Notturno elettronico (Terrarossa Edizioni, 2026) è il romanzo d’esordio di Hugo Bertello, un moderno manuale del vuoto. Un testo che si presenta come narrazione, ma agisce come dispositivo critico, un organismo che elabora il proprio pensiero mentre ne registra il progressivo collasso. Il lettore è perciò stimolato a intercettare i punti in cui idea e azione, rivoluzione e rinuncia, finiscono per coincidere nel medesimo, irriducibile vuoto. 

Ambientato in una Helsinki algida e rarefatta, Notturno elettronico segue le traiettorie incerte di Ricardo, matematico ripiegato sull’informatica più per necessità che per vocazione, sospeso tra il richiamo della teoria e l’impossibilità di tradurla in azione. Attorno a lui gravitano figure che ne orientano e al tempo stesso disgregano il pensiero —  l’intransigenza politica di Jussi, la lucidità disincantata di Hamid, l’ambiguità sentimentale di Yana — mentre sullo sfondo prende forma una rivoluzione digitale che ambisce a sovvertire il sistema dall’interno, finendo per replicarne le logiche. Tra relazioni mancate, tensioni ideologiche e derive speculative, il percorso di Ricardo si configura così come un attraversamento del vuoto contemporaneo, in cui ogni tentativo di adesione al reale si risolve in una nuova forma di distanza. 

Non a caso è lo stesso Ricardo, protagonista e coscienza narrante, a confessare sin dalle prime pagine la propria resa teorica: «Ho cercato di immaginare un gesto rivoluzionario che liberasse il progresso dagli sprechi che rischiano di farlo imputridire in un mare di vanità e consumo. Non ci sono riuscito. Ho invece preferito accettare che ogni conquista porta in seno problematiche e opportunità in egual misura. Che l’essenza più profonda della realtà non deve essere ricondotta forzatamente nella direzione rassicurante del bene, ma in quella inquietante della contraddizione.» In questa dichiarazione si condensa già l’intero impianto del romanzo.

Ricardo si è rifugiato a Helsinki, un ambiente per lui ostile ma che, almeno in apparenza, sembra compensare la scelta di un lavoro fluido e mal digerito, come quello del programmatore informatico, in una dissonanza evidente tra il panorama incontaminato della Finlandia e la frontiera digitale. Incomincia così questa storia di rivoluzionari, le cui origini, come sempre, sono da ricercare nelle torbide immobilità borghesi della società occidentale, quella stessa che Hamid descrive con lucidità quasi profetica: «Alla radice della nostra infelicità vi è una monocultura che si è presentata come una forza civilizzatrice che mirava a estirpare il caos e la fatica, ma che è finita per mappare, addomesticare, meccanicizzare ogni aspetto della nostra esistenza. La tensione tra la nostra natura di esseri sacri e la profanità della vita che conduciamo è ciò che chiamiamo alienazione.»

Fido e convinto sostenitore dell’idea rispetto all’azione, della perfezione platonica in luogo delle ombre delle idee che preludono alla conversione nell’agire, Ricardo ama la matematica, la teoria lo affascina più del concreto disvelarsi della realtà. Questa è la chiave su cui fa perno tutto Notturno elettronico: la discrasia ineliminabile tra idea e azione, tra le beltà dell’innocua, seppur nobile, immaginazione e l’idolo terreno, corrotto per sua stessa natura.

Mentre i suoi amici, Hamid e Jussi, assumono la funzione di totem morali, che lo plasmano nel fascino dell’arte e nella condivisione della conoscenza; è soprattutto Jussi a radicalizzarne il discorso politico, spingendolo verso una lettura più estrema del presente: «Concordavamo sull’evidenza che i nemici da sconfiggere non sono in realtà il capitalismo, il consumismo o il materialismo. Se vogliamo vincere la nostra battaglia, dobbiamo puntare il mirino su ciò che rende possibile il dilagare di tali forze: la tecnologia.» Eppure Ricardo li abbandona quasi subito, come d’uso, alla vista dell’amore.

Yana, incontrata per caso in una lavanderia, si rivelerà più interessata al suo lavoro sull’ipotesi di Reitman, che alle attenzioni amorose che lui le riserva. Ecco allora che Ricardo si configura come un rivoluzionario da trascinamento: i suoi tormenti morali sulla rivoluzione che si va preparando – una rivoluzione 3.0 consumata nell’altromondo – lo toccano solo nella misura in cui si intrecciano alla sua vicenda sentimentale.

La rivoluzione stessa, volta alla distruzione del sistema bancario digitale e al sovvertimento dei rapporti di ricchezza, si presenta come un’idea che ambisce a equalizzare il mondo reale attraverso la demolizione di quello fluido, digitale, incanalato nei servizi e nelle diffusioni eteree. L’altromondo, nuova apparenza che ha sostituito i vecchi dispositivi propagandistici, si configura come un organismo in mutazione continua, capace di soggiogare la massa e, ancor più, coloro che credono di averlo smascherato, finendo per diventarne complici, per adesione o omissione. È ancora Jussi, durante uno dei loro incontri notturni, a sintetizzare il clima decadente in cui tutto questo prende forma: «Ogni ballo avveniva sulle macerie di un Occidente moribondo che aveva trovato il benessere ma non la gioia di vivere. Il carpe noctem come sublimazione del carpe diem.»

Dicevamo una rivoluzione: un’idea che sembra accentrare in sé le piccole pretese del presente, dall’ambientalista al ricco rinnegato, fino all’uomo emancipato dalle costrizioni teologiche in nome di un benessere superiore. E infine Yana, essere romantico privato di una connessione autentica con la natura, travolto da una società che sotterra il passato e lo sostituisce con una spiritualità di superficie. È proprio lei, in uno dei rari momenti di apertura metafisica, a spostare il discorso su un piano ulteriore: «La morte è il problema più grande solo per chi non crede in nulla. Per chi crede in qualcosa, il dilemma vero è perché esista il male.» Nella fredda Helsinki si agita così una rivoluzione che vuole annientare il digitale dall’interno del digitale, mentre il sangue e la carne sembrano progressivamente aderire al destino dell’inconsistenza.

Sembra evidente nelle vite di ognuno dei personaggi principali quanto il vuoto ne influenzi la quotidianità, i pensieri, l’essenza stessa del loro riflesso allo specchio. Ce lo suggerisce il protagonista fin dall’inizio: la matematica gli appare perfetta nella sua teoria, mentre la pratica è corrotta, fallibile. È nell’azione che l’idea marcisce, che si fonde con lentezza inesorabile con la concreta instabilità del mondo.

L’unico modo, affinché un’idea rimanga immortale e incorruttibile, sembra allora quello di consacrarsi alla pura dimensione teoretica, di fluttuare senza mai prostrarsi alle capacità attuative, senza fondersi a un mondo che appare tarato soltanto sui bisogni immediati. Ma questa sospensione è già una forma di svuotamento: sottrae all’idea la possibilità di incarnarsi e, così facendo, ne rivela l’inconsistenza.

Così anche la rivoluzione che i protagonisti mettono in atto si configura come una grandiosità ideale, immediatamente smontata da un’idea ulteriore che ne prevede il fallimento. È già nella teoria che se ne intravede la fine, ed è proprio questa consapevolezza a impedirne ogni reale compimento.

La rivoluzione che attraversa Notturno elettronico non è mai realmente un evento, ma una promessa che si consuma nel suo stesso enunciarsi, una tensione che si autoalimenta senza mai trovare compimento, un moto circolare che si richiude su se stesso. Lo dimostrano anche le parole di un enigmatico manifesto circolante nell’altromondo, attribuito a una cellula anonima del movimento: «Non paragoniamo le nostre forze materiali con quelle del nemico. Lo spirito non può essere paragonato alla materia. Noi siamo liberi, lui è schiavo!» Una dichiarazione che rivela tutta l’ambiguità di una rivoluzione che si crede trascendente, pur restando intrappolata nelle stesse categorie che rifiuta.

L’idea di sovvertire il sistema bancario digitale, di equalizzare il mondo reale attraverso la distruzione delle sue proiezioni fluide, si rivela intrinsecamente contraddittoria: nasce dentro lo stesso spazio che vorrebbe annientare, ne utilizza i linguaggi, le infrastrutture, le logiche di diffusione. L’altromondo non è un mezzo, ma l’ambiente stesso in cui l’umano si espande, e con esso ogni forma di opposizione.

Non esiste un “fuori” in cui collocarsi. Ogni tentativo di sabotaggio finisce per rafforzare la struttura che intende colpire, per dimostrarne la pervasività. Come nelle rivoluzioni del passato, anche qui emerge l’impossibilità della trascendenza: il luogo-altro da cui opporsi si dissolve, perché il sistema coincide ormai con la totalità dell’esperienza.

Ricardo incarna questa dicotomia senza mai risolverla: partecipa senza credere, crede senza agire, agisce senza assumersi la responsabilità morale delle sue azioni. La sua rivoluzione resta sempre mediata, differita, subordinata a una tensione che non si traduce mai in gesto compiuto.

Se la rivoluzione rappresenta il motore apparente del romanzo, Yana ne costituisce il vero centro gravitazionale, almeno per Ricardo, che attraverso di lei misura il proprio grado di partecipazione al mondo.

Ma anche qui si ripete lo stesso scarto: l’amore non è mai pienamente vissuto, bensì proiettato, mediato, quasi studiato. Yana non è tanto oggetto di desiderio quanto di interpretazione. Il suo interesse per i suoi studi matematici, più che per la relazione sentimentale, svuota ulteriormente Ricardo, costringendolo a confrontarsi con la propria inconsistenza.

L’amore diventa così una forma ulteriore di sostituzione: prende il posto dell’azione politica, della realizzazione personale, di una presa concreta sul reale, per poi dissolversi nel momento stesso in cui dovrebbe incarnarsi. Un’altra idea che, nel farsi carne, perde la propria promessa.

Yana, a sua volta, incarna una tensione opposta ma complementare: il tentativo di recuperare una dimensione spirituale in un mondo che ha reciso ogni legame con la natura. Ma anche questa ricerca appare fragile, quasi estetica, incapace di sottrarsi davvero alla logica che la genera.

Helsinki diventa così il riflesso concreto dello stato interiore dei personaggi: un luogo freddo, apparentemente incontaminato, ma in realtà attraversato dalla stessa artificialità che struttura il mondo contemporaneo.

È uno spazio in cui tutto sembra sospeso, come i pensieri di Ricardo, come la rivoluzione, come i rapporti umani che si consumano senza mai radicarsi. In assenza di calore non vi è attrito, e senza attrito non vi è trasformazione: tutto resta esposto a mutazioni superficiali, mai a una reale conversione nella materia del vivere.

La città si configura allora come una geografia dell’astrazione, in cui il paesaggio riflette l’impossibilità di incarnare le idee. Il freddo non purifica, ma conserva: trattiene il vuoto e lo rende forma stabile, quasi naturale.

Se la prima parte del romanzo introduce il vuoto come percezione individuale, nel suo sviluppo si rivela come condizione sistemica. Non è qualcosa che i personaggi subiscono, ma il terreno stesso su cui si muovono.

Il vuoto attraversa ogni livello: il lavoro, l’amore, la politica, la conoscenza. Nessun ambito riesce a sottrarsi a questa erosione silenziosa. Anche i tentativi di riempirlo – la teoria, la rivoluzione, la spiritualità – finiscono per amplificarlo, per renderlo più evidente.

Emblematica, in questo senso, è la voce corale che emerge nelle pagine finali, quasi un appello rivolto direttamente al lettore: «Voi che leggete non abbiate timore, guardate insieme a noi nel fondo del cratere: abbiamo firmato un patto sociale che prevede di barattare la libertà di decidere del nostro tempo con una promessa di consumo.» È la definitiva presa d’atto di una condizione condivisa, che non lascia spazio a illusioni salvifiche.

Sono i nuovi idoli religiosi del nostro tempo, quelli brutali e secolarizzati, svuotati di ogni morale, perché si impongono essi stessi come chirurgici viatici di una vita piena, post umana, post rivoluzionaria.

Il vuoto diventa allora ricettacolo di sogni spauriti e azioni dimenticate, il riflesso di una società che collassa i suoi principi e si dissolve in un incesto cibernetico, un cortocircuito neuronale che forse dilapiderà la nostra essenza o forse semplicemente ne amplierà gli orizzonti, creando nuovi embrioni di coscienza dissociati da una realtà da cui potranno fuggire sempre più, fino ai confini dell’etica conosciuta. In questo senso, Notturno elettronico si configura come un manuale del vuoto: non offre vie di fuga, non propone soluzioni, ma descrive con lucidità e schiettezza le forme che il nulla assume nella contemporaneità, lasciando che sia il lettore a confrontarsi con la loro ineludibile presenza, e valutare se assumano i contorni di uno specchio, oppure di un’alterità inimmaginabile.

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