Quando sono in seduta dalla mia psicologa – che io chiamo “doc” arrogandomi una confidenza che mi permette di parlare più liberamente con lei – mi capita spesso, soprattutto nei minuti iniziali, di fissare le tendine bianche della finestra alla parete di fronte. Si tratta di una sorta di preparazione mentale, di riscaldamento: è così che entro nell’ottica che quanto dirò scorrerà su un fondo neutro predisposto per riceverlo, avrà una consistenza oggettiva e rappresenterà qualcosa di cui, almeno in una certa misura, mi sarò liberato.
Durante uno dei nostri primi incontri la doc mi ha invitato a riflettere su rabbia, paura e tristezza, tre emozioni che scuotono nel profondo il mio, come il vostro, stato mentale. Da parte mia, mi sono interrogato su quale peso abbia ciascuna di esse nel determinare le mie scelte, tanto quotidiane quanto di lunga durata. Le tende, lunghe ma strette, non mi sono bastate e allora ho provato a scrivere su un quadernino.
Ho cominciato dalla rabbia, convinto che quella che mi capita di provare verso l’Altro ha spesso e volentieri i minuti contati: lascia infatti presto il campo all’ironia. Qui intendo l’ironia nella sua accezione di figura retorica che consiste nell’intendere una cosa affermando il suo contrario e allora l’atto ironico è una pratica immaginativa che mi permette di rovesciare il ruolo e la funzione di chi mi fa o può farmi arrabbiare. Penso agli appellativi di “mite”, “dolce”, “clemente” et similia che puntualmente rifilo a chi mi irrita con il proprio piglio accentratore o la propria ingiusta severità: un esorcismo senza segno della croce.
Secondo Franco Bifo Berardi (Disertate, Timeo, 2023, pp. 45-48), l’ironia prescinde dall’esistenza di una verità da compiere o realizzare ovvero imporre all’Altro. Così, l’ironico si prende gioco tanto della verità quanto di chi, armandosi della verità stessa, pretende di avere ragione o di dettare legge, cioè di far prevalere la propria visione di mondo. L’ironia dà luogo a un processo di interpretazione potenzialmente infinito e, nel corso di questo proliferante gioco linguistico, consente di scegliere liberamente tra molte diverse possibili interpretazioni, così svicolando dalla contesa per quel senso, quel significato, che i seriosi litiganti si affannano a far valere. Tra i partecipanti al discorso ironico si instaura una solidarietà e una complicità grazie alle quali creare uno spazio dapprima linguistico e poi materiale — in quanto fatto di relazioni fra persone e delle cose cui queste relazioni danno vita — refrattario all’arroganza di chi vuole costringerci entro il proprio orizzonte di senso.
L’ironia mi permette di creare un ordine simbolico in cui la legge del più forte è rovesciata e al prepotente viene a mancare il terreno sotto i piedi: se, come faccio quando mi sovviene in mente chi credo mi abbia fatto torto, la pratico nel mio intimo, essa è come l’amico immaginario che avevo da piccolo, capace di trasportarmi in un mondo altro e farmi tornare nel nostro con addosso una scossa di gioia frizzante; se invece intavolo un dialogo ironico con le mie amiche o i miei amici, sento di ricodificare con loro i valori, gli atteggiamenti e le convenzioni sociali imperanti nel nostro contesto sociale e con ciò di posizionarci in senso antitetico rispetto a esso: con l’ironia ci situiamo, prendiamo posizione sull’esistente che assume i tratti dell’intollerabilità. La rabbia che provo infatti verso l’ordine sociale legalizzato nel quale siamo immersi è costante e vivissima, perennemente accesa, bruciante: nel quotidiano si fa tensione che mi dà lo slancio per scrivere, ma anche per muovermi entro quest’ordine e scavalcare le sue rigide tassonomie, i suoi arbitrari confini classisti. Muoversi è la conditio sine qua non per espellere la rabbia come fosse carburante combustibile, per bruciarla prima che essa bruci noi neutralizzarla. Ma quale movimento conta davvero in questo senso? E quale direzione dovrebbe avere?
In Da che parte stiamo. La classe conta (Tamu, 2022) bell hooks descrive il movimento come uno spostamento dalla posizione di classe in cui si è incasellati. La scrittrice e attivista nera racconta la propria infanzia e adolescenza in una umile famiglia della “classe lavoratrice” (p. 199) nella quale, sebbene il padre lavorasse molto, i soldi non bastavano mai, perché le bocche da sfamare erano tante e la discriminazione salariale a danno dei neri all’epoca era la norma. La sua esistenza ci appare – per sua stessa ammissione – circoscritta in una comunità nera segregata, composta di poveri e famiglie proletarie, nella quale era difficile mantenere segreti ma era anche viva la solidarietà: “[c]ondividere le risorse era una consuetudine nel nostro mondo, diretta conseguenza della convinzione di identificarci nella povertà. Davvero, esprimere solidarietà con i poveri era un lavoro spirituale essenziale, un modo per comprendere il senso essenziale della comunità” (p. 62). Quando decise di frequentare una prestigiosa università lontano da casa – Stanford, in California –, i suoi genitori temevano che sarebbe diventata una persona diversa e che non avrebbe più condiviso il loro orizzonte di senso, la loro visione di mondo, attraversata da duro lavoro, dedizione alla famiglia, forte devozione religiosa e sporadici divertimenti; perdipiù, sua madre e suo padre erano stati “incredibili figure autoritarie: un fascismo di famiglia, di grado molto elevato. Da bambini sapevamo che era meglio non mettere in dubbio la loro parola o il loro sapere. Credevamo loro ciecamente” (p. 47).
L’iscrizione all’università rappresentò per bell hooks un attraversamento di invisibili barriere sociali: la scrittrice parla di un “oscillare da una parte all’altra del confine di classe” (p. 202). Per un verso questo movimento verso l’interno della società le fece provare la paura di perdere il legame con il suo mondo di origine, con le fondamenta del suo essere, che stavano ai margini – e dall’altro il timore che le porte di questo mondo avrebbero potuto chiudersi se lei avesse provato a immettere idee e suggerimenti per cambiare lo stato delle cose; in fondo, però, la portò a produrre un rinnovato senso di sé, ad attribuirsi un nuovo ruolo nel contesto della sua classe di origine, verso la quale avvertiva tanto un debito per il permanente sostegno ricevuto quanto la responsabilità di rimanere solidale. In ogni caso, è vivendo tra persone più privilegiate – dunque muovendosi dalla sua posizione di classe – che imparò molte più cose di quante non ne avesse comprese prima sulla propria classe di origine: soprattutto, si rese conto di quanti stereotipi negativi sui poveri e sulla classe lavoratrice di livello più basso fossero diffusi tra la classe medio-alta e di come quest’ultima vivesse arroccata sulla difesa dei propri interessi, entro reti sociali dalle quali le classi inferiori erano marginalizzate.
bell hooks non si assimilò mai completamente alla classe nella quale aveva fatto il suo ingresso: anzi, proprio questo spostamento, o avanzamento, la rese più cosciente del proprio ruolo in società, di cosa fare e non fare. Dunque sceglierà di vivere in un “piccolo appartamento di poche pretese” (p. 206), conducendo una vita semplice ma, almeno a suo modo di vedere, lussuosa, che le consentirà di “avere più risorse da condividere con le altre persone” (p. 206): in pratica, di girare una quota fissa del suo reddito a persone in stato di bisogno.
Il movimento di bell hooks al di là delle barriere della propria classe di origine le permise di essere ancora più cosciente su di essa, sulle problematiche che la gravano e sui conflitti tra la stessa e la classe superiore. Muoversi lungo e al di là dei confini della propria classe di appartenenza consente di sviluppare questa coscienza e anche di incontrare altre persone che compiono la stessa operazione di evasione e sconfinamento, sia nella nostra stessa direzione – come attivisti e studiosi – che in quella opposta – come migranti e portatori di disabilità. È allora possibile muoversi assieme a queste persone, dunque commuoversi.
Commuoversi significa scavalcare quel muro da prendere a pugni e calci e su cui sputare improperi e imprecazioni dietro cui la rabbia ci relega, significa trovare Altri con cui incamminarsi verso lo stesso orizzonte di senso: ci si commuove quando – dopo un lungo movimento della mente o delle membra – troviamo Altri che vogliono produrre il nostro stesso senso, che desiderano rendere materiale la nostra stessa visione di mondo. Infatti, quando non riusciamo a imporre – nel mondo o nel rapporto con gli altri – il senso di cui siamo portatori, ci arrabbiamo: ciascun litigante vuole vedere riconosciuta la propria visione del mondo (o del piccolo cortile di cui s’è dichiarato padrone), anzi vuole imporla senza sconti all’Altro litigante. La commozione si situa agli antipodi del litigio perché si fonda, anziché sull’imposizione unilaterale di senso, sulla sua condivisione. Così, anziché lasciarmi consumare dalla rabbia, preferisco spostarmi – intellettualmente, socialmente – per trovare Altri con cui continuare questo movimento.
Quando mi capita di commuovermi, mi rallegro al pensiero che mi sto muovendo bene, in compagnia. A volte succede quando sono in presenza di Altri e in queste occasioni mi pare di essere il solo a commuovermi: allora sposto leggermente la nuca all’indietro, per portare gli occhi verso l’alto, così che quel po’ di liquido lacrimale che è già affiorato non trabocchi e che le lacrime in arrivo rifluiscano di sotto: in quei momenti sento la mia testa come una strana bottiglia munita di un collo biforcuto e di sicuro al cospetto degli Altri sembrerei assumere un aspetto pensoso, vagamente solenne e anche un poco stupido. A seconda che mi si colga all’aperto o al chiuso, si potrebbe pensare che io nutra un rilevante interesse per la foggia delle nuvole o per le plafoniere al neon, eppure in quei momenti sento di stringere dentro di me l’embrione di una rivoluzione, sempreché ogni rivoluzione debba cominciare con un cammino condiviso.
Quando, nel corso delle mie peregrinazioni intorno ai confini di classe, mi imbatto in chi vorrebbe materializzare nel mondo un senso diverso da quello in cui credo, ricordo a me stesso che – come mostra l’esperienza di bell hooks – a determinare la diversità di visioni di mondo sono non solo le differenze di classe, ma anche il personale attaccamento a tali differenze, l’affezione per esse – diffusa in particolar modo tra le classi più alte –, che induce a mantenere saldi e vigili i confini. Per superare l’attaccamento alla propria classe di appartenenza viene sicuramente in rilievo il capitale culturale, cioè tutte le conoscenze che abbiamo acquisito per mezzo delle nostre disponibilità economiche e sociali: è anche grazie a esse che ci determiniamo nella vita sociale e pubblica; beninteso senza sensibilità, senza la capacità di comprendere bisogni ed emozioni dell’Altro qualunque sia la sua classe di appartenenza, le più profonde e accurate conoscenze sono ben poco d’aiuto. Visioni di mondo differenti, con tutto il potenziale conflitto che recano, riposano non solo sulle dicotomie ricchi-poveri, lavoratori manuali-lavoratori cognitivi, rentier-classe lavoratrice, ma anche sugli immaginari strutturati durante gli anni della formazione – infanzia, adolescenza e giovinezza –, nonché sulla sensibilità maturata condividendo spazi e tempo con gli Altri.
Un atteggiamento interiore che sia incline al movimento verso inediti orizzonti di senso e nuove visioni di mondo potrebbe trasformare pure quella rabbia di lunga durata che chiamiamo rancore.
Nel film di Ken Loach Il mio amico Eric (2009) Eric Cantona – ex calciatore del Manchester United, ora attore e fotografo – compare nelle visioni a occhi aperti di un postino che si trova nel profondo di una crisi personale, sia lavorativa che sentimentale, e gli dà consigli e suggerimenti per rimettersi in sesto e percorrere una vita felice assieme ai suoi affetti. Tra le tante perle che gli porge, c’è l’aforisma “la più nobile vendetta è il perdono”: una frase capace di cambiare la mia comprensione del mondo, ma di cui non sono mai riuscito a cogliere appieno il senso. Cercando di fare chiarezza su questa frase mi sono appoggiato al detto di Cristo “porgi l’altra guancia”. Potremmo intendere il gesto di porgere l’altra guancia come un movimento o almeno un suo abbozzo: certamente nei confronti di chi ci ha ferito, per non mostrargli il torto che ci ha fatto, per non gravarlo del peso della colpa; secondo Hannah Arendt (Vita activa, Bompiani, 2017, pp. 254-255), il perdono consiste nel liberare l’Altro dalle conseguenze di quanto ha compiuto, che sono sempre tendenzialmente irreversibili, per il semplice fatto che chiamano in causa le nostre reazioni, quindi le altrui e così via. Porgere l’altra guancia significa abilitare, almeno da parte nostra, l’Altro a intraprendere un nuovo inizio, ma implica anche un nostro movimento verso un altro orizzonte di senso. Porgendo l’altra guancia infatti spostiamo lo sguardo e così lo dirigiamo verso un altro orizzonte: insomma, questo gesto preannuncia un movimento di liberazione.
Allora la più nobile vendetta è il perdono perché quest’ultimo ci permette di muoverci, di liberarci, di non rimanere intrappolati in quell’angusto fazzoletto spazio-temporale in cui chi ha suscitato la nostra rabbia – il nostro aguzzino, il nostro tormentatore – ci voleva confinare per imporci il suo senso, la sua visione di mondo. Il movimento verso altri orizzonti di vita condivisa è il solo riscatto possibile per noi e per tutti gli Altri. Il perdono ci permette di muoverci, di agire, di incontrare gli Altri e intrecciare il nostro fare con il loro: così si pone agli antipodi del rancore, che invece ci relega in uno stallo, in un guado paludoso ove noi, l’Altro e le nostre mani siamo continuamente ricoperti di fango.
Devo ricordarmi della possibilità di questo movimento nei momenti di rabbia: quando il tono della mia voce si alza e la mia gola si restringe come un rigido e rovente tubo di metallo devo tenere a mente che la rabbia che somatizzo può, anzi deve, essere materializzata nella realtà, diventare spazio-tempo ospitante azioni e significati che possiamo condividere con gli Altri.


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