I piedi di Giulia si muovono timidamente. Poggia prima le dita, poi piano il tallone. Il passo è incerto, le braccia penzolanti disegnano piccoli semicerchi in aria. Sembrano due pendoli che vanno in direzioni opposte. Muove il piede destro e poi il sinistro, su cui ha più presa, così riesce a mantenere meglio l’equilibrio. Se Giulia pensa troppo alle braccia smette di saper usare i piedi e cade a terra. Una volta si è fatta molto male e le è uscito un livido violaceo sul gluteo che si è espanso fino all’anca. Sedersi a scuola le provocava dolore, e finiva per rannicchiarsi tutta da un lato sulla sedia di legno chiaro.
Le piace, invece, guardarsi allo specchio. Vivisezionare con gli occhi il gluteo, guardare i capillari rotti espandersi sotto la sua pelle, le piace sfiorarsi. Giulia immagina il suo corpo abitato da piastrine irrequiete, da muscoli nervosi, da uno stomaco anziano. Conta i giorni che ci vogliono a fare riassorbire quel lago coriaceo, a volte segna con un pennarello nero i confini dell’ematoma duranta la loro ritirata. Lo fa fino a quando la ferita sparisce e rimangono solo questi campi di ics che improvvisamente non hanno più nessun significato. Ecco che allora se li lava via. Lo fa immergendosi completamente in una vasca modesta che occupa metà del suo bagno, si mette a mollo con i sali alla lavanda e gratta delicatamente via tutti i rimasugli di nero. Poi si lascia andare con la testa nell’acqua bollente, trattiene il respiro senza aprire gli occhi. Per una frazione di secondo è come se fosse di nuovo nella pancia di sua madre, nuda e senza ferite. Il respiro si fa corto ed è costretta a tornare su, è sempre straniante ricordarsi di dover respirare. Giulia inspira ed espira, un’operazione che ripete più volte. Non riesce a smettere di pensare al suo respiro.
È innaturale pensare alle cose che fa il nostro corpo, come con le braccia che penzolano, come con i piedi che camminano uno davanti all’altro. Giulia rimane lì a pensare alle cose che fa il suo corpo senza che se ne renda conto. Alla testa che le si piega sempre verso destra e mai verso sinistra quando è un po’ triste perché quello è il fianco sul quale si rannicchia prima di andare a dormire. Quando ha voglia di diventare una chiocciola e fa toccare la fronte con le ginocchia, e sente in sottofondo solo la flebile voce di sua madre che in cucina si ripete ad alta voce la lista della spesa. Uova, latte, caffè, la carta argentata. Sua madre non riesce ad avvolgere il cibo con la pellicola di plastica, guardare il contenuto delle cose la fa pensare a un’operazione a cuore aperto. Giulia tutte le volte che apre il frigo deve indovinare cosa troverà all’interno dei pacchettini, che sono di varie dimensioni e forme e sono avvolti in questa carta argentata che ricorda un po’ i lavoretti, quelli che si facevano a scuola quando si avvicinava natale. La carta argentata serviva per la neve, le stelle, le galassie. Le cose lontane. Giulia immagina una piccola galassia appetitosa nel suo frigorifero: cibi nascosti, tutti con la stessa divisa, che volteggiano tra le quattro pareti bianche e fantasmatiche di un frigo triste. Si cercano senza potersi raggiungere, persi nel buio. Poi, all’improvviso, uno dei pacchetti esplode, lasciandosi dietro una scia di muffa.
Quando Giulia apre un piccolo limone incartato stretto, e ormai completamente ammuffito, si ricorda della sua ferita, di come il suo gluteo fosse pieno di una specie di muffa e di come quella muffa, a un certo punto, era completamente sparita.
Giulia chiude il frigo e torna nella sua stanza, poi si posiziona davanti allo specchio. Si spoglia. Prima si sfila la maglietta nera che scopre il seno, poi si slaccia i jeans bottone dopo bottone, li lascia cadere lentamente, nota come quel bottone le ha segnato il basso ventre. Passa le dita sull’incisione emersa dalla pelle. Un nuovo disegno da osservare. Ha indosso solo un paio di mutande bianche, anche un po’ sbrindellate nella parte alta, qualche filo esce disordinato dal tessuto rovinato. Inizia a toccarsi il gluteo proprio dove c’era la ferita che ora non c’è più. Prova a ricordarsi la sensazione di dolore ma non la ricorda più. Prova a cercare i confini che aveva segnato con il suo pennarello ma è come se non ci fossero mai stati. Con le dita comincia a premere forte sulla pelle, disegna con le unghie una nuova geografia. Il lago che immagina non le sembra corretto, il suo sguardo ossessivo finisce sull’altra gamba: non è che forse era lì, la ferita? Le dita provano a insistere sulla pelle dell’altro gluteo ma anche lì il suo corpo non ricorda nulla. Inizia a confondersi, a far penzolare le braccia lungo i fianchi, a muovere i piedi uno davanti all’altro in maniera incerta. Si scorda come si respira. Accade tutto troppo velocemente: di colpo sbatte la testa contro lo specchio, spaccandolo in tantissime piccole schegge che in discreta parte si conficcano nella sua pelle morbida. Un po’ fa male, in qualche punto, come sulla parte alta della pancia, dove le esce un rivolo di sangue che le riga la carne. Giulia è immobile: si sente come se fosse avvolta in una carta argentata riflettente. L’unica cosa che le viene in mente è che vorrebbe che sua madre la chiudesse nel frigorifero insieme alle altre pietanze avanzate.


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