Le mie mutande sono macchiate di sangue e so che dentro ci sono brandelli di materia organica, oggi il veterinario ha asportato l’utero al mio gatto, una semplice sterilizzazione. Vorrei fosse stata usanza culturale negli anni Novanta farlo anche con gli esseri umani come per i buchi alle orecchie. So che questa cosa non si può dire e provo un senso di rabbia all’idea di non conoscere parole utili per spiegarmi: Ciclica – Mestruazioni, corpo e società di Donatella Fiacchino, pubblicato questa primavera dalla casa editrice Le Plurali, mi accoglie con il fiato sospeso, in un mischione di rabbia personale e politica.
Mia madre mi ha detto per una vita che avevo carenze di magnesio, mi faceva bere questi bibitoni bianchi salati. Da adolescente almeno una giornata al mese la passavo immobile a letto con una bottiglia di vetro riempita con l’acqua bollita nel pentolone della pasta anche in piena estate. Un paio di volte mi sono ustionata e ho tratto sollievo dal nuovo dolore, mi distraeva dai crampi. In quarta superiore ero già una tossica di antidolorifici. Ma, essendo l’organizzazione umana altamente fallibile e le mie mestruazioni abbastanza imprevedibili, mi sono ritrovata più volte accasciata dietro il bancone del posto in cui lavoravo, sul bordo di un marciapiede o, una volta, dentro un bagno chimico in piena estate, mentre sudavo freddo e supplicavo al telefono qualcuno di portarmi l’antidolorifico più forte che avesse. Come funziona il mio corpo me lo ricordo sempre quando non posso fare altro che odiarlo. Per questo leggere questo saggio è stato difficile.
È faticoso metter da parte la frustrazione, uscire dal silenzio e condividere l’esperienza di mestruare, ma non sono sola. Anche Fiacchino parte da sé, seguendo un approccio frequente in questo genere di saggistica: quando un’esperienza pervasiva come questa viene marginalizzata dalla struttura sociale e confinata entro la sfera individuale, si genera una forte necessità di incontro espressa a pieno titolo nella forma della testimonianza. Il bisogno di nominare e comprendere ciò che la società ci ha insegnato a tacere rimane tumultuoso, ma spesso indistinto, finché non trova un dialogo capace di dargli senso. È precisamente ciò che avviene in Ciclica: il saggio si avvicina all’esperienza individuale con delicatezza, la cinge senza determinarla e le dà del tu. Getta così, in modo esplicito e consapevole, le basi di un discorso comune abbastanza ampio da poter essere attraversato da esperienze differenti senza cancellarne la singolarità.
Il presupposto con cui ho approcciato il tema delle mestruazioni è che non tutte le persone socializzate donne hanno o hanno avuto le mestruazioni nella loro vita e che, viceversa, non tutte le persone che hanno o hanno avuto le mestruazioni sono donne. Per quanto possibile nel testo ho cercato di mantenere un linguaggio neutro, utilizzando i termini persone con le mestruazioni o persone che mestruano.
Non è quindi casuale che Fiacchino decida di scrivere Ciclica mentre affronta il percorso che la porterà alla diagnosi di endometriosi e alla prescrizione di una terapia ormonale. Non è casuale nemmeno che il saggio si apra con una premessa dedicata al linguaggio. Per sottrarsi alla narrazione patriarcale, segregante e infantilizzante delle mestruazioni, il discorso deve innanzitutto parlare a chi ne fa esperienza quotidiana e cercare con queste persone un contatto sincero e radicale, è da qui che trae la sua forza.
Tutto, nella società, ci dissuade dal parlare del ciclo. Prima del menarca è raro entrare in contatto, anche soltanto visivo, con il sangue mestruale; e quando accade, ancora più raramente la situazione sarà vissuta senza drammi o mani che cercano borsette e che corrono subito nei corridoi verso i bagni. Fin dall’infanzia sai che, se un giorno inizierai a mestruare, sarà una faccenda da gestire da solə, o al massimo con zia Monica preoccupata che bussa alla porta del bagno e ti chiede se stai bene. Sto bene o non sto bene se mi succede tutti i mesi? Se è solo una questione privata, come capisco cos’è la normalità?
Il saggio sceglie una serie di questioni sostanziali e si prende il tempo necessario per fare chiarezza su cosa sia il ciclo, su come funzionino le diverse fasi e su come le mestruazioni siano state storicamente stigmatizzate in Europa, dall’antichità fino all’avvento del marketing, oltre che all’interno delle dottrine religiose. Da questa ricostruzione emerge, con una semplicità sfacciata, che se dolori insopportabili vengono taciuti, minimizzati e scambiati per una parte inevitabile dell’esperienza di abitare un corpo che mestrua, non è perché siano davvero normali, ma si tratta del risultato di un’equazione che possiamo invertire soltanto attraverso una consapevolezza comune.
Ciclica è una lettura in grado di toccare i punti giusti, attraverso un percorso argomentativo particolarmente curato, il nostro funzionamento biologico, la nostra ciclicità si prende i suoi termini per essere raccontata e con questi i suoi spazi e la sua completa e possente legittimità di stare al centro della scena. Fiacchino non sceglie di farlo trasformando le mestruazioni in un trionfo o imponendo una forma di devozione verso il corpo, Ciclica ci invita piuttosto a trasformare la rabbia in una coscienza capace di fornire gli strumenti per distinguere il funzionamento individuale dalla patologia. Il carattere distruttivo e rivoluzionario della rabbia può allora rivolgersi contro le fondamenta che permettono di oscurare in un grande mistero omogeneo l’esperienza quotidiana e sfaccettata di due miliardi di persone.
L’immaginario comune sulla menopausa comprende tutte caratteristiche associate di solito all’immagine di una persona anziana, perché lo stereotipo ci dice che la menopausa vuol dire questo, vecchiaia. Tuttavia, al giorno d’oggi non definiremmo una persona di cinquant’anni “vecchia”
L’intenzione di Ciclica è soprattutto quella di dedicare spazio alle esperienze che non rientrano nell’immagine convenzionale della donna cisgender tra i quattordici e i quarantacinque anni. Fiacchino parla di persone molto giovani, persone trans, disabili e neurodivergenti, e dedica attenzione anche alla premenopausa e alla postmenopausa, ampliando il discorso oltre i confini in cui la ciclicità e l’esperienza mestruale vengono abitualmente racchiuse.
Chiedersi «chi mestrua, oltre alle donne?» permette non solo di riconoscere altre esperienze e ampliare la nostra consapevolezza, ma anche liberare il ciclo mestruale dallo stretto legame con l’educazione femminile in una società patriarcale. Rinchiudere questa esperienza dentro un genere è un’arma che colpisce due volte, dal un lato esclude chi mestrua senza essere donna, e dall’altro confina chi lo è entro una cornice di ruolo sociale essenzialista, costruita intorno a un funzionamento biologico. In entrambi i casi, riduce la possibilità di vivere la ciclicità in forme creative e originali.
Nonostante le mestruazioni siano, in molte culture, un simbolo di salute e fertilità e il loro arrivo sia un rito di passaggio da celebrare (chi non ha ricevuto gli auguri il giorno che è “diventata signorina”?), il ciclo mestruale è anche una delle cose più censurate, edulcorate e ignorate nella pletora dei meccanismi fisiologici e degli eventi fisici che attraversa il corpo umano nel corso della vita. È il paradosso delle mestruazioni: si festeggia quando arrivano e si passano i decenni successivi a fingere che non esistano. Eppure, non sembriamo, in quanto società occidentale, così tanto inibiti quando si tratta di altri fenomeni e meccanismi che interessano il corpo umano. Quanti film avete visto in cui ci sono persone che mangiano? Che vomitano? Persone che sudano e che eiaculano? Qualsiasi cosa abbia a che fare con la materia che costituisce il nostro corpo può essere oggetto di discussione in pubblica piazza. Eppure, è ancora raro che si parli di mestruazioni e che le si includano nella rappresentazione del quotidiano, esclusi i liquidi blu nelle pubblicità per assorbenti igienici in televisione. Non sta mai bene chiamarle con il vero nome, ma è opportuno ricorrere a codici cifrati (“il marchese”, “quei giorni”, “le mie cose”… ). La rappresentazione e la discussione del ciclo mestruale sembra essere considerata tuttora imbarazzante, disgustosa, non necessaria.
La povertà di narrazioni e di esperienze condivise riguardo alle mestruazioni non emargina soltanto l’esperienza quotidiana, ma come abbiamo visto anche le sue manifestazioni patologiche. Fiacchino rimarca l’arretratezza scientifica, diagnostica e legislativa, affrontando questioni come il congedo mestruale e le tasse imposte sui prodotti per l’igiene mestruale, all’interno di una cornice argomentativa diretta, ampia e sempre disponibile a essere messa in discussione.
Il saggio accenna in maniera sintetica, seppur convinta, alla necessità di organizzare percorsi di educazione sessuale, indicandoli come una delle azioni pratiche più utili. In Ciclica vengono aperti molti temi con lucidità, ma non sempre trovano lo spazio necessario per essere approfonditi sul piano specialistico. La postura dialettica del libro rende evidente che questo discorso non può considerarsi concluso, tenendo bene a mente la stratificazione e l’eterogeneità di esperienze che comprende, rappresenta un’occasione per riconoscersi in un funzionamento biologico quasi sempre invisibilizzato.


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