Cammina come se il mondo avesse una consistenza diversa per lei – più densa, più lenta. Le spalle un po’ chiuse, i capelli corti, un fisico minuto che sembra non aver mai del tutto deciso di crescere. Lo sguardo è perso da qualche parte che non è il marciapiede davanti a lei. Le cose le passano accanto e lei le lascia passare, o almeno così sembra.
Anna è una studentessa fuorisede. Vive in una stanza in affitto, la sua vita economicamente tenuta in piedi da due genitori che nel frattempo hanno smesso di essere una coppia. Quando è successo, nella sua mente si è cristallizzata una certezza: la sua situazione è vulnerabile. Interamente dipendente da due persone che adesso si guardano come estranei. Basta poco – un cambio di umore, un cambio di serratura – e tutto cade.
Da quel momento la mente ha cominciato a lavorare sul problema. Ha elaborato gli scenari possibili con la precisione di chi compila un piano di emergenza: suo padre che smette di rispondere, sua madre che cambia la serratura della casa in cui Anna è cresciuta. Non metaforicamente – proprio la serratura, quella del portone. Anna si è immaginata davanti a quel portone con la chiave sbagliata in mano molte più volte di quanto sarebbe ragionevole. In questi scenari è sempre sera. C’è sempre un po’ di freddo.
La risposta logica a questo problema era imparare a suonare uno strumento portatile. Non il pianoforte – il pianoforte non si porta in spalla. Anna lo sapeva per esperienza diretta, avendolo studiato da bambina in quell’ambiente piccolo borghese che all’epoca sembrava una garanzia e adesso sembrava solo un dettaglio ironico. La chitarra invece sì. Anna ha preso lezioni con la stessa mentalità con cui si stipula un’assicurazione sulla vita. Camminando per la città aveva cominciato a osservare i musicisti di strada con attenzione quasi professionale: quali angoli, quali ore, quale repertorio. Quando passava accanto a un senzatetto lo guardava – non con pietà, non con fastidio – con una specie di interesse tecnico. Stava prendendo appunti per un futuro che nella sua mente era già, in qualche modo, in corso.
Anna esce a camminare nel quartiere perché stare in casa tutto il giorno non fa bene. E ogni volta che esce la mente si mette al lavoro: scansiona le persone che incontra, una per una, in modo automatico, e le inserisce in una classifica. I parametri non sono mai dichiarati ma sono sempre gli stessi – le scarpe, il modo di camminare, la qualità della borsa, una certa sicurezza nel tenere il telefono. Ogni persona viene catalogata. Poi Anna prende se stessa, si cataloga, si inserisce. È sempre in basso, nella zona dove abitano la povertà e la disperazione, su un tappeto compatto di pregiudizi classisti che lei riconosce come tali ma non riesce a smontare.
Un suo amico le ha detto una volta che si può provare invidia solo per le cose che si pensa di non poter mai avere. Anna prova molta invidia. La classifica non prevede mobilità verso l’alto – non per lei. La sua mente la costringe a questo gioco con una precisione che non ha niente di casuale, e ogni uscita pesa un po’ più della precedente. Tornare a casa è sollievo e sconfitta insieme.
Il mondo adesso è instabile in un modo che Anna assorbe senza filtro. Ogni conflitto che si allarga, ogni notizia che arriva storta, ogni fondamenta che cede da qualche parte nel mondo – tutto entra e diventa personale, prossimo, già presente. La sua mente ha dimostrato più volte di essere perfettamente capace di farsi travolgere da eventi che non sono ancora accaduti, che non accadranno mai, che non la riguardano nemmeno in prima persona. Ma questo alla sua mente sembra un dettaglio irrilevante. Il disastro è già in atto.
Anna cammina lenta. Le cose sembrano scivolarle addosso senza lasciare traccia. È un’impressione sbagliata – dentro sta già calcolando la prossima catastrofe, con la cura silenziosa di chi la considera, in fondo, inevitabile. Anna è il nome che ho dato a quella parte della mia mente che estrae una apocalisse ad ogni deviazione dal percorso immaginato, che vive il disastro prima ancora che si profili all’orizzonte. Scrivere di lei in terza persona è il modo che ho trovato per guardarla lavorare senza che rovini tutto.

