Conversazioni è una rubrica mensile anonima a cura della redazione di Stanca. Due o più persone della redazione dialogano su un tema a partire da uno spunto di riflessione, un’esperienza personale, un fatto di cronaca o qualcosa che hanno letto, visto o ascoltato. Con questa rubrica cerchiamo di rompere l’idea di autorialità individuale – e speriamo di non litigare. Ogni blocco di testo è da leggere come un intervento all’interno della conversazione. In questa terza Conversazione parliamo di paesi, paesini, paeselli. 

Quanto paesella il tuo paesello? Questa è la domanda che ha accompagnato parte del feed instagram della mia estate. Un paesello, stando ai parametri di questa ricerca, ha meno di diecimila abitanti. Noi ci rientriamo alla perfezione, chi perché ne ha la metà, chi perché ne ha quattro in meno. Per fortuna, altrimenti questa conversazione sarebbe stata difficile da intavolare. Tra momenti felliniani e bagni di realtà la discussione è andata avanti seguendo le associazioni intricate che ci legano a luoghi remoti e non-imperturbabili. La musica è un elemento fondamentale. Non siamo voluti scendere a compromessi con le polemiche recenti, anzi, probabilmente questa conversazione nasce da esse e va da tutt’altra parte. Abbiamo conversato con i ricordi, speriamo, senza lasciarci fagocitare. Se successivamente vorrete venire a trovarci, avrete con voi la guida realizzata da due “native”. I nomi e i fatti, diciamo, sono abbastanza inventati, in alcuni casi.

> Non credo si possa spiegare cosa significhi crescere un piccolo paese per chi non l’ha fatto. È una banalità, ma la dico lo stesso, con frustrazione perché ci ho provato molte volte. E davanti a me trovavo gli occhi di chi mi rispondeva oscillare tra il compatimento e lo scetticismo. Crescere in un paese (almeno per me a cavallo tra gli anni ‘90 e ‘00) significa essere lontani dai meccanismi che governano la storia e la società, essere dei fruitori passivi di informazioni che vengono proiettate nella tua testa da una distanza siderale, che non permette di riconoscervi dietro delle persone reali che vivono la loro vita e fanno ciò che fanno per i loro motivi. È l’assenza di una chiave che permetta l’accesso a una possibilità più profonda di interpretare i meccanismi che governano il mondo. Quella chiave è sepolta in città e per raccoglierla non c’è altra possibilità che andare via dal paese. Per me ottenere quella chiave (ma ci sono molti altri modi) ha significato scegliere di essere un intellettuale, una persona che lavora con le proprie idee e la scrittura per cercare di imprimere una sottile correzione alla direzione del mondo. È stato orribile e stupefacente capire di cosa di trattasse a trent’anni, quando il tuo cervello si è già formato su meccanismi ben strutturati. Produce una mutazione che ti rende straniero, quando torni al paese non lo riconosci e non ti riconosci, e questo è un altro dolore che è impossibile comunicare a chi non l’ha vissuto ugualmente. Tu hai avuto una storia o una percezione simile? Dato che abbiamo fatto un po’ di strada insieme negli ultimi anni, volevo capire intanto se hai provato anche tu qualcosa del genere negli ultimi tempi.


> È successa una cosa. Per cui sono costretta a cambiare totalmente impostazione al discorso, cancellare tutto ciò che avevo scritto e spiegarti le mie perplessità. L’altro giorno sono andata a questo evento, Amarcord Schignano, organizzato un po’ a caso al circolo del paese, unico centro di socialità rimasto, a parte qualche ristorante. I vari esercizi commerciali del posto sono definitivamente chiusi per vari motivi che forse conosci e hai vissuto anche tu. Vive e sopravvive fieramente la mia parrucchiera e un gelataio. 

In questo momento sono scissa in due, perché volevo parlare della passività, del paese dormitorio, della condivisa necessità di andarsene, del fatto che ogni novità è vista con una smorfia e si chiamano i carabinieri a mezzanotte e dieci se c’è un po’ di musica nel piazzale per un evento. Volevo parlare delle problematiche che colpiscono questi posti da decenni, sociali e familiari (in paese tutto è di tutti, nel bene e nel male). Tuttavia, ho trovato proprio a questa festa la ristampa di un diario, realizzata per l’occasione, scritto dai fu bambini della scuola nella seconda metà degli anni Cinquanta. Un documento pazzesco. Ha ribaltato momentaneamente la mia prospettiva generale su come poteva essere vissuto cinquanta o settant’anni fa un paesino come il nostro, o il mio almeno. E conosco centinaia di aneddoti da genitori e nonni che potevano scardinare l’idea negativa che si è radicata nel mio cervello. A partire dal compito scolastico, e solo in una visione generale, sembra che siamo noi nella merda, privi di riferimenti se non verso l’esterno, questo esterno che ci chiama e senza il quale, paradossalmente, non avremmo potuto apprezzare e riconoscere alcune dinamiche del proprio paese. E, comunque, rimane qualcosa di cristallizzato, lo continuo a considerare un caso isolato che presenta intorno a sé miriadi di situazioni storte e grottesche. Sono rimasta molto colpita dalla documentazione: mi sono resa conto che non conosco quasi niente del posto in cui abito. Però conosco varie storie di solidarietà, ma anche di abuso e violenza. Mi rendo conto che, per quanto sia bello, non posso romanticizzare l’identità di un posto solo a partire da un progetto scolastico, per quanto illuminato: un laboratorio sul territorio realizzato dalla classe mista delle elementari nel 1956. 

Tu quanto sai del posto da cui vieni?


> Sono contento che tu abbia cambiato discorso, perché ero partito con un tono di disperazione privata, che già rileggendolo non mi faceva respirare e rischiava di soffocare tutta la nostra conversazione.

Questa scoperta dei diari dei bambini del ‘56 mi ha fatto uno strano effetto, perché mi ha portato a pensare a due cose che non so se si integrano o sono in contraddizione tra di loro. Il ‘56 è stato l’annus horribilis del comunismo italiano, Chruščëv al XX congresso del PCUS tira fuori il rapporto segreto in cui apre il vaso di pandora dei crimini di Stalin e qualche mese dopo gli operai della Poznan si rivoltano contro il regime comunista polacco. Rossana Rossanda nella Ragazza del secolo scorso lo descrive come l’innesco di quello che poi avrebbe portato alla fine del sogno di un altro mondo possibile, soprattutto in Italia, dove avevamo il più grande partito comunista in un paese occidentale. È il crollo che ha aperto il baratro del presente, l’inizio dello sfacelo politico. Il mondo che stavano ricostruendo con la scusa del dopoguerra gli era crollato improvvisamente addosso e si resero conto nel giro di un anno che ogni potere è sporco, violento, inaccettabile. Non credo che ne siamo ancora usciti da questa contraddizione.

Ma poi! Mi sono riascoltato La nevicata del ‘56 di Mia Martini (c’è anche una versione di Califano), una canzone di una nostalgia dolcissima, in cui la sera si sente solo il rumore del fiume (cosa che a me fa pensare al massimo al coprifuoco in pandemia), alle partite viste sulle spalle del padre, a Roma coperta dalla neve come se fosse un sogno. Dice “c’era posto pure per le favole” e forse quello è stato l’ultimo anno in cui si è creduto davvero in qualcosa, qualcosa di viscerale, non razionalizzabile, che era evidente a tutti. C’era spazio per costruire una realtà come la volevamo. Sto divagando, però volevo depositare qua queste due cose sul ‘56.

Per il resto io so ben poco del paese da cui provengo perché non esiste più una lingua per mitizzarlo. O meglio, se dovessi farmi carico della mitizzazione della bellezza del mio paese (seriamente e completamente, una missione di vita) dovrei passare tutte le mie sere nei bar a sfondarmi di campari e gin, per ascoltare le mille storie che ogni sera quelli che stanno qui (“gli incastrati”) mi raccontano. È una lingua che ho ascoltato molto, che so parlare e ascoltare, ma come ogni lingua non può che divenire la sostanza di cui è costituito l’individuo. Continuare a parlare quella lingua significa restare ai margini, ingoiati da un tempo che è sempre presente e sempre uguale, assorbendo i riflessi del mondo come si è bruciati dal sole sulla spiaggia, impotenti, mentre tutto intorno c’è l’apocalisse (climatica, tecnocratica, genocida), così imminente che se ci penso rischio di farmi venire un attacco di panico. Ecco mi sembra che non riusciamo più a parlare del paese perché abbiamo perso un dizionario che abbia ancora un sapore di speranza, invece quelle parole puzzano sempre di foto virata seppia, in cui una faccia senza nome (un vecchio parente di mia nonna) sorride come se tutto andasse benissimo e la vita valesse ancora la pena di essere vissuta.

Ultimamente si è parlato tanto di Le citta di pianura, non sopporto di quel film il fatto che mi sembra nascondere il moraleggiante sotto il favolistico, la sua leggerezza è una tovaglia posta a coprire lo squarcio. Gli alcolisti che conosco io non sono come il personaggio di Capovilla, si vomitano addosso e si cacano sotto, tornano a casa e picchiano i figli, toccano il culo delle tipe al bar o peggio. Li trovo seducenti (nella loro autodistruzione) ma di una bellezza pericolosissima, che quel film attenua disinnescandola completamente. Invece qualche giorno fa ho visto Gigi la legge, quasi cento minuti di una telecamera che segue questo vigile urbano stralunato friulano, segue il vuoto delle conversazioni in macchina, i sogni di un tipo di mezza età con le sue fissazioni, con la neoassunta carina con cui flirta e che lo mette inevitabilmente davanti alla cruda verità che la sua vita è già passata, che è un vecchio che può solo scherzare per non impazzire, come hanno già fatto i giovani che accompagna al centro igiene mentale per un TSO. Quel vuoto assomiglia di più a quello che vedo io quando sono nel paese.

Ecco sono finito nuovamente sul disperato. Però davvero non riesco a trovare alcuna speranza al di fuori della nostalgia. Quello che sento nel paese è un vuoto in cui si rischia di affondare, come le sabbie mobili in cui più ti muovi e più affondi. Ci ho passato tanti anni e conosco bene quella paura, la sento ancora dentro di me ogni volta che torno a casa e non mi sento assolutamente pronto per affrontarla davvero (anche se un po’ questo mi fa vergognare). Sento che tutti i momenti di gioia vissuti qui provengono dall’infanzia o dall’adolescenza, e mi chiedo quindi se quel ‘56 non sia in fondo l’esame di maturità dell’Italia, qualcosa di lontanissimo che possiamo razionalizzare o guardare soltanto con la lente della nostalgia.

Continuo a pensarci. Però pensiamoci insieme. Tu hai qualche momento di felicità che hai vissuto nel paese al momento presente, un momento in cui in questi anni ti sei fermata e hai detto che bello qui, anche senza pensare al passato o al futuro?


> Ho trovato proprio l’altro giorno il libro di Rossana Rossanda a una bancarella dell’usato… e non l’ho preso, era l’edizione con copertina rigida.

E’ vero che il paese vive di ricordi; se ci pensi, anche il diario del ’56 viveva dei ricordi degli anziani e degli adulti che i bambini del tempo andavano a intervistare. Però, per riprendere la citazione che hai fatto a Mia Martini, è anche vero che la distanza aumentava esponenzialmente la fiducia nel futuro, quel futuro che leggevi – se sapevi farlo – nei giornali, o che ti facevi raccontare; “che tempi quelli”, i tempi della solidarietà, ma anche della violenza domestica e dell’indigenza delle persone che avevano una casa in pietra da borgo medievale, ma dovevano stare in un cantuccio del focolare per scaldarsi: neri di fuliggine, perché ormai troppo vecchi per far qualsiasi cosa, ma di una gentilezza disarmante; chiusi in se stessi, ma con la porta sempre aperta “non c’era bisogno di chiudere a chiave!”.

I ricordi sono in parte traditori e questo l’ho imparato, unica nozione rimasta, a uno dei corsi per gli inutili 24 CFU per l’insegnamento: man mano che cresci la memoria li modifica, per cui a un certo punto quanto ti puoi fidare dei racconti, delle tue stesse esperienze se rischiano perennemente di essere distorte a piacimento dal tuo cervello?

A me è successo, e lo posso confermare come ricordo perché è un dato abbastanza recente, di fermarmi un attimo, in uno dei paesini in cui vivo (eh sì, più di uno, un marasma di racconti e personaggi dai soprannomi strampalati che conosco per di più per sentito dire), e pensare “ah che bello, sono proprio fortunata”. Il punto, però, è che la fortuna non la costruisce solo il luogo: la costruiscono le persone. Questo paragrafo è pieno di luoghi comuni, ma conferma che per quanto una situazione di felicità in una comunità minuscola ti si pari davanti, prima o poi la logica del consumo dettata dall’esterno, la piccola città di provincia, ti risucchia e ti riporta alla realtà – che poi era felicità per me, per gli altri non lo so. A posteriori, è stato come far parte di un trip collettivo: bastavano veramente pochi elementi positivi abituali, un pizzico di novità unita alla familiarità di un posto che ti ha vista crescere e il gioco è fatto. Per me questo si è manifestato durante il lavoro stagionale, mentre studiavo all’università. Ho iniziato a lavorare da persone che, al momento, considero a metà tra miei cari amici e una sorta di seconda genitorialità, sono stata letteralmente adottata per tre anni e lì, in un locale di una certa età, frequentato dalle stesse persone che storcevano il naso vedendo per la prima volta una torta vegana (che poi adoravano) e la domenica si trovavano per parlare delle corse in moto o in auto, ho trovato il più strano e magnifico ed eterogeneo gruppo di amici. E un gatto, Rossano, adottato anche lui un po’ da tutti. Dopo la chiusura del locale, che si è trasferito in città, si è perso il collante. C’è chi, purtroppo, è morto nel frattempo, ma per un momento, piccolissimo, sono stata catapultata nell’atmosfera di quei ricordi che ho sempre ascoltato da voci più grandi di me. 

Poi, bagno di realtà: sono tre anni su trenta. I rapporti con le persone non cambiano, ma si modificano le circostanze. Potrei aggiungerci gli anni dell’infanzia, ma sono una cosa diversa. In quei tre anni ho cercato e ho trovato una dimensione sociale che a raccontarla oggi sembra un’esagerazione, una caramella stucchevole. Da lì ho visto passare tante persone, che venivano da fuori e che avevano forse una mente più arretrata di chi viveva nel paese. Penso, ad esempio, a chi si trasferisce attualmente in queste zone alla ricerca di pace e tranquillità, che si traduce in “nessun rumore molesto dopo l’ora che mi pare perché io vengo dalla città con questa esigenza che pretendo venga rispettata”. Un aneddoto interessante riguarda sempre la musica e gli immancabili gruppi Facebook, in particolare la piccola Casa della Musica dove un tempo suonava la banda – estinta – e dove adesso vanno a suonare ogni tanto gli appassionati. Dopo una o due volte che facevano delle prove, c’è stato l’intervento del nuovo arrivato di turno che ha inneggiato al disturbo della quiete pubblica. 

Il paese è, ormai, un luogo che cambia forma a piacimento di chi ha più possibilità di essere ascoltato da dietro la tastiera di un telefono. Più sei popolare sul gruppo Facebook, più ottieni consensi e ragioni. Per fortuna, quella volta è stato fatto notare che si era entrati dentro il territorio dell’intolleranza e dell’assurdità (a suon di commenti che chiedevano, forse non troppo cortesemente, di tornare in città se non stavano bene le abitudini del posto).

Il ripopolamento è una delle questioni che più mi incuriosisce perché mi spinge a pormi una domanda fondamentale: quanto voglio schierarmi dalla parte di chi vive qui da tutta la vita, a scapito di chi si trasferisce, perché porta novità che mi sembrano cazzate (tipo il jogging)? Non è anche questa, forse, una forma di accanimento nei confronti di un ecosistema problematico e moribondo? Quanto è giusto sperare che non costruiscano più villette orribili o restaurino l’ennesimo casale abbandonato nella speranza che il circolo di paese ricrei un nuovo evento amarcord, o che tutto rimanga su per giù com’è sempre stato? Le cose che non cambiano mai, dopotutto, sono quelle morte.

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