Cocleorama è la rubrica mensile in cui vi raccontiamo dei nostri ascolti preferiti. Una rassegna rapsodica di dischi che potete leggere, ascoltare ed eventualmente amare.


Hookahs of the cave – Riley/Radley

L’idea di ridurre la musica a una serie di movimenti armonici finalizzati a generare un effetto emotivo nell’ascoltatore, basato sull’alternanza di momenti di tensione e distensione, è il più ingombrante detrito arrivato a noi dalla tradizione colta occidentale e di cui facciamo ancora oggi molta fatica a liberarci. Hookahs of the cave del duo Riley/Radley, uscito a dicembre 2025 su cassetta e digitale per Elastic Furniture Label, ci dimostra però che si può stare bene, seduti comodi su una tonica, a guardare un meraviglioso paesaggio di intrecci melodici e ritmici di chitarra e batteria. Un progetto nato a Bristol da poco più di un anno, che fa dell’improvvisazione libera il suo centro gravitazionale. Danny Riley alla chitarra elettrica più che suonare sembra interrogare il suo strumento sui rapporti oscuri tra gli intervalli melodici, in un flusso imprevedibile sospeso tra il John Fahey più mistico e l’Ali Farka Touré più riflessivo; mentre Noah Radley alla batteria si sdoppia tra sottolineature ritmiche, che sembrano arginare amorevolmente il vagabondaggio strumentale e momenti di distensione in cui i piatti e le rullate sincopate diventano gli arnesi per dipingere un panorama percussivo straniante. Il disco è stato registrato in una sola notte con due microfoni puntati sui rispettivi strumenti e ci restituisce, più che un’opera conclusa, lo spaccato di un dialogo incessante, che fa della telepatia alchemica tra i due il suo frutto più stordente. Risuona la severità e la dedizione di dischi come The end of the game di Peter Green o l’esordio dei Bachi da pietra, scarni e sprezzanti, registrati in fretta per fare della musica soltanto il vettore di un momento estatico. Così Riley/Radley riportano la musica al suo stato archetipico di flusso inquieto, una corrente infinita perturbata da scariche emotive di difficile connotazione razionale.


Metal Preyers – Retox Man

Si respira l’aria asfissiante di un’ode definitiva al bad trip dentro Metal Preyers di Retox Man, uscito a dicembre per Nyege Nyege Tapes. Lontani echi di un hip-hop gettato nel tritacarne meccanico di slabrati ritmi industrial, voci ossessive stonate ad altezze incomprensibili, telefoni che squillano senza nessuno che risponda, videogiochi preda di glitch demoniaci. La musica del progetto brasiliano ci getta in una festa piena di volti distorti, che ballano ognuno al ritmo della propria ansia; ben pochi sono i punti di riferimento perché è proprio attraverso la ripetitività straniante delle strutture che i brani espellono il loro succo più perturbante e disturbante. Basta citare il basso distante di Dementos Ride che, mentre ascoltiamo dilanianti sintetizzatori scordati, sembra l’unico elemento – comunque inafferrabile – che ci separa dalla follia. Un disco da ascoltare con cautela perché, per quanto possa farci piacere roba tipo i Primitive Man o l’ultimo Scott Walker, qui sembra di assistere a un collage sonoro perfettamente congegnato per infiltrarsi nei nostri neuroni e scatenare incontrollabili attacchi di panico.


Ferrum Sidereum – Zu

Gli Zu mi hanno sempre fatto pensare a Lovecraft, non per le atmosfere ma per le strutture. Lo scrittore di Providence aveva uno strano modo di impostare gli attacchi dei suoi racconti, partendo sempre col massimo del volume e della tensione. Apri un suo racconto e leggi: “Dopo ventidue anni di incubi da addormentato e da sveglio, otto anni di cosciente oscurità mentale, cinque di una misteriosa amnesia e di un incomprensibile mutamento della personalità, ho deciso di dare inizio a una confessione per mettere a nudo il terrore che mi ha perseguitato…” (L’ombra venuta dal tempo, 1936). Per qualunque altra persona, priva di una tale padronanza della materia (l’orrore cosmico nel caso di Lovecraft) sarebbe un gesto suicida, incompatibile con la necessità di mantenere un movimento narrativo che giochi con le aspettative e il piacere sospeso del lettore. Così anche gli Zu sembrano sempre sul punto di aver rilanciato troppo in alto (“Dove potranno mai andare a parare dopo quel riff?” “Un altro gruppo avrebbe fatto una traccia di dodici minuti solo con quello”). Ferrum Sidereum, il diciassettesimo album del trio romano, uscito per House of Mitology, è l’ennesimo brutal display di questa loro capacità di piegare la materia sonora oltre le leggi spazio-temporali comunemente intese, rilanciando costantemente verso un orizzonte impossibile anche solo da immaginare un momento prima che l’intreccio ossessivo di basso/batteria/sax lo materializzi. Lasciate da parte le derive ambient di album come Jathor, in bilico tra eruzione e dissoluzione, o del radicale Terminalia Amazonia che si distendeva in settanta minuti di pulviscoloso field recording, gli Zu dicono definitivamente addio al pianeta terra per puntare verso lo spazio. È lo stesso brutal-prog e jazz-core di sempre ma che dalla nuova declinazione space tracima verso derive kraut che gli infondono una linfa inedita. L’arrivo di Paolo Mongardi alla batteria, spariglia le carte del collaudato due Massimo Pupillo / Luca Mai, enfatizzandone il lato prog e trovando l’incastro per restituirgli un tono insolitamente epico. Un’ora e venti di ascolto che stordisce, proiettandoci in un viaggio interplanetario senza respiro. La discesa all’interno del ventre infinito di un serpente cosmico.


Lunng – Sam Slater

Dalla quantità di bassoni e dalla potenza parossistica delle distorsioni di Lunng, uscito a febbraio per Mt. Brings Death, credo che si possa a ragione definire Sam Slater un coatto. Bisogna però almeno concedergli che lo è della miglior specie. Un coatto consapevole, che ha abbracciato con anima e corpo il rischio di sconfinare nella pacchianeria cinematica totale. Forse per deformazione professionale, dato che proprio ai lavori per le colonne sonore di film (Joker), serie (Chernobyl) e videogiochi (Battlelfield 2042) deve la maggior parte della sua fama. Ma questo è un disco stranamente triste e riflessivo. A volte elegante. Figlio di una rabbia che si sfoga nello specchio e spara alle persone sbagliate come un Travis Bickle qualunque. Dallo shoegaze disperato di Heatsink, che guarda agli ultimi Low, Lunng si trasforma traccia dopo traccia fino a collassare nell’oscurità impenetrabile di Passengers, tra voci blackened e droni infernali, dipingendo uno scenario di desolazione cosmica in cui ritrovare se stessi.


Esoteric Lounge Music Now – Ruth Mascelli e Mary Hanson Scott

Difficile trovare un nome più autoesplicativo: Esoteric Lounge Music Now, il nuovo disco di Ruth Mascelli e Mary Hanson Scott uscito per Disciples lo scorso novembre. Sembra a tratti di ascoltare i Morphine ma fatti davvero di morfina e appena riemersi da una lunga maratona in cui hanno visto dieci volte di fila Velluto Blu. Un piano bar di fantasmi che intona melodie suicidiare per dandy postmoderni. Un disco dilatato e depressivo che sconfina vistosamente in territori liminali. Mentre gli accordi lapidari del piano si disperdono nel denso riverbero, facendo da piattaforma per i vagiti distanti del sax, la musica lascia spazio a incostanti pulsazioni elettroniche che distorcono il piano temporale in cui il tutto sembra svolgersi. Il jazz plasticoso e impaludato si mescola a ripetitività slow-core, accompagnate da una sezione ritmica che non si capisce bene se arrivi da una fascinazione trip-hop o da un campionamento lounge-house finito fuori posto. Tra un Chris Isaak posticcio e un Mose Allison in stato catalettico, il disco si consuma come l’incenso rimasto accesso in una stanza vuota dopo una festa di vampiri.