Come il lavoro ammala i feti
1944. Olanda occidentale, Hongerwinter, l’inverno della fame. Tra novembre e maggio le forze di occupazione naziste bloccarono i rifornimenti alimentari in rappresaglia contro la resistenza olandese. Per mesi, la razione quotidiana scese sotto le 500 calorie. Le donne incinte mangiavano bulbi di tulipano per sopravvivere. Ventimila persone morirono di fame. Quello che nessuno poteva prevedere è che questo orrore si sarebbe trasformato in uno degli esperimenti naturali più importanti della biologia umana. Decenni dopo, i ricercatori rintracciarono le persone concepite durante la carestia. Quello che trovarono riscrisse la nostra comprensione dell’eredità biologica. I bambini esposti alla fame durante i primi mesi di gestazione (quando le loro madri stavano letteralmente morendo di fame) mostravano a 60 anni tassi significativamente più alti di obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e schizofrenia rispetto ai loro fratelli concepiti prima o dopo la carestia. L’esposizione era durata mesi, le conseguenze, invece, duravano una vita.
La gravidanza è una tempesta ormonale perfettamente calibrata. I livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) aumentano di due, tre, persino quattro volte rispetto ai valori normali. È un cambiamento talmente drammatico che in qualsiasi altro contesto sarebbe considerato patologico. Eppure in gravidanza è necessario perché proprio il cortisolo materno aiuta il feto a maturare e prepara i suoi polmoni al primo respiro, coordinando la tempistica del parto. Ad evitare, però, che ne arrivi troppo e si danneggi, un enzima nella placenta chiamato 11β-HSD2 agisce come scudo biologico. Questo converte fino al 90% del cortisolo materno in una forma inattiva prima che raggiunga il bambino, come un filtro che lo protegge dalle oscillazioni emotive della madre. Ma questo filtro non è, comprensibilmente, costante. Più la gravidanza avanza, più cortisolo materno passa. Verso la fine della gestazione l’attività di questo enzima protettivo diminuisce naturalmente, così che il feto possa essere esposto a dosi crescenti di cortisolo materno e completare la sua maturazione.
Il congedo di maternità obbligatorio, in Italia, inizia due mesi prima del parto, ma già dal settimo mese il feto è più vulnerabile allo stress materno. C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che la biologia abbia un calendario inconciliabile col mercato.
Lo stress materno non è un’esperienza transitoria o meglio, lo è, nella maniera in cui il transito è un transfert, un passaggio di impronte molecolari. Questo perché quando una donna in gravidanza è sottoposta a stress intenso, si modifica il funzionamento dello stesso enzima protettivo placentare, un meccanismo noto come metilazione del DNA. Piccoli gruppi chimici si attaccano ai geni e ne modificano l’attività senza cambiare la sequenza genetica vera e propria. È come mettere delle pieghe sulle pagine di un libro, il testo rimane lo stesso, ma cambia quale attenzione diamo a certi passaggi. In uno studio su donne con depressione diagnosticata durante la gravidanza, i ricercatori hanno scoperto che le figlie nate da queste madri mostravano livelli di cortisolo aumentati del 50-75% già a un mese di vita. La causa? La metilazione dell’enzima protettivo placentare aveva ridotto la sua efficacia. Lo stress materno aveva letteralmente “riprogrammato” la barriera biologica.
Le conseguenze, come anticipato, vanno oltre i primi mesi. L’esposizione a cortisolo elevato durante la vita fetale può modificare l’intero sistema di gestione dello stress del bambino, quello che i neuroscienziati chiamano asse ipotalamo-ipofisi-surrene, un termostato dello stress cerebrale. Alcuni studi longitudinali hanno seguito questi bambini per anni. A sei mesi rispondono agli stimoli dolorosi con picchi di cortisolo più alti. E a dodici mesi ancora. Le scansioni cerebrali mostravano alterazioni nelle regioni associate all’ansia e alla regolazione emotiva.
Ma l’esempio olandese rappresenta un caso estremo, perché l’equazione non è deterministica, per fortuna la plasticità del cervello umano è straordinaria. Nonostante questo, rimane sicuramente un carico aggiuntivo, una vulnerabilità di partenza importante da non sottovalutare. I numeri della ricerca epidemiologica sono significativi. L’ansia o la depressione materna durante la gravidanza contribuiscono al 10-15% del rischio di problemi emotivi, disturbi dell’attenzione e difficoltà comportamentali nei bambini. In termini di salute pubblica, il 15% non è trascurabile. Significa potenzialmente migliaia di casi che potrebbero essere prevenuti.
Non esistono scelte personali fuori dal paesaggio socioeconomico in cui sono immerse e il lavoro contemporaneo è un generatore di stress cronico. Uno studio norvegese ha seguito quasi 78.000 donne durante e dopo la gravidanza. I dati dipingono uno scenario in cui lo stress lavorativo misurato alla diciassettesima settimana di gestazione prediceva depressione e ansia sia alla trentesima settimana che sei mesi dopo il parto. E questo rimaneva vero anche controllando per tutte le altre variabili, durata del congedo, educazione e supporto sociale. Uno studio tedesco ancora più dettagliato (il progetto DREAM) ha identificato i fattori lavorativi specifici più dannosi: condizioni di lavoro precarie, supervisione abusiva, insicurezza sul futuro dell’impiego e alte richieste con bassa autonomia. E in Italia la combinazione contratto a termine + part-time, cioè una delle forme più instabili di lavoro, riguarda in modo sproporzionato le donne. I dati INAPP parlano di un 60 % contro un 33 % per gli uomini. Tutti questi elementi, nello studio, predicevano sintomi di depressione e ansia fino a quattordici mesi dopo il parto, indipendentemente dalla salute mentale pre-esistente. È dunque anche in parte una questione squisitamente di classe.
La genealogia lunga dello stress di classe, fin dai tempi degli studi britannici sui dipendenti pubblici (Marmot, 1970), dice che la gerarchia sociale predice la mortalità meglio del fumo: chi ha meno controllo sul proprio lavoro, muore prima. La dinamica non è un mistero, anzi, lo stress cronico (non quello acuto e occasionale, ma quello costante e logorante) altera la fisiologia in modi profondi. Provoca una sorta di “resistenza” al cortisolo nelle cellule immunitarie. Il corpo rilascia l’ormone eppure le cellule smettono di rispondervi adeguatamente. Uno stato di infiammazione cronica che non si spegne mai del tutto, che attraversa la placenta e raggiunge il feto.
Gli stessi studi mostrano, non troppo sorprendentemente, che quando il lavoro aumenta il reddito familiare in modo significativo, questo può effettivamente migliorare la salute materna e infantile. Ricerche sull’Earned Income Tax Credit negli Stati Uniti (un credito fiscale per lavoratori a basso reddito) hanno dimostrato che aumenti nel reddito hanno ridotto il basso peso alla nascita, i parti pretermine e migliorato la salute mentale materna. E questo è il circolo vizioso. Più reddito vuol dire più calma, ma più lavoro vuol dire più stress. L’uroboro che al capo ha il lavoro e alla coda la vita. Certo, la soluzione non è necessariamente che le donne lavorino meno, ma che lavorino meglio, a condizioni migliori e a paghe più alte, con orari compatibili con la gravidanza e con supporto sociale adeguato. Il problema al momento è strutturale. Lo stress è una realtà umana universale, ma il capitalismo contemporaneo lo propaga sistematicamente. L’alienazione, la competizione costante per lo status e le risorse e la precarietà come condizione normale, tutto questo genera livelli di stress cronico che studi comparativi internazionali hanno misurato essere tre volte superiori nei paesi con maggiore disuguaglianza economica. E questo ha conseguenze biologiche misurabili che ora possiamo tracciare fino all’utero.
Nel 2020, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha valutato i servizi di salute mentale perinatale nei paesi europei. La scala andava da 0 a 5. L’Italia ha ottenuto tra 1 e 2 punti. Per confronto, sette paesi (quali Belgio, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi, Svezia, Regno Unito e Malta) hanno ricevuto il punteggio massimo di 5. Questi paesi offrono screening sistematico per depressione e ansia durante la gravidanza, servizi specializzati di salute mentale perinatale, integrazione tra cure ostetriche e psicologiche, ma soprattutto follow-up strutturato nel postpartum. L’Italia non ha nulla di tutto questo a livello nazionale. Non esiste uno screening universale, così come non esistono servizi specializzati diffusi. Le conseguenze, ovviamente, sono misurabili. In un sistema di sorveglianza italiano che copre il 77% delle nascite nazionali, il suicidio è stato identificato come una delle principali cause di morte materna nel primo anno dopo il parto. Circa la metà delle donne identificate come ad alto rischio suicida nel periodo postpartum non erano state indirizzate a nessun servizio di salute mentale. Metà. Si sa, ma non si fa nulla. Solo nel 2018 il Ministero della Salute ha supportato uno studio pilota sulla gestione della depressione postpartum in sedici regioni. Il confronto europeo è impietoso. Se la Svezia offre sedici mesi di congedo parentale retribuito, il Regno Unito, pur con molti problemi lato welfare, ha investito nel 2016 oltre 290 milioni di sterline in nuovi servizi di salute mentale perinatale, riconoscendo che il costo economico della depressione e dell’ansia, stimato in 6,6 miliardi di sterline, per lo più dovuto alla successiva morbilità infantile, rende l’investimento in prevenzione prima che etico, economicamente razionale.
L’Italia offre cinque mesi di congedo obbligatorio: due prima del parto, tre dopo, con l’80% della retribuzione. Esiste persino la possibilità di posticipare il congedo pre-parto per avere più giorni dopo. Molte donne, per massimizzare il tempo con il bambino dopo la nascita (cosa importantissima per il sano sviluppo del bambino) o per pressioni lavorative, scelgono proprio quest’opzione. Alcune lavorano fino a un mese prima, o anche meno, del parto. Tutt’altro discorso per il lavoro nero o le partite IVA.
Il risultato dell’invisibilità della salute mentale perinatale nel dibattito pubblico è una scelta politica. Se la salute mentale in Italia è ancora un tabù (basti guardare il bonus psicologo con budget così risicato da esaurirsi immediatamente, 400.000 domande e circa 6.300 beneficiari, circa l’1,6%, con una riduzione ulteriore prevista per il prossimo anno) allora parlare della salute mentale di un bambino non ancora nato deve sembrare fantascienza. I meccanismi sono documentati e le conseguenze tangibili. Autrici femministe come Cooper e Federici convergono su un punto, il neoliberismo ha bisogno della famiglia tradizionale tanto quanto il conservatorismo sociale, sono complici strutturali. Quando lo stato smantella il welfare, qualcuno deve prendersi cura dei bambini e degli anziani e quel qualcuno è sempre la famiglia, e dentro la famiglia, le donne. L’eroismo della maternità è una costruzione ad usum Delphini per la mancanza di welfare. La retorica dei valori familiari tanto cara alla destra si presenta quale nostalgia premoderna, ma è solo con le forme di un modello di ingegneria sociale che il capitale è riuscito a sussumerla. Se rendere invisibile il lavoro di madre significa non retribuirlo, rendere invisibile un bambino prima che nasca vuol dire che nessuno se ne deve prendere cura. Torna in questo caso utile la chiave interpretativa della legibility dell’antropologo politico James C. Scott. Se compresa in questo senso, la salute mentale del feto è illeggibile al capitale perché non può essere digerita da una logica aziendale. Non produce alcun valore immediato misurabile e tutt’al più, il momento in cui diventa traducibile è quando si trasforma in assenza dal lavoro della madre, un vuoto nella produttività. La donna incinta è visibile allo stato solo come lavoratrice temporaneamente compromessa. Oppure, come nel caso del Regno Unito, quando si traduce il disagio mentale futuro in danno economico.
Lo scenario pare catastrofico. Stiamo programmando biologicamente generazioni di bambini con maggiore vulnerabilità alla depressione e all’instabilità mentale? L’evidenza suggerisce che non è semplice retorica, ma è anche fondamentale, come già anticipato, evitare il determinismo biologico. La situazione è più complessa e, fortunatamente, meno definitiva. Come detto, il cervello umano mostra una plasticità straordinaria fin dai primi mesi di vita. E in questo, l’ambiente dopo la nascita conta enormemente. Le cure genitoriali, così come il supporto sociale o le esperienze dei primi anni possono compensare significativamente gli effetti dello stress. Ad esempio, i bambini esposti a stress prenatale, cresciuti in ambienti stabili e supportivi mostrano resilienza comparabile ai bambini non esposti. È la sensibilità differenziale, gli stessi bambini che sarebbero più vulnerabili in contesti avversi possono anche trarre maggiori benefici da contesti favorevoli. Dunque, lo stress prenatale non crea bambini danneggiati in modo irreversibile, ma bambini più sensibili, nel bene e nel male, al loro ambiente. Inoltre, non tutte le forme di stress sono uguali. Lo stress acuto occasionale, il tipo normale di preoccupazioni e ansie che ogni gravidanza comporta, non causa danni significativi. È lo stress cronico, quello costante, pervasivo, senza via d’uscita, che crea problemi.
Allo stesso tempo, le condizioni sistemiche attuali (tra cui carenza di risorse nei servizi per la salute mentale infantile, le liste d’attesa infinite e le forti disparità regionali) rischiano di lasciare senza risposta molti di questi bisogni, amplificando così l’impatto a livello sociale anche quando potrebbe essere risolto o attenuato. Il problema è che questa condizione è normalizzata nell’immaginario collettivo e grava tutta sulle spalle della madre. I media hanno sempre storicamente rappresentato la maternità come sacrificio silenzioso ed eroico. La madre che tiene in piedi la famiglia mentre soffre, una narrazione tanto poetica quanto tossica quando diventa il reale stato delle cose. Specie ora che possiamo misurarne le conseguenze biologiche sui feti. Lo psicologo Paul Gilbert ha sviluppato un modello che riformula completamente cosa significhi essere sensibili. Nel suo lavoro sulla Compassion Focused Therapy, identifica tre sistemi emotivi evolutivi fondamentali che regolano il nostro benessere: il sistema di minaccia (threat system), il sistema di ricerca delle risorse (drive system) e il sistema di affiliazione e calma (soothing system). Il problema, spiega Gilbert, è che il mercato contemporaneo iperattiva costantemente i primi due sistemi (minaccia, “perderai il lavoro“; ricerca, “devi fare di più“) e sopprime sistematicamente il terzo. Chi viene definito troppo sensibile è in realtà esattamente ciò che ci si aspetterebbe da organismi esposti a stress cronico nell’utero e nell’infanzia. La sensibilità è il sistema di affiliazione sociale che chiede disperatamente condizioni di vita compatibili con la biologia umana. È patologico, il bisogno di calma. Chi può permetterselo, lo mitiga con programmi di mindfulness based therapy.
A novembre 2025, l’Italia ha trasmesso alla Conferenza Stato-Regioni un nuovo Piano Nazionale di Salute Mentale, 2025-2030. Introduce lo psicologo di cure primarie e un modello di assistenza a quattro livelli. È un riconoscimento del problema. Ma resta da vedere se le risorse verranno effettivamente allocate, se il piano includerà componenti specifiche per la salute perinatale e soprattutto se la retorica si tradurrà in servizi concreti. I paesi che hanno affrontato seriamente questa crisi offrono modelli chiari. Ogni donna dovrebbe essere valutata per depressione e ansia durante la gravidanza e nel postpartum. I Paesi Bassi lo hanno integrato nelle cure ostetriche standard. Non è complicato, non è costoso, ma salva vite. O ancora, il Regno Unito ha sviluppato su scala nazionale unità di salute perinatale con personale formato specificatamente. L’investimento si ripaga prevenendo la morbilità infantile successiva. Dunque, congedi adeguati. Non solo più lunghi, anche se i sedici mesi svedesi contro i cinque italiani parlano chiaro, ma flessibili, con la possibilità di iniziare prima se necessario, senza penalizzazioni economiche. Ma soprattutto, supporto economico. Trasferimenti monetari alle famiglie nel periodo perinatale per ridurre lo stress finanziario, che è uno dei predittori più forti di depressione postpartum. L’incertezza è una condanna generazionale. Recalcati diceva che per la maternità è necessaria la disponibilità dell’inconscio. E un inconscio che percepisce di dover sopravvivere giorno per giorno oppure soccombere, è un inconscio in stato di guerra.
Lo stress cronico si accumula per mesi e anni, non scompare magicamente il giorno in cui si smette di lavorare, specialmente se la data di rientro dalla maternità è vicina. È facile ignorare ciò che non si vede e un bambino non ancora nato, il suo sistema nervoso in formazione, le modifiche epigenetiche che plasmeranno la sua reattività allo stress per tutta la vita, tutto questo è radicalmente invisibile. Ma l’invisibilità non equivale all’inesistenza e a differenza di molti fattori che influenzano la salute mentale, quella dello stress perinatale è un’area dove interventi che siano efficaci sono possibili e già studiati. C’è però spazio per la speranza concreta che deriva dal sapere cosa fare. Magra consolazione, quando le cose le sappiamo già da così tanto tempo.
“Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.”
Pier Paolo Pasolini, Supplica a mia madre

