale” – l’economia che è guidata dal desiderio o dalla produzione del desiderio. Nel ventesimo secolo quest’espressione era usata soprattutto dai filosofi francesi per descrivere il potere del capitalismo di liberare – e allo stesso tempo mercificare – nuove pulsioni libidiche.

Oggi possiamo vedere ovunque come l’economia libidinale sta trainando l’economia politica.

L’anno scorso, quando la pandemia esplose e mezzo mondo veniva messo in lockdown e sotto gravose restrizioni sociali (il c.d. “distanziamento sociale”, che effettivamente implicava la distanza fisica, ma i cui risvolti erano più che mai sociali), le app di dating come Tinder, Bumble e Paktor registravano un’impennata nei download e nelle interazioni. Ovviamente siamo capaci di immaginare tutto, anche la fine del mondo, ma non la fine dell’energia libidica. Anche se questa è soltanto digitale. Infatti stiamo assistendo a una rapida digitalizzazione di tutte le relazioni sociali – non soltanto degli appuntamenti.

Allo stesso tempo, mentre le app di dating attraversavano un nuovo Rinascimento, Zoom diveniva rinomato presso tutti coloro che erano bloccati a casa dalla pandemia di COVID-19. L’ascesa del “lavoro da remoto”, dell’“apprendimento da remoto”, dell’“appuntamento da remoto” e di “qualsiasi cosa da remoto” è davvero “la nuova normalità” della nostra epoca. E non c’è nulla di normale in tutto ciò.

Questa trasformazione accelera l’ulteriore disintegrazione dei diritti dei lavoratori e la rimozione della tradizionale distinzione tra vita pubblica e vita privata, che già andava sfumando. Quando tutto è pubblico, niente è più privato, e quando niente è più privato, i nostri più reconditi desideri – l’inconscio stesso – diventano monetizzabili e vengono assorbiti nella macchina algoritmica in continua espansione.

Allo stesso tempo, la tecnologia sta penetrando più profondamente nei nostri sistemi sanitari e di cura della persona (pensate a come Palantir, società della Silicon Valley, sta allungando i propri tentacoli sul Sistema Sanitario Nazionale) e diventando inseparabile dal settore finanziario, come dimostrano non soltanto la negoziazione di titoli sulla Borsa di Wall Street ma anche i Bitcoin e i recenti non-fungible token. Viviamo in quello che il filosofo italiano Franco “Bifo” Berardi chiama “semiocapitalismo”, una forma di capitalismo fondata sull’accumulazione, produzione e riproduzione di segni. O, come il filosofo francese Pierre Klossowski – che influenzò Foucault, Deleuze e Lyotard – spiegava nel suo fondamentale libro La moneta vivente pubblicato nel 1970, le emozioni e gli stessi segni stanno diventando un fattore economico determinante.

È sufficiente guardare ai social network, da Facebook e Instagram a Twitter e TikTok: si basano tutti sulla condivisione di differenti segni prodotti dall’economia libidinale (a prescindere che si tratti di foto, notizie, video o messaggi), mentre sono le società Big Tech a raccogliere i dati e a possedere questi segni. Dappertuttoil mondo dei social media sta portando alla totale riduzione della curva dell’attenzione, permettendo la diffusione virale di varie teorie cospirazioniste e consentendo alquanto frequentemente ad ambiziosi populisti destrorsi o a dei dittatori di prendere o mantenere il potere. Oggi è evidente che non basta più requisire i mezzi di produzione, dobbiamo requisire anche i meme di produzione. Perché, se viviamo nel semiocapitalismo, la battaglia cruciale avrà luogo nello spazio digitale.

Questo non significa che i conflitti materiali, incluse le dure condizioni lavorative e le sofferenze immani, semplicemente svaniranno, ma che molto spesso gli esiti di questi conflitti dipendono già dalla semiosi, cioè dalla produzione di segni e di significato. Coloro che saranno in grado di comprendere e utilizzare i meme di produzione saranno anche in grado di requisire i mezzi di produzione. In altre parole, se fossimo capaci di divincolarci dalla trappola della semiosi dominante, che oggi è rappresentata da Facebook, Instagram, Zoom o Amazon, tale liberazione potrebbe avere ripercussioni effettive anche sulle condizioni materiali.

Un buon esempio – sebbene non sia nulla di rivoluzionario – è come lo sforzo coordinato di una folla di utenti di Reddit agli inizi del 2021 sia riuscito a innescare una bolla speculativa sulle azioni di “GameStop”, una società di videogiochi in crisi, facendo sì che nel giro di due settimane il loro prezzo aumentasse del 1.500 per cento. Allora Elon Musk twittò “Gamestonk!” (“stonking” significa stupefacente, formidabile [N.d.T.]), scatenando un ulteriore e repentino rialzo dei prezzinelle negoziazioni after-hours (dette così perché si svolgono al di fuori delle regolari sessioni di trading, con larghissima partecipazione di investitori istituzionali, come i grandi fondi comuni, o comunque dotati di un patrimonio considerevole [N.d.T.]). In sostanza, nella semiosfera (Reddit e poi Twitter) si era creato un rapido mutamento di significato, che in seguito ha avuto effetti non soltanto sul mercato azionario, ma anche sulla realtà materiale, nella stessa maniera in cui la speculazione finanziaria lascia le persone senza lavoro o senza casa.

Oppure, prendete il valore da record dei Bitcoin. Il che nella realtà materiale si traduce in sempre più minatori che si servono di sempre più computer. Secondo una recente analisi dell’Università di Cambridge, i Bitcoin già consumano all’anno più elettricità di tutta l’Argentina. E questa criptovaluta rappresenta forse la migliore incarnazionedel “Capitalismo Verde”: oggi puoi acquistare una macchina elettrica Tesla pagandola in Bitcoin per essere green, ma in realtà stai usando una criptovaluta che contribuisce pesantemente alla crisi climatica… che si suppone tu stia sventando.

E proprio come i Bitcoin, anche la recentissima tendenza dei non-fungible token e delle opere d’arte digitali lascia una massiccia impronta di carbonio. Naturalmente potresti chiederti “ma che interesse ha una persona ad acquistare un tweet?”, ma comprando un non-fungible token non stai semplicemente comprando un link a un file, stai acquistando un valore segno basato sulla scarsità digitale. E di nuovo torniamo al semiocapitalismo.

Nel corso della storia umana qualsiasi civiltà ha senz’altro usato, prodotto e interpretato segni, ma oggi, forse per la prima volta, siamo in una fase in cui è proprio la produzione di segni che può condurre al termine la specie umana, la quale, evolvendosi, si è servita del linguaggio non solo per comunicare, ma anche per organizzare la società e l’economia. Che si tratti dell’effetto dei Bitcoin sul cambiamento climatico o della possibilità che un segno erroneamente interpretato causi un annientamento nucleare, è ovvio che i segni non sono mai stati così potenti come al giorno d’oggi. Perché ciò che è a rischio è l’Estinzione, non soltanto della specie umana, ma anche delle altre specie e della biosfera… nonché della semiosfera stessa.

Il problema è che siamo integrati così tanto nella nostra semiosfera contemporanea che sta diventando difficile venirne fuori. Non soltanto nel senso di non usare la tecnologia (o piuttosto di usarla differentemente, a vantaggio di tutta l’umanità e del pianeta), ma nel senso di uscirne psichicamente allo scopo di comprendere che ci troviamo in una fase in cui il semiocapitalismo sta galoppando verso un grave disastro, un punto di non ritorno.

La via d’uscita, mentre resta ancora tempo – anzi, qualora ci fosse ancora tempo –, forse sta nel comprendere e utilizzare i segni e la semiosi – tutto quello che facciamo, sentiamo, temiamo, compriamo, vendiamo o incontriamo, che produciamo e riproduciamo nella semiosfera del ventunesimo secolo – come la nostra “moneta vivente” contemporanea, capace di condurre anche verso esiti differenti.

Invece che al narcisismo dei social network o alla mercificazione del desiderio, può portare a una cooperazione planetaria senza precedenti al fine di prevenire la crisi climatica e smantellare il sistema mondiale basato su sfruttamento, estrattivismo ed espansione.

Forse, anziché trascinarci verso l’Estinzione, la nostra tecnologia attuale e la nostra fase contemporanea di semiosi potrebbero guidarci non soltanto verso una rivoluzione, ma anche verso una sorta di evoluzione.

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