Cocleorama è la rubrica mensile in cui vi raccontiamo dei nostri ascolti preferiti. Una rassegna rapsodica di dischi che potete leggere, ascoltare ed eventualmente amare.

Sophia Djebel Rose –  Sécheresse

Una voce roca che si fa spazio nel vuoto, spezza tra le distorsioni il fitto riverbero che l’accompagna. Tutto è ricondotto al minimo rumore primordiale. Tra concettualità e recital si staglia l’universo elettroacustico di Sécheresse, l’ultimo album di Sophia Djebel Rose, pubblicato da WV Sorcerer Productions, Oracle Records e Ramble Records. Composizioni che riattualizzano la tradizione nevrotica della chanson francese, che dalle occhiaie di Serge Gainsbourg arriva al rock ossessivo e sfibrato dei Noir Désir. Gli arpeggi ostinati di Les Amandiers sono sommersi dall’archetto che percuote la chitarra elettrica, mentre la voce tremolante declama le sue strofe oblique. Il resto è brace e velluto che si alternano nelle tracce, come due poli gravitazionali in costante contrattazione. Prole di preghiera e rabbia inestricabilmente fusa.

Nanà Rizinni – Epiblast

Fuck! Quella di Epiblast (Bridge The Gap), il nuovo disco di Nanà Rizinni è una delle aperture più epiche che mi sia capitato di ascoltare di recente. La sua cazzimma seduttiva non collide con il suo virtuosismo spinto, ma vi si amalgama come la marmellata di pomodori verdi sullo speck. Tiene incollati e respinge in un vortice psichedelico di colori, suoni e armonie cromatiche. Prima che i sintetizzatori ossessivi spalanchino gli orizzonti di un tramonto arancione eterno, dove macchine futuribili levitano velocissime a pochi centimetri dal suolo sabbioso. Rallenta. E ci sprofonda in un fondale chiacchieroso alla Pomi D’Ottoni (Disney 1971), in cui pesci meravigliosi si mettono in mostra, tra anemoni che tremolano iridescenti.
Tutto si scioglie in scogliera di fiati,
mentre le bolle di pianoforte gareggiano
raggiungendo la superficie di un pianeta
ormai completamente alieno.
Riemergi. Travestito da spadaccino berbero
in un’isola esotica ermafrodita straniante.
È la danza dell’amore astrale.
È il ritmo che ci muove.
Sciogli le rigidità articolari prima
di diventare ampio come il deserto,
mentre ogni granello di sabbia reclama
l’origine dei tuoi pensieri.
Sei pioggia foresta vento, dunque la grande assenza.
Incastro di pietre precario
(l’uromastice che ci striscia attraverso).
E la tua mente è in frantumi
i raggi del sole ne setacciano i rottami
dividendoli in mucchietti tematici.
Poi ti scolpiscono e ti intagliano
fino a farti scultura astratta, menhir.
Puoi assistere (finalmente oggetto inanimato)
al bacio infuocato che sorge da oriente.
Ma la vita ti richiama come un fischietto per cani,
così ritorna il desiderio, come un ricordo
o la nostalgia che impasta i denti
ti dice: torna alla fonte. C’è qui un passaggio
segreto che attraversa il pozzo
scavato e riporta all’Oceano.
Ti direi che puoi scegliere di percorrerlo
(ma non è vero) lo stai già facendo
a capofitto
fino a schizzare fuori dal geiser dell’universo.
Sei l’esplosione, l’espulso da sé stesso
un galleggiante in attesa nello spazio
del pesce interstellare.
Galleggi la tua stessa morte
poi ritorni dentro, dentro di te intendo.
Nel guscio vuoto
del corpo esterrefatto.
Seppellisciti bene
per non sentire freddo.
Ovunque ti sei disperso,
stacca tutte le figurine dall’album.

Henriette Eilertsen Trio – Moder

In bilico tra Dave Brubeck e i Grateful Dead si consuma il raffinato incantesimo acido di Henriette Eilertsen. Il suo nuovo album Moder, uscito per Motvind Records è uno spericolato viaggio in bilico tra virtuosismo jazz, psichedelia ossessiva e impennate dinamiche da post-rock. Perfetto disco di depistaggio, da mettere su insospettabilmente a una cena raffinata, anticipando il servizio del brandy prima degli antipasti e accogliendo generosamente le conseguenze catastrofiche che potranno generarsi.

TOUT BLEU – You Are Tree

Con You Are Tree i TOUT BLEU sembrano aver aperto un portale verso un mondo alieno, e qui condurre un’attenta esplorazione. Il disco è prodotto da sette etichette diverse (le trovate sul loro Bandcamp, non me le fate elencare tutte) e il quartetto svizzero ha invitato per l’occasione una dozzina di ospiti (anche loro su Bandcamp, che per altro ha una combinazione cromatica dei caratteri non facilissima) a partecipare alle registrazioni, una frotta di musicisti che ha immolato i propri strumenti sull’altare di una psichedelia cosmica e inafferrabile. Le dieci brevi composizioni del disco si succedono come altrettante divagazioni intergalattiche, schizzi di paesaggi sonori spostati, tra folk esoterico e pulsazioni ritmiche elettroacustiche. Fanno pensare alle fantasmagorie acide, tinte di orrore cosmico, dei lavori cinematografici di Flying Lotus (Ash 2025) o anche al trip-hop demoniaco dei Rún, anche se appena più imbrigliato. Un meraviglioso invito a perdersi in questo labirinto sonoro iridescente.

Aho Ssan – The Sun Turned Black

The Sun Turned Black è l’ultimo lavoro di Aho Ssan (Niamké Désiré) prodotto da Subtext Recordings. Un album di malinconica astrazione ambient turbato da esplosioni cinematiche. Spazi sonori ampi che vengono attraversati da correnti elettriche, epiche fughe interrotte dal diradarsi improvviso dei bassi. Un lento sprofondamento nel caos sonoro che ricorda le architetture post-umane dei manga di Tsutomu Nihei. Se tutta la biosfera corre il pericolo di essere trasformata in una superstruttura macchinica, rifugiarci nell’intimità non ci salverà, perché guardandoci dentro corriamo già il rischio di scovarci mutati in cyborg.

BONUS TRACK (musica per scopare)

Joshua Idehen – I know you’re hurting, everyone is hurting, everyone is trying, you have got to try

È arrivato il momento di raccontarvi una storia: eravamo tutti dentro questa specie di utero di pietra e divanetti usurati che si chiama Trenta Formiche. Era un caldo infernale ma è normale lì dentro, è la naturale selezione naturale delle cose piccole e bellissime, con lo spazio disponibile appena per due o tre ventilatori. Stavamo aspettando, in un chiacchiericcio concitato e religiosissimo, l’avvento di qualcuno sul palco che altrimenti era vuoto, tolto un microfono e una consolle. Quando lo vediamo salire, sale dal lato come uno che si è perso e ha preso la scaletta sbagliata, ma quando si mette al centro e si guarda intorno e impugna il microfono pare che lo spirito di James Browne gli abbia appena sussurrato la sua rivelazione in un orecchio, subisce una metamorfosi così appariscente da scatenare il panico nella platea. Quando il primo basso attacca a pulsare vediamo esplicitamente la sua spina dorsale trasformarsi in un meccanismo meraviglioso, che nessun supersolido potrà mai eguagliare nel suo farsi ripetitore di lampi ritmici riversati su di noi come scariche termoioniche dai ventagli cromati che ha precedentemente sfoderato dalle tasche. Non c’è una strobo – da che mi ricordi – ma la sensazione è la stessa, ci stiamo tutti muovendo a un ritmo che non è il nostro e viene dallo spazio percosso dalle parole incollate al suono come la lingua d’estate rimane incollata al ghiacciolo al lampone. È dolcissima questa sensazione di andare fuori controllo a se stessi e affidarsi soltanto alla sua voce, come a una radio di salvezza, una speranza perpetuamente verbalizzata. C’è una generalizzata urgenza di fare sesso e poi – subito dopo – la rivoluzione.

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