A D’arcy Wretzky

“In you I see dirty In you I count stars”

Aprile, dopo la pioggia.

L’upupa pattugliava il pomeriggio. L’upupa le ali un pianoforte troppo lucido per essere suonato le piume del collo cannella in polvere: il filo del bucato. Le mollette di legno oscillavano per il vento che percuoteva i gigli. I lombrichi strisciavano i loro slalom di sopravvivenza nel prato. Steli d’erba: fanno l’inchino all’acqua piovana. Il becco dell’uccello martellava la terra ricca di nutrimento. Dal pino cadde la processionaria. Il filo del bucato. Dal tronco del susino a quello del pesco; due nodi ben fatti e ben stretti che non cedevano mai sotto il peso dei panni appena lavati. Era piovuto e di conseguenza il filo del bucato niente lingerie né uniforms. La luce di ferro delle ore sugli alberi grondanti. I tarassachi detonati dal mal tempo. La cresta dell’upupa si aprì a ventaglio. La monotonia ossessiva del canto.

«Un bicchiere di vino?»

Giacomo credette di aver sentito la voce ancor prima del battibeccare dei tacchi. La reputò una scemenza quella di starsene lì, paralizzato davanti alla porta-finestra, a stabilire la successione corretta di questi dettagli insignificanti.

«C’è già aperto?»

Giacomo appoggiò le mani sul vetro. A contatto con la perturbazione, le linee della vita raggelarono. I palmi anestetizzati dal freddo. Era una domanda inutile la sua. Così fedele alle circostanze, lui. Mai un passo avanti, né uno indietro. Stasi e meditazione.

«È quello di ieri».

Quante volte aveva cercato di trovare un termine di paragone valido per quella voce. La similitudine che soddisfacesse il suo desiderio maniacale d’ordine – un ponte linguistico da percorrere per raggiungere la sorgente sonora di quella risata. Un lampo. Giacomo provò a quantificare le diramazioni del fulmine. La profondità del tuono. La durata del boato.

«È ancora in frigo?» le chiese Giacomo, senza scomporsi.

«Ho voglia di bere. Si, c’è ancora il prosecco» rispose lei della zumba lei nelle ads lei dei dildo in maschera.

Giacomo ebbe un fremito alla scapola sinistra: negli ultimi mesi ogni esternazione idolatrica era stata annichilita dalla sua stessa dedizione al calcolo.

Il clitoride della mia infludancer ha il colore del rosé il rosa dei vermi è la piuma di un fenicottero…

«C’è anche da mangiare?»

«Dacci un’occhiata. Nel forum stanno dicendo che gli occhi di Giacomo compensano bene…»

Anche se di spalle, Giacomo era già nell’istante successivo all’attimo del pensare: si sfila le scarpe: i talloni incontrano il pavimento: si mette sempre di schiena per erigere il muro: il sollievo avulso delle comodità: l’allarme del frigo rimasto aperto, anzi no, spalancato: il tappo esplode: la schiuma le solletica il collo del piede: altare su cui sacrificare la banalità delle pulsioni: carne verso cui tendere e sfiorire.

«Non preoccuparti, ci penso io».

Giacomo indietreggiò senza distogliere lo sguardo dall’upupa. La seguì fino a quando non volò via con la preda stretta nel becco e poi ingoiata in volo. Dopodiché si voltò e prese uno scottex e asciugò il piede di Carla. Lei in piedi e lui inginocchiato davanti al frigo; beep quei beep quei beep notifiche push per lei.

«Chiudi tu?»

«Va bene, Giacomo, va bene. Sono asciutti».

«Chiudilo e basta».

«Ci farebbe bene dormire fuori questo weekend».

Giacomo appallottolò lo scottex e mise le mani una sopra l’altra affinché non si versassero altre gocce sul pavimento appena pulito. Poi lo buttò nel cestino della carta, sotto il lavandino.

«Dove andiamo?»

«Al mare. Le spiagge sono piene di tronchi. Per lo sfondo».

«Potrebbe essere pericoloso».

«Faremo attenzione».

«Per le mareggiate. Lo sai che il clima è imprevedibile».

«Dovresti mollarli quei gruppi. Ti fanno male».

«Se molli l’account».

«Quale account, Giacomo?»

«Lo sai».

«È grazie a me che arriviamo a fine mese. Non dico sani, ma salvi sì».

Giacomo si mosse in direzione del frigo. Non sarebbe stata solo una gita al mare, ma l’occasione per scattare nuove foto: inquadrature fisheye da mostrare a scopo di fidelizzazione: ritratti in bianco e nero: nature morte a colori: in posa fra i detriti portati a riva dalle onde: il seno naturale e alghe sui capezzoli: gli abbonati basic sono meduse i pro barracuda: granelli di sabbia sul trucco glamour: quella risata senza eguali in natura: la risacca afferra le nostre caviglie.

Tagliole di sale.

«Chiuso, visto?»

«Carla».

«Giacomo».

«Scendo a prendere da mangiare».

«Due supplì cacio e pepe in friggitoria».

Giacomo fissava il profilo venereo di Carla, impegnata a controllare sullo smartwatch i passi fatti. La circonferenza dei polsi: cerchi fiammeggianti in un circo: chlamydia trachomatis: scopami nel pus.

Il contatto visivo perso. Punto focale.

«Non farlo mentre non ci sono».

«Lo sai che mi riesce meglio quando sei via».

«D’accordo, come vuoi. Solo i supplì?»

«E un cannolo alla nocciola alla pasticceria del corso».

«Va bene», Giacomo le accarezzò il fondoschiena «Posso chiederti una cosa?»

«Dica».

Giacomo osservò Carla mentre si rassettava i capelli: corvi e cigni fanno il nido tra le sue gambe dalle cosce strabilianti…gambe…aprile e chiudile a tuo piacimento come io il diaframma.            

«Ti piace sempre come la prima volta?»

«Da morire. Ti giuro. Ora muoviti, che ho fame».

Giacomo tornò al punto di osservazione precedente. Dopo aver staccato le mani dal vetro, attese che le impronte diventassero ombre impresse nella sera. Il filo del bucato. Diede un bacio a Carla – labbra frizzanti di rosé, piccole e grandi bugie e uscì. Un bagliore viola jacaranda riempì la cucina fondendosi al nero laccato dei tacchi a spillo: prima di andarsene, Giacomo li aveva allineati e messi sotto la sedia su cui ora AvAx$x$_adore era seduta. Le gambe accavallate e la bottiglia in grembo; Carla fremeva.

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