“Guardo a lungo nel fondo nero dei miei occhi, che sono anche quelli di Bordel, e penso che il viaggio verso di essi potrebbe essere allo stesso tempo la mia disgrazia e la mia salvezza, ma non importa. Camminerò lungo la soglia finché non si sarà richiusa, allora smetterò di pensare a noi due come dei morti, e inizierò a considerarci per quello che siamo, creature eternamente vive, destinate a ritrovarsi”.
Questo passaggio di Siro, il nuovo libro di Jacopo Iannuzzi uscito per Mercurio a marzo 2026, dopo White People Rape Dogs (Einaudi, 2024), è il concentrato di tutto quello che si trova nelle pagine del volume. Stile lirico ed evocativo, confini sfumati tra la vita e la morte, atmosfera buia e inquietante, trame di una guerra indefinita e un rapporto simbiotico tra i due protagonisti. Siro e Bordel sono due amici intrecciati in un’amicizia profonda, che li porta a sovrapporsi, e il libro è il viaggio del primo in una waste land in cui la sua disperazione più grande è data non tanto dall’apocalisse, dalle minacce di una guerra o dal pericolo per la vita, quanto dall’aver perso il suo Bordel. A far sopravvivere il protagonista non c’è alcun altro desiderio se non la speranza di ritrovarlo; così il racconto segue gli sforzi di Siro per rincorrerlo, scovarlo – a costo di strapparlo alla morte – tra le rovine di un mondo nel caos. L’unica strada limpida in uno scenario apocalittico è l’amicizia tra Siro e Bordel – simbolo che concentra su di sé ogni possibilità di salvezza per gli esseri umani che abitano un mondo alla deriva. Un punto fermo che fa ordine nella riflessione paranoica e tormentata sui confini tra la vita e la morte, tra esistere e scomparire.
L’amicizia per Siro è la pietra d’angolo che sorregge l’intera architrave. Aver perso Bordel equivale a rendere la sua esistenza un cumulo di macerie. Avviene, quindi, un totale rispecchiamento tra l’apocalisse del mondo e l’interiorità di Siro – che diventano contemporaneamente causa ed effetto l’una dell’altra. È il mondo ferito dai postumi di una guerra lo specchio della vita di Siro dopo la perdita di Bordel oppure Bordel si è perso proprio a causa di quella guerra? È difficile dare una risposta, perché nonostante la successione logica sembrerebbe seguire una causalità lineare (guerra ‒ allontamento tra i due ‒ disperazione di Siro), lo stile evocativo e l’incessante riflessione esistenziale e filosofica della narrazione spingono verso una lettura simbolica e quindi a dare un’interpretazione rovesciata, illogica: (separazione tra i due ‒ disperazione di Siro ‒ proiezione della sua interiorità nello scenario di un mondo alla deriva). Ne è una conferma questo passaggio:
“Quando ti manca un amico ti mancano tutti. In due si è testimoni. Da soli si è soltanto un’idea, introspezione e nient’altro. E a quel punto non basta un inchino, un addio, per dirsi tristi abbastanza. A quel punto bisogna morire”. Il libro diviene così il tentativo di raccontare l’esperienza del morire rendendola viaggio, guerra, percorso materiale, a compimento di un lutto che è già avvenuto – cioè l’allontanamento da qualcuno che amiamo e ci ama.
La peculiarità di Siro sta proprio nel fatto che affida allo scenario bellico il compito di esprimere l’annichilimento che prova il protagonista nella propria perdita. L’apocalisse non è un mezzo attraverso cui raggiungere una verità arricchente – come succede in altri romanzi di ambientazione post-apocalittica –, ma il crudo annientamento estrinsecato dall’esperienza della fine di un’amicizia profonda. Come Irina, la ragazza che compare tra i ricordi della vita passata di Siro e Bordel all’università, confessando ai due che “a contare nella vita tra le persone non era la vicinanza, ma l’avvicinamento, il percorso che si fa uno verso l’altro, il continuare a conoscersi, non l’essersi conosciuti”. Così il libro narra il movimento proprio della perdita: non è un libro sulla distanza ma sull’allontanamento. Che si dilata in una gamma di valori che, agli estremi, toccano l’umano e l’assurdo, la vita e la morte, il vero e l’immaginario.
L’immaginario lirico e fumoso con cui Iannuzzi intesse la sua scrittura fa coincidere l’esperienza individuale di Siro – contestuale, specifica – con un principio universale ‒ archetipico ‒ di due persone care tra loro allontanate da un evento traumatico. Il viaggio di Siro attraverso l’allontanamento, proprio perché immaginario, si riflette nel dramma di tutti i possibili allontanamenti traumatici.
Siro e Bordel sono sé stessi, come allo stesso tempo sono Primo Levi e il suo amico Alberto, allontanati da Auschwitz e da una guerra tremenda e mostruosa. Sono Anguilla e Nuto de La luna e i falò, persi nella distanza ideologica che diventa sempre più dolorosa a mano a mano che ricordano la vicinanza che, invece, li aveva legati. Sono Léo e Rémi, del film Close, per i quali la guerra ha la forma del pregiudizio e il peso dell’ignoranza, facendo sprofondare in un baratro apocalittico le loro vite, altrettanto profondo dell’affetto che li invadeva. Ralph e Piggy che, nell’isola deserta del Signore delle mosche, sperimentano la spontaneità dell’amicizia e poi l’immediatezza con cui il potere fa voltare lo sguardo di fronte all’ingiustizia. George e Lennie di Uomini e topi, per cui la vita e la morte si scambiano di posto, nel segno dell’amore. Insomma, Siro e Bordel, nello spazio senza tempo del romanzo e in fuga dai cospiratori teotwawki, incarnano tutte le possibili storie di amicizia maschile, in cui due uomini si amano e poi negano quell’amore per cause di forza maggiore. Un amore che appena viene a mancare assume esattamente la forma del mondo in guerra, caotico e devastato di Siro.
Come alla fine di ogni storia d’amore ‒ così come l’amicizia è una delle sue forme ‒ la domanda con cui ci lascia Siro è: sopporta la sofferenza maggiore chi abbandona o chi viene abbandonato? E in questo caso particolare: sarebbe meglio morire e non affrontare l’assenza dell’altro, o vivere con l’eterno peso della perdita? Correlato necessario a tali domande è anche il ruolo della (s)fortuna come determinante, tanto assurda quanto impattante, per la vita e la morte dei protagonisti. Entrambi temi che coincidono con la scrittura testamentaria di Primo Levi, a cui si accennava prima, a confermare ancora una volta l’universalità della narrazione inventata di Iannuzzi.
“Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo piú generoso, piú sensibile, piú savio, piú utile, piú degno di vivere di te? Non lo puoi escludere” – scrive Primo Levi ne I sommersi e i salvati. Il senso di colpa di sopravvivere ha riempito le coscienze vittime dell’evento più disumano della storia del mondo. Così Iannuzzi, nella sua finzione letteraria, riesce a toccare il punto di verità all’incrocio tra umano e disumano e concentra in Siro questo sentimento di colpevolezza, disagio, vergogna rispetto a Bordel: Bordel si è perso e Siro lo sta cercando, non viceversa, perché quando si preparavano alla guerra “Siro era sicuro che Bordel capisse meglio di lui quello che leggevano”. Le sue peregrinazioni per combattere l’allontanamento cominciano tutte da lì – e lui lo sa.
Sull’altro piano, quello dell’invadenza della (s)fortuna, Siro tenta di mettere in discussione le certezze dell’esistenza, descrivendo lo stare al mondo come un criptico messaggio da interpretare e che sfugge inevitabilmente alla comprensione umana: mescolando sogni, realtà e allucinazioni in una miscela più inconsapevole e fatalista, che predeterminata. Così Primo Levi racconta di una zuppa, come variabile x totalmente inaspettata e impensabile capace di cambiare la vita di due amici – legati fra loro per scelta ma allontanati da una mostruosità che si serve anche del caso. Alberto e Primo che, nel lager, riescono a strappare un po’ di zuppa a un polacco che – volere del caso, appunto – era malato e contagioso.
“Quella sera stessa io e il mio amico ed alter ego Alberto ci spartimmo quella zuppa cosí sospetta. Alberto aveva la mia età, la mia statura, il mio carattere e il mio mestiere, e dormivamo nella stessa cuccetta. Ci somigliavamo perfino un poco; i compagni stranieri e il Kapo ritenevano superfluo distinguere fra noi, e pretendevano che quando chiamavano «Alberto!» o «Primo!» rispondesse comunque quello di noi che era piú vicino. Eravamo dunque per cosí dire intercambiabili, e chiunque avrebbe pronosticato per noi due lo stesso destino: entrambi sommersi o entrambi salvati. Ma proprio a questo punto entrò in funzione l’ago dello scambio, la piccola causa dagli effetti determinanti. Alberto aveva avuto la scarlattina da bambino, ed era immune; io invece no”.
Contrarre la scarlattina per Primo significherà essere risparmiato dai nazisti in fuga da Auschwitz, che lasciarono inconsiderati i malati nell’infermeria. “Alberto – invece – fu vittima della piccola causa, della scarlattina da cui era guarito bambino. Venne a salutarmi, e poi partì nella notte e nella neve, insieme con altri sessantamila sventurati, per quella marcia mortale da cui pochi tornarono vivi”.
Se l’amicizia è un sentimento universale, che attraversa situazioni, epoche, sessi, classi, storie, continenti, mondi; Siro dimostra che ancora più universale, è il dolore per la sua fine.
Tanto universale quanto l’amicizia è solo la morte, e la guerra – che è la più illogica delle sue cause. Siro è anche un libro sulla guerra, ma come l’amicizia è il simbolo di qualcosa in cui credere come punto fermo per restare in equilibrio in un mondo che cade; così la guerra racchiude in sé tutte le aspirazioni illusorie, la speranza di un cambiamento e di una riappropriazione, l’ideale di una vittoria morale su un mondo che sembra non dare spazio alla soddisfazione personale. L’allontanamento doloroso, nucleo di tutto il libro, comincia da prima che Siro e Bordel siano fisicamente distanti. L’inizio della fine sta nella preparazione alla guerra cui sono chiamati i giovani del mondo inventato da Iannuzzi. Bordel sa di doversi arruolare, Siro non ha chiaro come l’amico il motivo per cui sia indispensabile. È inevitabile, però, che entrambi nei loro discorsi esistenziali considerino la guerra un mezzo per cercare di afferrare un senso ulteriore, una ragione profonda, un motivo per cui vivere. “Era soprattutto Bordel a spiegarle – ad Irina – che per loro come per tanti altri era una questione ancora più profonda che il solo veder bruciare tutto, anche se pure quello contava. Era l’occasione perfetta per scuotersi una volta per tutte dall’immobilità”.
Diventano, così, Patroclo e Achille, eroi legati indissolubilmente da un reciproco amore umano ma anche accomunati da una missione eroica che trova la realizzazione nei risultati di una guerra. Alessandro Baricco, riscrivendo l’Iliade in chiave moderna alcuni anni fa, concludeva con una riflessione sulla guerra:
“La guerra è un inferno: ma bello. Da sempre gli uomini ci si buttano come falene attratte dalla luce mortale del fuoco. Non c’è paura, o orrore di sè, che sia riuscito a tenerli lontani dalle fiamme: perché in esse sempre hanno trovato l’unico riscatto possibile dalla penombra della vita.”
Attratti come falene dalla luce del fuoco, desiderosi di cavalcare quelle fiammelle per attraversare insieme la penombra della vita e illuminarla di “una storia a cui possono finalmente partecipare”: questo sono Siro e Bordel, o almeno questo vogliono essere.

