Cocleorama è la rubrica mensile in cui vi raccontiamo dei nostri ascolti preferiti. Una rassegna rapsodica di dischi che potete leggere, ascoltare ed eventualmente amare.
Margo Sanda – FANTASIEß
Schegge di suono che percorrono un campo elettrico perturbato da forze incontrollabili. Glitch, noise e lo-fi si rincorrono nel disco d’esordio di Margo Sanda, FANTASIEß, pubblicato da JIPO Records. Tra queste schegge emerge un pop storto e dilaniato. Idee melodiche sopravvissute a un processo ossessivo di distruzione. Un lunghissimo ponte di suono che collega le sperimentazioni del nu-nu-hiphop (un nome: pink siifu) alla melancolia glaciale dei Diaframma (si, strano…). È un disco ermetico, che riuscendo a tenere insieme cose tanto incoerenti, lascia sospettare un potente centro gravitazionale oscuro e sommerso, inaccessibile all’ascoltatore, che attira e fonde insieme questi elementi epilettici ed esplosi. Nove è una traccia che fa pensare alle cubature psichedeliche del Battiato anni ’90, innamorato della scrittura anemica e acida di Sgalambro (Gommalacca). Una cosa a cui voglio molto bene. Psicodramma e marshmellow, urgenza e caos, in un disco che apre la maggior parte delle porte possibili e le lascia – di proposito? – tutte aperte. Entra aria fresca dall’apocalisse lì fuori.
Marcello Newman – Emotional Park
Marcello Newman mi ha detto che con Emotional Park, il suo primo disco solista, pubblicato per Urlaub, voleva fare della “musica pop, purissima e celestiale”. Mi sembra sempre più difficile incontrare un’ambizione (e una dedizione) del genere nel panorama musicale italiano. Mi ritrovo a dare la colpa all’ipertrofia tecnologica, sempre più pervasiva e sfaccettata, che sembra aver fagocitato ogni possibilità di creare musica, che come la definiva Pauline Oliveros fosse semplicemente “un gradito sottoprodotto dell’attività umana”. Una musica che si suona, soprattutto insieme, alternativa a un universo rinchiuso tra infiniti VST che affollano lo schermo, synth giocattolo e coloratissimi pedali per chitarra che sembrano suonare al posto nostro. (Fine predica.) Emotional Park è un disco composto da dieci limpide composizioni pop, venato di un horror vacui melodico che riempie ogni secondo disponibile all’ascolto di melodie celestiali. Newman ha un tale rispetto del proprio tempo musicale, che nemmeno la più breve pausa va sprecata, dal momento che può ospitare un delicato contrappunto di mellotron o un coro di amici che faccia da controcanto. Un disco di canzoni brevi, cantate in inglese e suonate con una selezione ben precisa di strumenti musicali, riconoscibili, volontariamente poco effettati. Si manifesta per ciò che è, con il suo dolce lampo di ambizione e venerazione per un musica che non ha paura di essere scritta per essere canticchiata. Tra tutta questa dolcezza e malinconica meraviglia c’è anche Renato Carosone, ma questa è un’altra storia, che dovete chiedere a Marcello Newman quando lo incontrate in giro.
Malesh – To The Cloud-Cuckoo Land of Color Wheels
Spiriti saltellanti, egregore etrusche e miriadi di altre creature notturne, che si riuniscono per danzare al ritmo ossessivo delle chitarre acustiche, suonate da maschere rituali piene di campanellini. Io le guardo e continuo a sperare che i maestosi costumi di Rebecca D’Angelo siano almeno un pochino, lontanamente, ispirati ad Aku Aku di Crash Bandicoot. Questo già mi mette di buon umore, devo ammetterlo. Ma la musica dei Malesh è un meccanismo labirintico e corroborato dalla più dissoluta psichedelia. Benvenuti nel reame dei sogni, sembrano dire, non soltanto i richiami del titolo al mago di Oz, ma anche gli archi estatici di In Wanton Arethusa’s Azur’d Armes, ambasciatori di un arpeggio acustico asburgico e dolente. E si procede così, per oltre quaranta minuti, tra assoli che sembrano voler incantare i serpenti e svarionate prog-nostalgia alla dodici corde. Un album tanto acerbo e straripante (nel migliore dei modi), quanto incoscientemente reazionario (ancora, nel migliore dei modi). Quando Archimandrite’s Cantharus apre la sua violenza elettrica, per portare scompiglio in questo etereo mondo acustico, il sussulto è profondo e la strada è segnata, tra la ritualità e il delirio che ci accompagnerà fino alla fine del disco. Quella dei Malesh è una musica inesausta, che brama disperatamente il suo luogo d’esecuzione, per sciogliere ogni ritrosia ed esplodere nello spazio di un baccanale acustico. Trovate una foresta e fateceli suonare, è un mio appello personale.
Lero Lero – Lero Lero
Ho apprezzato molto la prima parte di Miss Italia, l’ultimo libro di Claudia Durastanti, perché mette in scena un sud mai davvero esistito. Una leggenda di contro-fondazione che assomiglia ai western crepuscolari, in cui magia, povertà, orgoglio e violenza, mescolano i loro colori primari in un paesaggio inaudito. Aprono le porte a una possibilità di riappropriazione politica attraverso il racconto. Riscrivere il passato per innestare la rivoluzione nelle menti odierne. Noi italiani soffriamo di uno strano svantaggio mitopoietico, siamo così abituati a farci raccontare, che pare abbiamo perso la capacità di creare miti dal nostro passato. È proprio questa la sfida che raccolgono anche i Lero Lero, riarrangiando il canzoniere siciliano in bilico tra folk dionisiaco e esoterismo sintetico. Il risultato è un oggetto fragile e misterioso, in equilibrio precario tra pop e sperimentazione. La microtonalità della Danelectro dodici corde di Fabio Rizzo convive con i ritornelli corali e i bassi analogici dello Jen SX1000 di Donato Di Trapani. Il disco è pubblicato in collaborazione da Panta Records, Black Sweat Records e Shhh/Peaceful (di Giulio Pecci, che passa alla produzione, dopo aver movimentato il panorama musicale romano con una bella rassegna di concerti) e contiene nove canzoni, in forma di fosche rivendicazioni avvelenate di una cultura contadina, sulla soglia dell’abisso o della glorificazione. È una grande scommessa e un meraviglioso risultato.
Red Largo – Hotel Neuf
Una colonna sonora noir suonata come se Red Largo avesse appena finito una speedrun a Day of the Tentacle. Nel disco, pubblicato da Madame Vega’s Boudoir, riverberi di velluto e phaser ostinati gettano ogni suono in una distesa di perturbante nebbia magenta. Musica da camer(ett)a immaginifica e retrospettiva, che vuole tracciare i contorni di un luogo dai connotati liminali. Ogni traccia un ambiente o un movimento, una rincorsa a capofitto per corridoi bui o foreste di pini in cui i gufi non sono ciò che sembrano. Il pianoforte infestato di The baroness accompagna un melodrammatico duetto ectoplasmico di voce e lap steel. Poi sax sommessi e synth nostalgici e quanto di più decadente si possa immaginare. Sembra davvero di ascoltare uno strano featuring in musica tra il David Lynch più melò e il Wes Anderson più lisergico. The reception si insinua come un blues stremato e catatonico che cresce in una rincorsa lanciata verso il buio.
Zora Lucent – Vestige
È un mondo già distrutto, digerito e rivomitato dal cosmo, sotto forma di corpi sonori avvolti di latex lucente. Musica industriale imperturbabile nella sua profonda oscurità, che non toglie all’ascoltatore la profonda seduzione del suo essere assolutamente inorganica. Come Closer comincia come una nenia di streghe cyborg e si conclude in un delirio percussivo di pura ossessione macchinica. Molten Mirror distende un paesaggio di rovine sonore, per poi incominciare una ripetizione estenuante del suo psicodramma masturbatorio. In New Dawn un tappeto di pulsanti cori estatici nasconde striscianti e viscidi vocalizzi alieni, sommersi sotto la superficie.
BONUS TRACK (musica per scopare)
Tamburi Neri – Connessioni II
Il technone che risolleva il mondo dalla catastrofe. Quante volte ci siamo fermati tutti fatti a fissare un muro screpolato e pensarlo e correre a volerlo dire agli amici. Funziona a brevissima scadenza, questo satori notturno. Almeno a me. Ma i Tamburi Neri, in Connessioni II, pubblicato da Danza Tribale, ci credono fortissimo, fanno carte false per una cassa dritta che diventa attrattore eliocentrico di resurrezione animistica. Esplode il sé e fa tabula rasa. È la pura preghiera, che conosciamo fin troppo bene, ma è l’unica maniera funzionante per far risorgere ogni santa volta il dio della festa. Quando senti: “I nativi / conoscevano già tutto / per loro la natura era / la fonte di tutto / la rispettavano / perché da essa / traevano tutto ciò che gli serviva per vivere / niente di personale”. Un po’ sorridi beffardo, un po’ il tuo cuore si frantuma in pulviscolo di amore panteista e vuoi uscire a conoscere tutti gli sconosciuti che hai guardato negli occhi sulla metro e ignorato soltanto per rendere le cose più facili nella tua vita di merda.


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