Una domanda mi ha sempre assillato nel ripensare alla mia gioventù: cosa ne fosse rimasto, crescendo, della nostra rivoluzione. Non intendo la rivoluzione privata e adolescenziale, che ogni anima in formazione attiva per accaparrarsi una sua nicchia di mondo; intendo piuttosto la rivoluzione comune e politica, certa e futura, che innervava i nostri studi, le nostre prassi e – soprattutto – i nostri modi di vivere. Dai blog letterari alle sale prove, dai centri sociali alle prime giustificazioni auto-firmate “per manifestazione”, dal boicottaggio dei luoghi di intrattenimento commerciale alla lettura incessante come perenne critica del reale neoliberale.Noi non abbiamo mai abitato il mondo come loro: non avevamo genitori che ci “piazzavano” alla pronta occasione, automobili allo scoccare dei diciotto, carte Amazon budget plus e piattaforme di intrattenimento illimitato. Avevamo, al contrario, lavoretti part-time, famiglie presenti e contraddittorie, case colme di libri e di oggetti bizzarri, cellulari di scarso valore, vestiti di terza mano e una marea di idee.  

Ma cos’era rimasto, nel futuro, di quella rivoluzione? La mia aveva preso ben poca forma: troppi percorsi intrapresi, troppi orizzonti mutati, troppi compagni vissuti, troppe amicizie cambiate. Troppe situazioni si erano susseguite per essere testimoni di una stessa forma-di-vita che – pur adattandosi – non aveva cambiato clinamen, la sua inclinazione. D’altronde, mes amis, di tarnachiana memoria, rimanevano i referenti solitari del mio progetto di dottorato. Chissà, forse alcuni di noi avevano colto di essere mandatari e dedicatari insieme di una insolvibile pretesa messianica; forse, la storia era stata diversa per alcuni di noi, che avevano fatto bene le cose: percorsi più lineari, esposti ai lenti supplizi dei vari TFR della scuola italiana o alle mortificanti esaminazioni per la magistratura o all’ombra dei “professionisti” di turno che – prima o poi – avrebbero lasciato in consegna studio e debiti, fatti di matrimoni giusti e relazioni durature, case adeguate e animali da compagnia ereditati e vecchi, quasi a radicare quella precarietà che ci ha liberato, generazionalmente, anche dall’incombenza del desiderio.  

Poi, senza soluzione al mio a-venire già passato, mi capita un libro tra le mani. Un editore selezionato delle Marche, Montag, una copertina evasiva, un esergo poco rivelatore: Futuri di Luca Magnano. Leggendo distrattamente, penso a un’altra declinazione delle rovine che abitiamo, in un post-apocalittico a cui, per il momento, non voglio tematicamente cedere. In un momento di ozio, lo riapro e, al posto di divorarlo, lo centellino, come volevamo facessero le mamme nel raccontarci quelle storie che, per non lasciarci alla solitudine della notte, avremmo voluto non finissero mai.  
C’è un timore comprensibile che accompagna la lettura di una prima opera pubblicata: il lirismo, a mo’ di vezzo d’espressione inesperta che, spesso, copre o devia anche le buone intuizioni letterarie. Futuri non solo sventa il rischio, ma catapulta in un mondo immaginifico che, al contrario, chiede conto al reale della sua tardiva pubblicazione. Nel susseguirsi dei racconti, vari per sceneggiatura e incastro narrativo, sembra infatti che Magnano abbia setacciato la letteratura italiana e straniera e, isolato le penne più nitide, le abbia condensate in una scrittura chirurgica, incessante, che corre cento all’ora. La raccolta riporta una serie di incubi – nostri o dell’autore, fa poca differenza. Le coordinate sono quotidiane, eppure assenti o inutilizzabili – una collina, una scuola, un corridoio, un suv – luoghi usuali per uno spaesamento materico. I personaggi, senza volto, hanno nomi e soprannomi, come accade con le poche figure psichiche, assillanti e oscure, che emergono dall’inconscio. Digressioni o descrizioni, quasi assenti. Le storie, dai dettagli essenziali e dagli intrecci conclusi, richiamano i gesti perfetti della pasticceria e, come a contrastare la compiuta soddisfazione che si ha nel gustarla, delineano man mano ambienti sempre più foschi, opprimenti, asfittici.  
In un caso, un uomo cerca di sopravvivere a una catastrofe, nascondendosi tra i rifiuti e la notte, nel tentativo di coltivare dei tuberi che, soli, gli garantiranno una sopravvivenza tra gli estinti; in un altro, un vecchio decide di andare incontro alla sua fine, rimanendo custode di un mondo antico – fatto di automobili e autogrill per umani – che sopravvive solo nella sua memoria; in un altro ancora, un dipendente paga la sua sopravvivenza grazie alle interruzioni pubblicitarie che ingurgitano il suo tempo, tramutandolo in una non-vita salariata. 

Si tratta, in ogni caso, di situazioni kafkiane, non perché ne ripetano il grottesco, ma poiché fenomenizzano una necessità di espiazione, senza colpa e senza consapevolezza della stessa e dei suoi confini, in cui l’unico elemento certo è l’imputabilità e la condanna, che cadrà come un erpice – continuativamente e senza tregua – sulla pelle del condannato. A condannare, in veste giudiziaria, poliziesca o disciplinare, automatizzata o violenza, anonima o pomposa, è, invece, sempre il padrone. Con il suo corollario di caratteri miscellanei Magnano ne dà una perfetta rappresentazione metafisica: unico perno non-simbolico in un orizzonte onirico, il potere è figura reale e concreta in un mondo di spettri anonimi che consegnano la loro sopravvivenza alla latitanza, come se l’unico modo per vivere il proprio modo fosse celarlo. I personaggi che Magnano anima, lontani dalla dignità oscura del sottosuolo, per converso, sembrano sobbalzare da esso a diversa intensità per rimanere rasenti, tuttavia, al primo strato di terreno – la lettiera – tra erbe spontanee, muschi e felci. 

A ben vedere, il tema del nascondimento innerva di vivacità un conflitto che, già dall’inizio, si configura come perduto, tra natura e metropoli, tra periferia e città, tra antico e moderno, tra dialetto e lingua, tra piante e macchine, tra robotica e umanità: dove ci sono alberi di plastica, gli uomini non necessitano di circolare negli spazi; dove la procedura ha annullato lo spirito critico, il saper leggere è un vizio inutile; dove regnano le belve, gli affetti o i ricordi di essi abitano unicamente lo spazio del gesto mancato (“le chiesi di nostra figlia, se era andata volentieri al nido, se aveva chiedo di me”); dove il salario e la logica della sua esclusione si è fatta norma, non esistono che relazioni univoche o non-relazioni.

Il quadro generale riporta a un mondo non umano, ma non perduto e nemmeno in estinzione, in cui le nevrosi e le idiosincrasie del contemporaneo hanno assunto la forma di razionalità dominante: nei “futuri” che Magnano delinea c’è l’esclusione sociale di chi non può permettersi di attivare il verde del semaforo con la carta di credito o di accedere al registro di iscrizione nazionale, la prevaricazione delle gerarchie aziendali che si tramutano in pantomime sovrane, il terrore dell’uomo qualunque, “sacer”, ossia ridotto alla condizione dell’homo sacer agambeniano: una vita uccidibile ma non sacrificabile, esclusa dall’ordine politico pur rimanendovi esposta, e sottoposto alla violenza normale delle stragi  “di tutti i giorni”, la violenza asettica e medica su corpi che, inservibili per il lavoro, non hanno più niente da dare (“Era incinta, ma non le avevano ancora dato il congedo di maternità” e ancora “Al lavoro per prima cosa gli sospesero lo stipendio per assenza ingiustificata, poi lo licenziarono, poi l’algoritmo della gestione del personale elaborarono il dato della sua scomparsa”).  

Ma, traendo i fili delle abitudini che innervano i nostri sistemi produttivi, cos’era rimasto, infine, della nostra rivoluzione? Il futuro che la raccolta delinea sembra più prossimo che utopico, ma non chiede a noi nessuna scelta – né etica, né coscienziosa; piuttosto forza lo sguardo alle progettualità che ci sforziamo tenacemente di mantenere in piedi. Anche perché, si sa, nella nostra società ri-pensare è sempre indice di un previo fallimento operativo. 

In gioco, nelle mie riflessioni politiche sull’avvenire, non era una lotta alla tecnologia per chi non era risultato abbastanza smart da sapervisi adattare: d’altronde, nessun personaggio della raccolta può essere imputato di inefficienza o inadattabilità. Come aveva allontanato da sé la fatica fisica, attraverso le macchine, è chiaro che – prima o poi – l’uomo avrebbe voluto liberarsi dall’incombenza mentale del produrre pensiero. E come dargli torto, nella misura in cui lo stesso capitale intellettuale è stato messo a profitto, frustrato in una “creativity” che è un prodotto on demand, inesauribile, sempre consultabile e, tuttavia, dotato della più effimera irrilevanza. Il nervo scoperto del demandare a sistemi automatizzati, procedurali, previsionali e securitari è forse più la scomparsa del momento riflessivo che solo il pensiero collettivo (e politico) garantisce sulla direzione intrapresa: in questo senso, una serie di racconti hanno avuto da dirmi non tanto o non solo sul vuoto di senso che anima la macchina sovrana, quanto sull’alienazione compiacente che tributiamo all’impianto organizzativo per garantire la sua sopravvivenza. Come diceva Foucault, d’altronde, il potere è vivo e si perpetra solo grazie alle umane passionalità e turbolenze. In questo senso, una proiezione esasperata del futuro può alimentare le nostre perplessità, fino a farle esplodere in un conflitto reale. 

Io non conosco Magnano. Non so se, da ragazzo, sarebbe stato tra noi amici o avrebbe condiviso i nostri afflati rivoluzionari.  
Attraverso le sue parole, sono però certa di una cosa: il láthe biósas, il “vivi nascosto” che Epicuro suggeriva per sfuggire agli intrighi della politica, e che l’autore fa impersonare ai suoi umani resistenti, in un mondo di ipervigilanza, è quanto di più lontano da un’obbedienza all’ordine vigente. Pare piuttosto un monito a loro, affinché, ogni giorno, ricordino che la rivoluzione, noi, non la dimentichiamo. 

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