Cocleorama è la rubrica mensile in cui vi raccontiamo dei nostri ascolti preferiti. Una rassegna rapsodica di dischi che potete leggere, ascoltare ed eventualmente amare. 

Hannah Peel – The Endless Dance

Battere qualcosa su qualcos’altro è un gesto magico. Nessun corpo può occupare due posti contemporaneamente, nessun corpo può occupare lo stesso posto di un altro. Quel contatto sonoro è quindi un bacio e una benedizione. Se la magia viene ripetuta più volte, accade l’imprevedibile, l’iper-magia: si manifesta nella nostra mente il ritmo. L’idea che ciò che è successo debba ripetersi – più o meno – uguale e che il futuro – ristretto all’ambito di quel contatto – sia prevedibile. Solo da quest’illusione può nascere la musica. Che è sorpresa gioiosa. Lo scarto inaspettato che rilancia la nostra esistenza in un mondo di molteplicità desideranti e uniche. The Endless Dance, il nuovo disco di Hannah Peel, pubblicato da Real World Records, si avvale di tante collaborazioni sorprendenti: Beibei Wang (percussioni), Mike Lindsay (tastiere), Tim Allen (programmazione), Hyelim Kim (Daegeum). Non c’è molto altro da dire, se non citare qualcuno dei nomi meravigliosi delle tracce del disco: “Awaken the insects”, “Tiger sex”, “Mantis vs horse”, “Offerings to the beast”.

Takkak Takkak – Abu

Anche le rane gracchiano senza sosta nelle risaie di Giava. Tutto è un rumore. Il silenzio è un concetto presupposto dall’uomo a causa delle sue limitazioni sensoriali. Cavillosamente: il silenzio non esiste. È un problema dei movimenti di compressione e distensione della materia. Dove c’è materia c’è suono, mentre noi abbiamo antropocentricamente spostato il problema sul ricevente cocleare nel nostro orecchio. La solita prospettiva astringente. Non lo capisce Achille-Claude Debussy seduto nel grande padiglione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1889, ascoltando l’orchestra gamelan che suona incessantemente da ore. Continua a considerare il silenzio in maniera simile al riposo, una forma di stasi e non un limite del sensibile. Ma d’altronde Parigi è ridotta a una macchina mostruosa e il suo ruggito meccanico fa disperare chi la abita. Nel gamelan indonesiano la musica ha funzione prettamente rituale, è un intervento coatto sulla struttura lineare del tempo. Ha la funzione di torcerlo fino a ripiegarlo su se stesso e costringerlo a una ciclicità potenzialmente eterna. Ha anche la funzione di occupare spazio acustico, in un ecosistema sonoro in cui l’uomo ne trova ben poco e per esistere sente l’esigenza di manifestarsi acusticamente, come le rane fanno nelle sue risaie. I Takkak Takkak sono un progetto di Johanes “Mo’ong” Santoso Pribadi, compositore e costruttore di strumenti musicali indonesiano, e Shigeru Ishihara, produttore giapponese. Il primo vive a Vilnius, il secondo a Berlino, hanno lavorato ad Abu, uscito per Nyege Nyege Tapes, tra Yogyakarta a Giava, Švenčionėliai in Lituania e infine a Berlino. E come i metallofoni delle orchestre gamelan sono accordati solo tra loro e incompatibili con incursioni di strumenti esterni, così il disco sembra aprirsi e concludersi in un universo sonoro autonomo. Nel gamelan l’orchestra è lo strumento di per sé e anche Abu sembra lavorare come uno strumento più che come un disco composto, nel suo squadernare spire di suono tra percussioni ossessive, voci mostruose e paesaggi a bassa risoluzione di bit rate. Un rituale atto a evocare una singolarità che pieghi lo spazio e il tempo per farlo convergere su un pozzo di suono scurissimo. È un salto in una notte assoluta e densa, nella sua superficie riflettente che sprofonda indefinitamente sotto i nostri passi.

The Dengie Hundred with Gemma BlackshawDays in Pieces

A volte nel dormiveglia si ascoltano delle strane voci che sembrano provenire da un angolo specifico della stanza. Nella mia: tra l’armadio e la porta. Sono voci che sussurrano parole incomprensibili, ma in quel flusso indistinto si possono riconoscere brevi incastri di senso: stanno parlando di noi come fossimo un altro. Poi ho pensato alle canzoni pop, in cui i produttori hanno l’abitudine di rimuovere ogni respiro che prende il cantante tra una frase e l’altra. Sembra una buona idea per la pulizia radiofonica, lo ammetto. Ma provate a fare un esercizio: concentratevi soltanto sul vuoto tra le frasi, lì dove si accumula la fame d’aria, il rumore soppresso del respiro. È lo stesso che accompagna la nostra vita, ogni conversazione. La sentite quell’assenza soffocante? Lo sprofondamento nell’inumano che è solo veicolazione di un segnale disinfettato dal rumore. Bassi dub che rimbalzano nello spettro acustico accompagnano le letargiche giaculatorie di Gemma Blackshaw nel suo nuovo lavoro in coppia con The Dengie Hundred, Days in Pieces, uscito per Tain Records. Frattaglie di giorni macellati e disarticolati dalla notte in ritmi scomposti e sottocutanei. Bassi che dipingono cieli al contrario sprofondati nelle prigioni ferrose dell’esistenza. Musica composta sotto la veglia spudorata degli Arconti che ci guardano dalle altre sfere e sussurrano soddisfatti le conseguenze della nostra pena. Un accumulo di sei litanie che desiderano essere divorate dal buio, lo guardano con puro desiderio carnale, aspettando una sua mossa, un cenno.

BIG|BRAVE – in grief and in Hope

(Verdure, fa un po’ ridere il nome di questa canzone)

Nessuno può sentirti naufragare nello spazio. Puoi solo guardarti dentro. Ci sono i Bardo Pond che suonano a Bologna e ti guardano oltre l’orizzonte dell’evento. Il cosmo porta il suo dono di quiete e incenso. Celebra, dice. Qui sul divano dell’Oltremondo. È il momento perfetto. Quando le chitarre diffrangono, il suono crea delle creste ruvide che si espandono come creme dolci di feedback. Qui, puoi rimanere senza respirare abbastanza a lungo. Sei perfettamente calmo. Accantonato il tempo, resta la sua coda di riverbero. Ritorni contemporaneamente indietro e dentro. Sogni di sgomento, riscritture di sogni di sogni di sogni di W. S. Burroughs. Sei perfettamente calmo, così qui, così nel sogno. Ricorderai tutto. I cancelli possono essere rotti. I cancelli sono sempre un passaggio, avanti><indietro. Riporta a casa l’eterno sgomento. Nell’album dei BIG|BRAVE, in grief or in hope, pubblicato da Thrill Jockey Records, c’è questo. Quell’Unico Stato Temporaneamente Ondoso. Un credo in crescendo, uno svenimento. Ricordi del Bardo. Il futuro è successo. Credimi se ti dico che hai abbastanza sgargiante dolore da rischiarare ancora la notte. Ascoltarne frastagliarsi i bordi a nord e restare ancora. Ancora. Ancora. All’addiaccio io e te in una notte di agosto incapaci di camminare. Capaci soltanto di pronunciare la parola rivoluzione eppure incapaci di coglierne l’infinita rifrazione del senso. Mi dici: “per me è l’unico scopo nella vita” e io non posso che pensare che c’è un profondo fraintendimento. Non puoi più esistere se rivolto. Non c’è nessuno (non ci sarà) ad assistere, ad applaudire all’evento. Tanto vale bere l’ultimo e restare sospesi qui in eterno. Come un cane morto che pronuncia la verità sul mondo senza nessuno ad ascoltarlo. Doppia negazione. Esterno.

Émile Zener – Sumatra Method

La prima peculiarità di un meccanismo pervasivo di controllo delle menti dovrebbe essere la sua inconsistenza. L’unica arma del delitto veramente efficace è il cadavere stesso della vittima. La sua apparizione è il presupposto del delitto, che così appare concludersi in se stesso senza la necessità di ipotizzare interventi esterni. Forse soprattutto per questo motivo Burroughs indicava la parola come meccanismo virale di controllo. Sarebbe simile all’iniezione di un sovradosaggio di insulina nel sangue, l’ormone peptidico si disgrega in pochi minuti e il glucosio ematico risultante continua a essere assorbito dalle cellule anche dopo il decesso. Nulla di strano da dichiarare. Rimane soltanto un cadavere abitato dalla morte, il resto è inconsistenza. Siamo abitati dalle parole e queste potrebbero essere il veicolo principale del controllo. Estendendo: siamo abitati dai significati e questi potrebbero essere il veicolo del controllo. Il vettore è già presente, è la sovraesposizione informativa delle tecnologie digitali. Basterebbe inserire una specifica catena di significati che porterebbe reazioni comportamentali prevedibili. Siamo abitati soprattutto dai comportamenti. Influenzando i significati si potrebbe falsare il rapporto causa-effetto che domina i comportamenti e gettare nel caos il sistema limbico dell’umanità. Un caos generalizzato che potrebbe essere letto come una nuova forma emergente di ordine sociale. Forse era quello l’obiettivo degli yankee in Vietnam con il BZ, ma le scorte erano scarse e i venti lo spargevano ovunque. Forse se i russi non avessero fatto un casino per sparigliare i ceceni al teatro Dubrovka, da lì sarebbe potuta sorgere una nuova microcomunità basata sul caos e sulla follia, pronta a conquistare il mondo. Ma oggi, con la chimica soppiantata dall’informazione, le porte sono state tutte forzate e aperte. Il condotto di aspirazione che ventila le sinapsi del mondo è infinitamente accessibile. Basterebbe inserire lì un nuovo significato, un semplice innesco.

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